venerdì, febbraio 25, 2011

Nostalgia - Life in Technicolor part 146




Ho nostalgia delle prime volte. Di tutte quelle volte che ho raccontato un fatto appena accaduto, delle strette di mano agli sconosciuti che diventavano amici, delle presentazioni e del "Ciao, come ti chiami" che diventa "Ti voglio bene".

Ho nostalgia delle giornate delle medie, delle partite di pallone al campetto di calcio di via Carducci, dove ancora non avevano costruito un sovrappasso e mille palazzi sfitti. 

Ho nostalgia di quelle lunghe chiaccherate alle panche, dove tutti sapevano tutto di tutti gli argomenti, e si stava ore a cercare di prevedere il futuro, soprattutto il nostro.

Ho nostalgia di parole che avevo detto e di principi che avevo acquisito, principi che ho mutato con i miei anni, con le stesse frasi che pensavo avrei saputo scrivere un giorno, diventato adulto, per sempre giovane.

Ho nostalgia di un maglione di mia madre, era bianco, lo aveva una sera che mi sgridò ed ero alla scuola materna, però ricordo quel magliore, era bianco, aveva una trama con i buchi e le stava bene.

Ho nostalgia di tutte le ragazze che ho amato, tutte, in maniera uguale: mi sentivo bene, in quel momento.

Ho nostalgia della mia coerenza, e anche della mia incoerenza. Del mio pensar bene e del pensar male, della fiducia e della sfiducia, senza distinzioni, senza patemi, senza nessun postumo.

Ho nostalgia dei racconti che non ho scritto, dei libri che ho cominciato e finito in una frase sola, e dei sogni che mi facevano immaginare.

Ho nostalgia di un tema che scrissi alle medie, la professoressa mi diede "A" e me lo fece leggere di fronte a tutta la classe, e quello fu il mio primo reading.

Ho nostalgia della mia prima sigaretta, e anche dell'ultima. Quelle in mezzo sono tutte uguali.

Ho nostalgia della tristezza che ho provato, della purezza e della voglia di scappare.

Ho nostalgia, di una storia che non ho vissuto, perché l'ho immaginata talmente tante volte che è come fosse stata scritta per me.

Ho nostalgia, per questo provo a lasciar traccia di me in questo mondo, perché quando non ci sarò più vorrei poterci essere ancora.

Ho nostalgia del momento in cui ho potuto scegliere, e delle corse con mio papà.

Ho nostalgia del mio primo cane, si chiamava Lothar, oggi avrebbe 19 anni.

Ho nostalgia di quando non sapevo d'avere nostalgia, il tempo ancora non era passato.

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Il 9 marzo a CasaMAD farò un reading, dal titolo "Narrami". 
Leggerò una storia immaginata, di quelle che sembra siano state vissute, sul serio. 
Ore 22, via Santa Chiara 24/C, Torino
Porta chi vuoi.


lunedì, febbraio 21, 2011

Sorry about that, Charlotte - Un racconto 36

Avevo conosciuto Charlotte una notte che nevicava. Non lo sapevo che era andata così, quando le strinsi la mano non sapevo che c'eravamo già incontrati quando nevicava. Ma d'altronde, quando conosci una persona speciale non te ne accorgi mai come quando si fa rumore. C'è il silenzio della neve, quando t'innamori.

Avrei voluto saper dare l'amore che dava lei, quando guardava silenziosa la strada di fronte a noi e si perdeva nella sua delicatezza. Dei capelli che avevano ritratto tutti i pittori del mondo, mossi dal vento e dal respiro, il mio respiro, di quando m'avvicinavo e le baciavo il collo da dietro, e le scostavo le lunghe ciocche dal viso.

- Thomas, smettila! - urlava, ridendo. Rideva come la luce riflessa nella neve illumina la notte, ovattando tutto, rendendo splendida la sera. Era Charlotte, che prendevo in giro dicendo che si chiamava come una squadra di basket.

