mercoledì, gennaio 26, 2011

Nothing happens, if you don't imagine it before - Un racconto 30

C'è tanta gente, sul bus. Sono schiacciato fra due indiani, o saranno pakistani, uno si gratta il naso e poi si tiene ai pali, l'altro è avvolto in una specie di sciarpa di poliestere sporca, e sorride.

Questo sciopero ha riempito il bus, è l'unico che è passato in un'ora. C'è una signora con gli occhiali rossi, poco distante da me, ha i capelli biondi tutti schiacciati sulla spalla di uno grosso, vestito con una giacca piena di macchie di vernice, con la faccia da slavo.

C'è odore di chiuso, qui. Guardo fuori, poi guardo tutta questa gente schiacciata, sembriamo bestie. Sono le sei, per tornare a casa siamo pecore che vanno nella stalla dopo aver preso aria. La città è un grosso recinto, ma dov'è il capobranco? E dov'è, il Pastore?

C'è tanto di te, in questo caos. Come quando penso a cosa ti direi, se fossi una storia e fossi libera d'essere scritta da me. Ti parlerei di come è stato difficile pensarti, ogni giorno, formulando il pensiero. Ti spiegherei che ti ho amato da prima che arrivassi sulla mia pagina, quasi non fosse un amore ma una concezione.

Di fianco sbuca qualcuno, è un signore basso, sulla quarantina, è l'unico che sorride. Spinge, mi chiede scusa, poi dice a una signora che deve scendere e sorride anche a lei. I due pakistani si spostano, uno mi fa cenno con la mano di sedermi, come a dire "Finalmente", e sorride pure lui. Io gli faccio "no" con la testa, sembra che gli dica "vada pure lei" e infatti lui nuovamente fa un cenno d'assenso con la testa e si siede. L'altro si gratta il naso e si mette vicino a lui, e parlano in una lingua strana, non li capisco.

Fuori c'è tanta calca, ci sono negozi illuminati con lucine che lampeggiano "pizza", "scarpe", e poi in grande, su campo blu, appare "COMPRO ORO". Sono immagini vecchie, sembrano uscite da Robocop, e penso a quelli che entrano in quegli squallidi posti dove si comprano i ricordi di famiglia, per mettere da parte i soldi. Penso che la disperazione è squallida, oltre che ingiusta.

Poi respiro il respiro degli altri, il bus non si scompone, è pieno come fosse appena partito ma siamo nel mezzo del viaggio. Fa una fermata, sale un'altra mandria di pecore cittadine, una signora con i capelli biondi ma più lisci di quella poco distante da me rimane fuori, non osa entrare. In compenso sono entrati altri due con la faccia da straniero, sembrano anche loro slavi, si mettono vicino a due ragazzi che si baciano, lui è grosso, sembra anche cattivo all'apparenza, lei ha gli occhiali ed è bassina, si tiene al mancorrente in alto, e lui prima di baciarla sulle labbra le bacia il polso, poi s'abbassa e le schiaccia le labbra con passione, sembrano usciti da un'altra storia.

Per loro sembra che lo spazio non sia un problema, loro sono lì e si fanno bastare quello che hanno.

Una volta mi hai chiesto a quante persone avevo dedicato la stessa canzone. Era stata una sera che avevamo vissuto insieme. Ho ripensato a così tante volte a quella domanda, era una di quelle domande che avrei posto a tutti i personaggi delle mie storie, di quelle inventate, di quelle vissute. 

Ti risposi che c'era una canzone per ognuno. E tu non so se ci hai mai creduto, che tutto quello che avevo provato, era stato un episodio. Un pilota, era tutta una scena. Ma era bello, forse, anche avere il tuo dubbio, che ci fosse tattica nei miei gesti, ripetitività nelle sensazioni.

Quella sera poi finì diversa da questa, stasera sono incastrato su un bus pieno, c'è gente, c'è confusione, ed è come fossero tutte quelle canzoni che ho dedicato insieme a dirmi che ora avrei voglia di uscire e correre invece che stare chiuso qui.

Qualcuno starnutisce dal fondo del convoglio, non so da dove, sembra che il pullman sia solo una specie di serpe sull'asfalto, gl'ammortizzatori si contraggono e si lasciano andare, rimbalziamo e con noi i pensieri di tutti quelli stipati insieme a me. La via è lunga, le macchine stanno tutte parcheggiate storte in doppia fila, sento una voglia banale, come di correre, la sentono tutti quelli che rimangono chiusi in un mezzo pubblico, pigiati fra gente che non conoscono, ma poi la sopprimono, si ricordano d'essere stanchi e quando scendono dal bus non pensano ad altro che al divano. 

Io però ci penso, a correre, penso che quando corro penso Ricordo, e sogno.

Ora che sono sul pullman, voglio fare quello, voglio correre e sognare all'aria aperta.

Poi però mi ricordo d'esser qui, in mezzo alle persone. Comincio ad odiare gli odori degli altri, quelli di carne viva e vissuta da ore e ore di lavoro. Sentirsi parte della gente, dicono tutti che sia bello, poi ti riscopri come una bestia, schiacciato. 

Una signora parla al cellulare, è seduta poco distante da noi, la sentiamo tutti mentre impreca contro chissà chi, e sento che a nessuno interessa quello che sta dicendo. 
Siamo come questo pullman, io ho mille storie ancora da pensare, ma non le penserò mai. Non sono in grado di ricordare tutti i pensieri che ho fatto, ho scordato da tempo tutte le storie che avevo deciso di scrivere. Chissà se tu, che sei stata tanto vicino a me, hai avuto quello stesso desiderio.

Come non potrò mai conoscere, e amare, tutte queste persone che affollano questo bus, una sera in cui uno sciopero mi ha obbligato a rimanere pinzato fra due pakistani, ad ascoltare le parole di altri, a guardare attendendo l'arrivo la via che scorre da sola, con i negozi che filtrano dai finestrini e sembrano usciti da un film di fantascienza anni '80, con le macchine in doppia fila, tutto dritto, con la strada che non cambia.

Guardo fuori, riconosco il paesaggio anche se è tutto diverso da come lo ricordavo. Sto arrivando a casa, solo. E quando arriverò non riuscirò a scrivere neanche una parola fra tutte quelle che ti avrei voluto dire, fra tutte le storie che t'avrei voluto dedicare.

NB: Il titolo è tributo al frutto di un lavoro (a cui ho dato un minimo apporto) di uno dei miei mentori e maestri, nonché fra i migliori amici, Gianluca Pallaro. Grazie Luca per avermi regalato una delle frasi più belle della mia vita. 


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