mercoledì, gennaio 12, 2011

Ricordi atei, di neve - Un racconto 24

Era capitato tutto per caso. Bastano pochi attimi per perdersi nel tempo e nel luogo dove ti trovi. Basta che ci sia la forza del ricordo.

Era andata così. Camminavo io, camminava lei. Ci incrociammo. Ci salutammo. E continuammo a camminare, in sensi opposti.


E fu come un esplodere di cose. Non per ciò che s'era susseguito, no: quello era noto. Era per ciò che era stato prima.


I ricordi. Io e lei, e l'illusione. Le dediche, i sogni, i pensieri, tutti solo ed esclusivamente miei. La sua indifferenza, il mio dolore. E la ricerca di tutto ciò che c'era dopo. Il futuro, una speranza. E tutte quelle che avrebbero potuto sostituirla.


Era come quel cazzo di tempo, asciutto, con la pioggerella che non cade perché non cade. Come un tempo senza voglia di cambiare, coperto, ma senza voglia di esplodere.


Esplodere in un cazzo di segno meteorologico, che come nella mia mente il dolore d'averla persa segnava il passo del tempo che scorreva, mi dicesse che l'estate era finita e che era ora di lasciarsi tutto alle spalle.

L'inverno più scarno di neve, ecco cos'era quel cazzo di inverno senza bianco sui tetti. Il Natale sgombro dal candido, silenzioso posarsi dei fiocchi d'acqua compattata. Il freddo non freddo, quello che non ti punge dentro. Il silenzio del fradicio ripensare.


Ed era rimasto tutto lì. Era bastato che la rivedessi fra la gente, per disperdere ogni senso. M'ero rifatto una vita, ero andato avanti. Ma era rispuntata.


Era come se l'avessi vista in mille luoghi diversi. Fra la gente, nel supermarket pieno di gente o sul bus la mattina quando gli altri sono solo fetidi spunti di odori sgraditi, era stato in uno dei momenti in cui l'avevo rivista. S'era nascosta nel freddo della mente, quel freddo secco che era rispuntato al suo sparire.


C'era grande amarezza, nel sapere che non era sopito il suo pensiero. Com'era uguale agli altri pensieri, il suo viso. Com'era simile al resto del mondo, saperla viva come lo era stata fra i momenti che aveva diviso con me. C'era passione, nelle mani che si congiungevano e, nel toccarsi, estrapolavano senso dai momenti altrimenti uguali agli altri.


L'avevo rivista, i suoi occhi sui miei, il suo sorriso finto della sorpresa, il cenno della mano. Era inverno e mi muovevo fra la gente come in una delle tante canzoni che si sentono alla radio, e avevo risposto al suo saluto con il mio sorriso più normale. Quello che non le mostrava altro che indifferenza, ma che indifferenza non aveva, non mostrava. 

Poi m'ero incamminato, nei luoghi che già conoscevo. L'avevo rivista, e la cosa più incredibile era che mi ero dimenticato dove. M'ero ritrovato sulla strada che mi riportava a casa, e ripensavo a quel suo gesto.

Era inverno, non faceva freddo. La mia giacca non mi faceva sentire che fuori la temperatura non abbatteva il muro del gelo. E mi mancava, quel gelo. Era come stare in montagna e sentire puzzo di smog. Volevo l'inverno, volevo il gelo. Volevo soffrire l'abbassarsi della temperatura.


Ero sul pullman, quando tornavo a casa fra la gente e il puzzo delle tante persone che tornavano a casa, stanche del lavoro. Ripensavo a lei, all'indifferenza del suo pensiero. Al fatto che era là, a salutarmi, in qualche luogo poco prima, ed era stato talmente intenso che m'ero persino dimenticato dov'ero. L'avevo guardata negli occhi, occhi che erano stati miei non nella sostanza ma nello sguardo. Che mi avevano guardato in attimi lontani, che erano stati miei e suoi, e che mi sarebbero mancati per sempre.


Ripensavo a quel verso di una canzone, che diceva "Ti cercherò negli occhi delle donne che nel mondo incontrerò". Pensavo a quel verso, a come era stato scritto su misura sul senso che ti dà amare una persona che hai già amato in un attimo.


Mi sentivo banale, a sognare l'illusione che fossi vero. E invece dimenticavo il luogo di dove era riapparsa, tanto era la consapevolezza che fosse la persona sbagliata.

Ero stato miscredente senza Dio, a credere che ci fosse la possibilità di preservare quel mio voler la persona sbagliata. Sognavo il suo odore, sognavo la sua voce nella mia saliva. Ripensavo ancora ala speranza di salvarla. E invece, c'era solo quel paesaggio smunto dei miei ricordi. C'era solo il fatto che l'avevo incrociata per strada, le avevo detto "ciao". Ed ero ricascato nel bastardo, infame vortice del pensiero nostalgico di chi si impone di avere un futuro.

Stavo tornando a casa, mentre la mia mente dettava queste parole a un'improbabile coscienza, e rimpiangeva il passato.

Ero sul pullman, mentre ci ripensavo. La strada scorreva, e insieme lei, incrociata poco prima, per caso. 


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