Una sera, le chiesi di partire per andare via.
- Dove? - fu la sua risposta - Dove vuoi portarmi, qual è il posto che non abbiamo ancora visto?
Per lei era tutto filosofia e incontri con massimi ideali.
- Voglio solo andare al mare, Charlotte.
- Ma è febbraio, perché vuoi andare al mare?
- Voglio che mi insegni a riflettere come sai fare tu.
- Vuoi imparare a pensare?
- Voglio imparare a restituire.

Così, a febbraio, ci mettemmo in macchina. E mentre guidavo, riflettevo, mentre lei guardava la campagna diventare un tratto verde e marrone spezzato dal guard rail.

Che c'è freddo sulla strada, si sa da sempre. Si spegne il cielo, quando sei lontano da casa, lo sanno tutti.

- Quando viaggi non ti viene voglia di essere a casa, anche se stai andando in un bel posto?
- Sì, è vero, anche se stai andando al mare.
- Sai, Charlotte, qual è la cosa che mi fa star bene?
- Cosa?
- Quando sto in un posto e mi viene un brivido.
- Di freddo?
- Sì, di freddo.

Lei allora si mise dritta sul sedile, come attenta.

- Quando dura un attimo e poi passa?
- Sì esatto, proprio quello. Quando passa talvolta penso che la sera torno a casa e lì starò al caldo. E allora il brivido finisce e per un attimo, un attimo solo, sono felice.
- Perché secondo te succede?
- Boh, forse perché a casa stai meglio che nel resto del mondo.

Si stiracchiò, poi tornò a guardare fuori dal finestrino. Io intanto guidavo, e dentro di me sorridevo.

-Anche se quando arrivi a casa e non c'è nessuno, non sei così felice.
- Hai mai pensato che quando torni a casa qualcuno che ti aspetta c'è sempre?
- E chi, Thomas?
- Tu.
- Chi, io? Mica vivo con te.
- Ma non tu tu, Charlotte. Tu nel senso che trovi te stesso.
- E questo ti fa sentire meno solo?
- Hai presente quando fuori fa freddo e sei sotto le coperte?
- Ancora con 'sto freddo.
- Massì, Charlotte! Quel senso lì che ti dà il sentirsi protetti, il caldo mica te lo riesce a dare, no?
- E la neve?
- La neve che c'entra?
- La neve non ti fa sentire protetto, anche fuori?
- No, perché?

Lei allora non parlò più. 

- Sai quella sera che nevicò?
Io rimasi in silenzio, solo perché sapevo di cosa parlava.
- Il giorno dopo ci siamo conosciuti, ti ricordi?
Feci di sì con la testa, senza rispondere.

Lei allora guardò fuori dal finestrino, di nuovo. Non potevo vederla in viso, anche se sapevo che aveva l'espressione silenziosa di chi sta pensando un sacco di cose, lentamente. Era delicata, e premurosa con i suoi sentimenti. Non ne avrebbe stropicciato neanche uno, fosse stato un pezzo di carta.

Ma i sentimenti sono come la neve. Si posano, e non li senti fino al mattino dopo.

- Io sognavo qualcuno che non riflettesse i raggi della luna, io volevo che qualcuno sapesse accoglierli.
- E io so farlo?
- No.

Mi venne un brivido freddo, dentro.

- Però provi ad essere buono, buono come la notte.
- La notte non è buona.
- Anche il freddo, sembra non porti nulla di buono.
- E allora?
- E allora quando appare ti senti felice, l'hai detto prima.

Continuai a guidare, verso il mare. Era febbraio, c'era il sole, chissà quante volte avrebbe nevicato ancora.


sabato, febbraio 19, 2011

'90, The Smashing Pumpkins, Noi - Life in Technicolor part 145




Una sera, fu una sera. Ci rivedemmo dopo tanto. Io e lui, un vecchio, caro amico. Era tornato e mi aveva contattato, perché era tornato per motivi imprevedibili. Aveva bisogno di me, senza sapere che io avevo bisogno di lui. Eravamo stati tanto insieme, da giovani. Poi lui era andavo via, e dopo che era andato via, s'era spezzato il connubio della nostra giovinezza. 

A trent'anni puoi essere vecchio, se quando ne avevi diciotto, di anni, il mondo era tuo senza che il mondo lo sapesse.


