mercoledì, gennaio 12, 2011

Nulla - Un racconto 25

La città è vuota, non c'è altro. 

Ci sono i ricordi, la fottuta propensione al lasciar loro spazio. Quando ti prendono, ti sommergono. Come quando arriva l'illusione, o la vecchiaia. Che sono la stessa cosa, accompagnano solo la speranza che ci sia un "dopo", al dolore. All'ignoto.

Guardo la città, guardo intorno. Sono sospeso fra tutti i miei ricordi, e tu, tu questo non puoi saperlo, anche se sono sicuro che anche tu lo stai facendo.

Ti sei fatta spazio nel tuo dolore, per cercarli. Come sto facendo io, ora. Con un ricordo che non è tale, ma solo l'illusione, appunto: quella della tua immagine, che credo di conoscere, che credevo fosse lì ad aspettare me, proprio me. 

Sei, forse. Forse sei proprio tu, quel mio grande desiderio di attesa. E dire che non sei altro, appunto, che ricordi e illusione. Sei il vuoto della città asfissiata dalla stanchezza del mio pomeriggio, quando lascio ogni giorno il mio ufficio, scendo le scale e ripercorro la stessa strada di ogni giorno.

Avevo in mente mille parole, prima. Poi quando sono arrivato a casa, e ho cominciato a scriverle, le ho perse. Le ho scordate. Come ho scordato tutti i sogni che ho fatto da bambino, tranne uno, che non so perché ricordo ancora oggi. 

C'era una strega, che avevo visto montata su una giostra, fatta di cartongesso e bastoni di metallo, che si muoveva su un sentiero che conduceva alla spiaggia: e io ero nascosto con un altro bambino, fra i cespugli, e la guardavo passare. 

La mattina, mi alzai e lo dissi a mia madre, che mi disse che quella strega era solo un giocattolo montato su una giostra: e io, ogni volta che ci passavo davanti, a quella giostra, non trovavo altro da pensare che l'avrei ricordata tutta la vita.

Ricordo un incubo, da sempre. E ho dimenticato tutte le parole che avevo pensato, mentre tornando a casa, sognavo di scrivere ciò che immaginavo scorrendo i ricordi che ancora non avevo vissuto: i ricordi di te.

Te che non sei mai stata che un'illusione, come la vecchiaia. Credevo ci fosse una fine, come c'è stato un inizio. Casuale come l'Amore. Casuale come quando ci incrociamo con la gente, e poniamo domande che sono state poste da tutti, almeno una volta.

Scrivo, penso, riscrivo. Poi compongo, suono, cammino. Giaccio, dormo, e mi sveglio. Guardo, parlo, sto zitto. E c'è musica, e c'è ricordo. E c'è tutto, anche se non sai dire, come io non so farlo, perché tutto sembri essere così bello e ingiusto.

C'è che ora provo a dichiarare il niente. C'è che ora, provo a dirti quando ho deciso che tu saresti stata Tu. Un ricordo mai vissuto. Preso, e prestato all'immaginazione.

Nei meandri della città ti ho osservata. Nella banalità di tutti i discorsi che ho sentito dagli altri, ho ascoltato la voce delle parole che ho dimenticato. Ho raccontato storie in cui io ero in ogni dove, ero tutti i protagonisti, ero anche il narratore. E tu, eri il mondo dove tutto si svolgeva.

Eppure, il tutto non è ancora finito. Il ricordo è ancora lì, appeso a una spanna dall'esserci.

Ci sei tu, e poi c'è il tutto. Che per un ricordo che non s'è mai vissuto, corrisponde, inevitabilmente, al Nulla.


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