E parlammo, di musica. I nostri idoli erano gli Smashing Pumpkins. Parlavamo del concerto, di quel concerto. 29 settembre 2000. Palavobis, Milano. E da lì, agli anni prima. Le serate passate a suonare. Le birre Moretti da 66 cl spese al parchetto. Tante sigarette. I primi amori, bruciati. Il silenzio del resto del mondo, quando ci chiedevamo se ci saremmo riusciti. La prima volta in vacanza da soli. Il quaderno dei pensieri, dove scrivevamo per ore, che ci passavamo, in modo che uno sapesse i ricordi dell'altro. I cd prestati e mai restituiti. 

- Quanti anni sono passati?
- Soltanto 12.

C'era un tempo, c'è stato un tempo, in cui io ero giovane e non sarei mai invecchiato. Lui, idem. C'era la nostra speranza, figlia degli anni in cui il grunge non era morto, il manifesto di una vita erano la musica e i sogni che prendevano tutte le forme che volevamo darle, perché era vita, non presumevamo avesse una fine.

- Tu quante volte sei stato ubriaco?
- Tante, così tante che non me le ricordo.
- E quante volte hai saltato troppo in avanti per ricordarti di tornare indietro?
- Troppe, anche in questo caso.

Troppe come le Philip Morris, le Marlboro e le Gauloises che regalavano nei pub, e noi non potevamo accettarle per paura di nostra madre che le trovasse nelle nostre tasche, o nello zaino per andare a scuola.

- Per quello ho imparato a nascondere nel vano della lampadina dell'ascensore, quando tornavo a casa.
- Ed è per quello che ancora oggi, quando passo a casa tua, quelle poche volte che passo, allungo la mano in ascensore verso l'alto, e controllo che non ci sia un pacco di sigarette, fra la polvere e la lampadina.

Che dialogo era? Uno di due trentenni, su un balcone, una notte d'inverno così fredda per essere febbraio. E cosa era servito, per ritrovarsi fermi ai nostri diciotto anni? I nostri diciassette anni? I nostri sedici anni? Quel caso strano, una sera normale, che passeggiavano fra i locali del Quadrilatero, e come fossimo entrambi con la ex fidanzata che ti molla e a cui rivolgerai per sempre le stesse domande, ci trovammo a chiederci dove fosse andato tutto il tempo che era passato, da allora.

Era servito cosa? Che tornassi a casa. E sentivo friggere i pensieri, migliaia di pensieri, di quelli di un ragazzo mai cresciuto che non saprà far altro che scrivere le stesse, medesime parole della sua adolescenza, costellata dalla musica di un gruppo di Chicago che non sarà mai collocabile nelle gerarchie musicali, con un front-man che abbiamo imitato tante di quelle volte.

La ringhiera vibrò, quando poggiandoci sopra, sentimmo che era passato il tempo. Eravamo ingrassati.

- Ti ricordi? Scrivevamo quaderni per ricordarci i pensieri che formulavano, la notte d'estate.
- Era il 1998.
- Era il fottuto 1998.
- Kurt Kobain era morto da 4 anni.
- Io suonavo da 5, già.

Ed era vero, alla matassa non serve granché per ritrovare il suo bandolo, se la matassa sei tu e il filo sono i tuoi ricordi.

E il bandolo? Il bandolo è la tua serenità, quella che avevi quando eri in grado di spostare il mondo con l'immaginazione, fatta di speranze, di sogni, di voler passare senza lasciare che passassero i ricordi che avevi lasciato negli altri.

- Ricordi? Sognavamo d'esser artisti.
- Sognavamo di suonare.
- Sognavamo di rimanere anche se saremmo morti.

Eravamo la generazione cresciuta fra la fine e l'inizio, fra Tangentopoli e Di Pietro con Berlusconi che non era più solo il presidente del Milan, eravamo fra le preghiere obbligate e le musiche che imparavamo a conoscere. C'era MTV, non c'era Emule. C'era Internet, solo per chi aveva i soldi, quindi non noi. C'erano i pantaloni a 50 mila lire, con i buchi fatti dalla nonna e c'era la chitarra da guardare solo dalla vetrina, con la voglia di prenderla e spaccarla perché volevamo rompere il palco con noi sopra. C'erano gli anni che non sarebbero terminati, c'erano tonnellate, tonnellate di persone, e noi sotto e sopra e di fianco e in mezzo a tutti, con le nostre sigarette comprate con i soldi della paghetta, con la voglia di non essere come quelli che erano venuti prima, che volevamo insegnare a quelli che sarebbero venuti dopo.

Ascoltavamo i Nirvana, ma ci ritrovavamo solo negli Smashing Pumpkins. Il nostro cuore era la nostra mente, pensavamo che non saremmo mai potuti essere diversi dai nostri sentimenti perché erano autentici.

Dicevamo tutto questo, mentre sorseggiavamo un brandy, una notte di febbraio, dopo tante birre e tante sigarette, un panino dal porcaro e quella svogliatezza di andare a dormire.


Eravamo figli degli anni '90, cresciuti troppo per avere ancora un quaderno dove scrivere i nostri sogni, troppo per essere ancora senza email, cellulare, e con le lire.

Prima di andare via, mi fece la stessa domanda di sempre. 


- Ti ricordi?
- E come potrei dimenticarlo?


Come.

giovedì, febbraio 17, 2011

Idoli - Un racconto 35



Pioveva, poi smetteva, poi riprendeva a piovere. C'erano colori dappertutto, azzurro e celeste soprattutto. Poi la tempesta s'era rassenerata sul serio, era spiovuto, non faceva freddo. Il poco grigio che c'era, era spaesato e uggioso: era poco, ma efficace. E io, che da dentro la sala d'aspetto guardavo tutti seduto su una sedia di plastica durissima con le gambe in ferro arrugginite, rimanevo lì, a guardare, mentre ascoltavo una canzone a basso volume e attendevo il mio turno.

Quando ascolti una canzone, senti muoversi dentro il rumore del tempo. C'è ritmo. C'è colore, calore, come quel giorno di pioggia c'era azzurro e c'era freddo da pioggia. Il respiro, mi si gelava dentro. Eppure era come quando ascolti una canzone che non senti da un po', che ci vieni trascinato dentro. È la musica, bellezza. È soltanto piena di vita.

Intorno a me si sviluppava il giorno. Mentre attendevo di entrare nella stanza, una musica passava dagli altoparlanti. Oltre la finestra, mescolanza di colori freddi. E il ritmo, dentro, fra il muro, me, lo spazio oltre.

- Qualcuno chiami il colonello - urlava un pazzo sul marciapiede, lo sentivo da lì - qualcuno gli spieghi che c'è ancora da vivere!

C'era il vetro, era lindo e senza aloni, ma si vedeva che c'era. La voce del pazzo era chiara, distinta dal resto, rumori di camion e auto, passanti indifferenti, c'era la città viva ed grigia nonostante in alto si mescolassero azzurro e celeste.

- Colonnello!! Colonnello!! C'è azzurro nel cielo!! Non lo vede oltre il grigio?

Socchiusi gli occhi, ed era stupendo sapere che attendevo di esaudire un desiderio lungo tanto, tanto tempo. Quando sai che conoscerai una persona che hai sempre ammirato, senti come il ritmo che cresce nel sangue, buff buff spin spin, buff buff spin spin, c'è il rumore del liquido che ti scorre nelle vene che quando porta anidride carbonica diventa più scuro. Come il tempo quando s'inscurisce, e poi piove, anche dentro i vasi sanguigni ci sono due colori, uno è chiaro, l'altro è scuro, ma è sempre rosso. Come l'azzurro e il celeste che si mescolano in alto. 

C'era un tavolino al centro della stanza, pieno di riviste che non avrei mai letto da nessun'altra parte. Un odore di pulito intorno, presi un giornale, lo sfogliai, lo riposai e mi misi a braccia conserte. Le mani erano fredde, io che le avevo sempre calde, me le fregai, poi sorrisi e richiusi gli occhi.

- Colonnello, colonnello!! Non c'è speranza - gridava quel pazzo da sotto la finestra - L'azzurro si copre sempre con il grigio.

Che ragione c'è di sognare in un posto dove stai soltanto aspettando che il tempo scorra più velocemente, mi dissi. I pazzi, loro non sognano mai, o forse sognano sempre e siamo noi che non li comprendiamo. Gli indifferenti, sono loro la piaga di questo cazzo di pianeta, non quelli che urlano per strada.

Mi chiedevo chi fosse il colonnello che chiamava quel tizio. M'alzai e m'avvicinai alla finestra, c'era la gente che passava attorno a quel vecchio sul marciapiede, era come sono i pazzi della città, vestito di stracci, ogni tanto si muoveva avanti e indietro davanti a una vetrina di vestiti per bambini e ragazzi, poi riattaccava a urlare.

- Colonnello, colonnello! Mi prenda, mi porti nell'azzurro!!

Uscì una signora da quel negozio, era bella, con i capelli lunghi e vestita con un bel maglioncino, anche quello grigio, e una gonna nera. Non gli si avvicinò tanto, però sembrò parlargli. Lui la guardò, qualche attimo, poi se ne andò distante dalla vetrina qualche metro e non disse nulla, rimase solo fermo.

Tornai a sedermi sulla mia sedia di plastica e ferro arrugginito, non dissi nulla neppure io. Ancora musica a basso volume, dagli altoparlanti. Basso - alto, azzurro e grigio.

- Colonnello!! - lo risentii urlare - È ora che io vada!!

Il rumore dei camion e delle auto era incessante, la città viveva, sapevo che non c'era altro che grigio là sotto, che se non sei grigio in città ti fanno spostare, anche se chiami qualcuno che puoi vedere solo tu.

Poi mi toccai nuovamente le mani, erano fredde. Fuori minacciava di nuovo pioggia, c'era azzurro e celeste che si mescolavano, non faceva caldo come in quella bella sala d'attesa anche se non faceva freddo.

Oltre la porta, mi dicevo, c'è qualcuno che m'aspetta. 

- Signore? - disse una signorina, sulla porta, la sua segretaria - L'attende. Può entrare, ora.
Poi com'era arrivata andò via, forse era la segretaria. Sembra che certe persone arrivino e ripartano in maniera esattamente uguale, anche se sono cose esattamente diverse.
M'alzai, mi misi a camminare verso il suo ufficio. Teso, come l'urlo di quando ti fai male, come il ritmo che senti quando ascolti una canzone che non senti da tanto tanto tempo e che ti piace, tanto.

Mescolavano azzurro, celeste e grigio, rumori e grida senza senso, là fuori. Io invece no, avevo solo le mani fredde.

Qualcuno chiamava qualcun'altro che non era mai esistito. Io entravo in un ufficio di uno di quelli che hai sempre voluto conoscere, mi sembrava di essere così lontano. 


martedì, febbraio 15, 2011

Cosa ti aspetti dagli amici - Life in Technicolor part 144

Il 25 ottobre scorso ho scritto quella che secondo me è la ricetta per essere amici.

Ho elencato una serie di cose che bisogna cercare di mettere a disposizione degli altri, a seconda delle necessità caratteriale, per provare ad edificare un rapporto vero e duraturo. 

In questo periodo ho assistito per l'ennesima volta, le donne mi perdoneranno per lo schifosissimo approccio metaforico, al consueto riproporsi di amicizie mestruate.

Quelle persone che per mesi ti trattano da amico, poi magari ti fanno anche la paternale, poi all'improvviso spariscono per mesi e non si fanno più sentire e magari ti imputano la più piccola piccolezza mentre loro si comportano come, detto in francese, degli emeriti stronzi, dicendoti pure palle colossali e usando i più beceri trucchetti adolescenziali per i più disparati motivi.
Ecco. Pensavo alla sintomatologia dell'amico mestruato e non so bene come prendere questa tipologia di personaggi. In fondo, mi dico, non sono semplicemente amici, sono persone che nonostante vadano in chiesa, non esitano a continuare ad elemosinare prediche, magari si lanciano in vituperati comizi contro il mondo avaro di sentimenti e di correttezza, poi se ne fottono di quello che dicono e di fatto usano il tuo essere per, semplicemente, abbellirsi di fronte al loro ipotetico specchio, senza paura di trattare te o altri come pezze da piedi. Ah dimenticavo: ti chiedono solo che fai per sapere i cazzi tuoi.
Brutalmente parlando, a me interessa poco incazzarmi per cose così come facevo quando avevo vent'anni. Certo, mi fa ancora incazzare, ma sto imparando a fottermene allegramente. In fondo il mondo, se ci pensate, è pieno di amici mestruati, d'altronde è difficile mettere quegli ingredienti che ho provato ad elencare nel mio post in ogni rapporto, io cerco e molte volte eccedo fino a sbagliare le dosi, però cazzo, ancora riesco a non essere un amico mestruato. 

Magari scazzo, certo. Mi scogliono, mando a fanculo. Poi però ci si parla. Ci si chiarisce. Anche duramente, ovviamente. E se ci si sente di dirsi che non è cosa, ce lo si dice.

Quindi niente, oggi ripensavo a una coppia di amici mestruati che ho, e che nonostante io li osservi anche con molto affetto, non capisco perché debbano essere mestruati con me. Cioè, mi dico: lo so perfettamente da me che ho una colonia di gente che mi parla alle spalle semplicemente perché sono un cattolico atipico e perché tipicamente una parrocchia è più simile al Parlamento che a una culla di civiltà. E so perfettamente che ho lasciato strali di invidie fra molti conoscenti perché io ho fatto in determinati campi e loro no. E conosco molti che hanno goduto dei miei innumerevoli fallimenti per evidente latitanza di altri piaceri più consoni.

Però quei due, cazzo, quei due non li capisco proprio.

E allora, mi dicevo: io dai miei amici mi aspetto solo che siano sempre sinceri. Addirittura, tempo fa, ho dedicato ad alcuni dei migliori un post, un altro, proprio perché loro non hanno mai tradito quella fiducia che ripongo in loro.

Pensate a questa foto che ho scelto per il post. Me l'ha fatta un amico che è superparanoico più di me talvolta, eppure tenta, ci prova a fare qualcosa di bello, e ci prova a volermi bene come chiedo io, e io lo apprezzo per questo e faccio altrettanto con lui.
 
Sarà che con lui non poi tanto difficile, nonostante tutto, essere amici.

Sarà. Però io quei due non li capisco proprio, e presumo non li capirò mai.

domenica, febbraio 13, 2011

Apocalisse, Coerenza - Un racconto 34

Dormiva, mentre guardavo fuori dalla finestra. Le lenzuola tutte sparpagliate, c'era freddo nella stanza. Il sole era tiepido, il cielo normale, non sembrava neanche stesse correndo, il tempo dell'Ultimo Giorno del Mondo.

La televisione ne parlava da anni, di quel momento in cui pareva ci sarebbe stata la Fine. Sembrava uno di quei film di fantascienza dove i ricchi scappano a bordo di incredibili navi spaziali e dove un gruppo sparuto di cittadini assolutamente normali, il più delle volte in pigiama e ciabatte, scappano per ore - che nel film sono giorni - senza dormire, mangiare, pisciare, e riescono a infilarsi in quelle incredibili navi spaziali con i ricchi che, improvvisamente, si trasformano da squali spocchiosi a piccole MadriTeresadiCalcutta. Solo che io, di quel ruolo di cittadino assolutamente normale, avevo rifiutato la gesta, andando a preferire una sana normalità finché la Fine non fosse sopraggiunta.

Lei si girò nel letto e mi parlò, farfugliando: - E' cominciato?
- No.
Fuori c'era come un normale giorno coperto. La Fine chissà come sarebbe stata. La sera, quello che rimaneva della televisione pubblica aveva annunciato l'esplosione di una bomba nel centrocittà. Erano morte 122 persone, che stavano saccheggiando un grande magazzino ormai pieno di merce inutile. Non si sapeva neanche chi fosse l'autore del gesto, e francamente non interessava nessuno.

Nella strada le macchine erano tutte impolverate. Anche io, come tutti gli altri, avevo cominciato a prendere il bus per andare al lavoro, dove si svolgevano incredibili session di preghiera multiconfessionali. Tutti pregavano insieme, nella loro lingua e il loro Dio. Sul bus, la mattina, c'era solo un gran casino.

Quanti anni erano passati, da quando eravamo andati a vivere insieme. La guardavo attorcigliarsi nel lenzuolo appesantito dai piumoni, con gli occhi semichiusi e quel sorriso che faceva capolino ogni tanto, quello che faceva quando era felice. Le era sempre piaciuto stare nel letto. Ogni volta, sempre uguale.

Eppure, in quell'ultima mattina, come in quei film dove all'ultimo minuto salta fuori la verità dall'eroico personaggio che mostra un unico, incredibile peccato, sentii la necessità di raccontarle la storia che diede via al tutto.

- Tu sai che io ero innamorato.

Lei tenne gli occhi semichiusi, mosse lievemente la mano, strinse il bordo del lenzuolo e tirò a sè il piumone, e non rispose. Mi voltai e non dissi nulla, lei neppure.

Fuori il cielo pareva muoversi uguale alle altre mattine. Che forma avrebbe avuto la Fine? C'era chi diceva sarebbe stato un lampo, chi un'esplosione enorme, altri ancora che la terra avrebbe inghiottito tutto. Io la immaginavo, semplicemente, come un lento addormentarsi.

- Lo ero anche quando siamo venuti a vivere qui.

Lei non aveva mai amato i film americani, anche se quella mattina sembrò voler fare la coprotagonista femminile, quelle che sanno tutto ma per amor di patria fanno finta di nulla. 

- Io ho sempre saputo.

Non mi mossi, ma rimasi sorpreso. La sagacia, era una dote che non le avevo mai attribuito. Ero rimasto con lei perché era dolce, perché mi ricordava il candore e la delicatezza, era in grado di darmi il senso d'abbandono del giacere al caldo. L'Altra, invece, non era stato che un sogno durato qualche tempo, che avevo pensato troppo e con cui avevo vissuto troppo poco. Ma che, coerentemente, avevo immaginato per anni nella stessa, identica maniera: bella, risoluta, irraggiungibile. 

Era quello il senso che dava l'innamoramento? Vivere una persona, anche nei sogni, come l'avevi pensata il primo momento che ti eri accorto di lei? 

Uno stormo d'uccellini volevano sparpagliati, le nuvole si muovevano. Quando sarebbe sopraggiunto, pensai, avrei chiuso gli occhi e avrei sorriso. Si sorride alla Fine solo perché sai che non puoi sfuggirci.

Poi parlò lei, con tono fermo: - Io però so che tu amavi anche me.

Non risposi. Anche lei l'avevo sempre pensata, l'avevo stretta in tanti posti diversi, e come il primo giorno che la baciai sentivo di viverla con coerenza.

L'Altra però era un rammarico. L'Altra era stata uno spazio di qualche tempo, dove per cause diverse Lei non c'era. La conobbi e pensai che c'era spazio per sognarla. Sullo sfondo della mia Coerenza, la vidi per un po', senza sfiorarla se non con parole che cercavo di soppesare. Era perturbante, perdevo il controllo, tornavo ragazzino. Era bello, ma anche struggente, perché avrei voluto ma non avrei potuto. Troppo distanti, o forse, troppo perfetti con lo spazio fra noi che si limitava al semplice desiderio.

Poi era tornata Lei, e io avevo smesso di vedere l'Altra. Ma questo non m'impediva, talvolta, di sognarla. La Coerenza era rimasta.

- Secondo te capiterà presto?- le chiesi.
- Secondo me faresti meglio a venire qui, e abbracciarmi.

Guardai fuori dalla finestra, il cielo sembrava normale. Sentii in lontananza un botto. Lasciai la tenda, tornai nel letto. Mi sentivo come quei personaggi dei film americani che non hanno paura di morire e si affidano alla Fine con fiducia.

Mi sdraiai, coprendomi con lenzuola e coperte. C'era un bel tepore, nel letto. 

Le passai il braccio sulla vita e le nostre mani si strinsero. La avvolsi, il mio corpo sul suo, le gambe s'intrecciarono. La baciai sulla guancia, poi chiusi gli occhi.

- Se l'avessi baciata, ora saresti qui?

Rimasi in silenzio. Lei non disse più nulla, io sorrisi.


martedì, febbraio 08, 2011

Narrami - Un racconto 33

Parlarci era sempre stato un sospeso. Fra terra e cielo, c'era uno spazio fra ciò che avremmo voluto, e ciò che facevamo. Eravamo corpi, non eravamo altro che corpi. Perché senza voglie, non avevamo anime: perché le anime hanno bisogno dei bisogni.

Stavamo a guardare il cielo da una panchina su cui ogni mattina desideravo sentire, e guardare.

Era mattina, presto. Una notte passata a bere Negroni, io avevo ricominciato a fumare, mi era sempre piaciuto, e perché non riprendere quella sera. A saperlo ero io per primo, che amavo guardare il corpo disintegrarsi in un piacere lungo qualche minuto. 

Ma era l'unica cosa che mi ricordava quanto fosse semplice vivere con il desiderio di vivere, con la voglia di fare del male al nemico e vedere quella stessa voglia sopperire alla voglia di perdonarlo, il nemico che non era più tale.

Lei era sempre lei, come i sogni ospitano sempre le stesse immagini.


Seduti, le raccontavo.


- Sogno sempre d'esser rincorso dai topi. Li guardo mentre mi raggiungono e io non riesco a fermarmi, anche se corro loro mi prendono e mi riescono a stare appiccicati dietro, li senti alitarmi sui talloni mentre guardo le mie gambe muoversi, ma io sono fermo.


Lei ascoltava, ascoltava sempre. E non rispondeva, mai. Sapeva solo guardarmi, con un mezzo sorriso, quello della persona che vince la battaglia. 


- Continua.
- Non posso continuare, il sogno finisce lì. 
- I topi non ti mangiano?
- No, non mi mangiano.


C'era penombra, e nebbia e brina e faceva freddo. Era maggio, quando sei ubriaco ed è maggio il mal di testa non ti viene. Eravamo tutti e due ubriachi, da pazzi. La generazione perduta, fra i sogni precari come i contratti, e i talenti sprecati fra troppi cocktail pagati da papà. Eravamo quello. Un mondo di possibilità, un solco fra noi e loro. Si finiva sempre su una panchina, alla mattina presto.


Quando le avevo proposto di fermarci lì, non aveva nicchiato. Le piaceva l'idea di smaltire l'essere ebbri in un posto dove non ci foss'altro che silenzio. Era così che gliel'avevo descritto: "Là c'è silenzio, ci passo tutte le mattine, là ci dobbiamo fermare". Lei aveva detto subito sì, c'eravamo fermati con la macchina poco distante, avevamo camminato verso quelle panchine che ospitavano i miei sogni la mattina, i sogni di fuga, i sogni di silenzio. Chi l'avrebbe immaginato, mi dissi, che sarei stato lì, una notte, con lei.

Quando c'eravamo sentiti, avevamo parlato per due ore di Berlusconi. E basta. Da ubriachi si parla sempre di cose che non servono. O che esaltano. Poi ci eravamo ripiegati, c'eravamo incespicati. Alla domanda, c'è una risposta. Alle sue domande, poste senza punto interrogativo, io rispondevo con frasi dove il question mark era conclamato, di petto, di tono, d'espressione.

- Voglio un esercizio di stile.
- Vuoi che cosa?
- Voglio che parli con delle belle parole.
- Non ho belle parole, soprattutto a quest'ora della notte.
- Raccontami un sogno, allora.
- I sogni sono tutti immaturi.
- Ci sono storie mature?
- Ci sono storie dappertutto. 
- Non è vero, che aspettano te.
- Spazia fra le tue paranoie.
- Non ho paranoie, sono solo confuso.
- Dall'alcool?
- No. Dalle cose. 
- Dalla situazione.
- Sì.


Mi prese la mano, dolcemente, poggiò solo le sue dita sulla mia. 


- Ho vissuto questa situazione, ma in un'altra forma.
- Che significa?
- Che eravamo solo in un altro posto.
- Stai mentendo.

Mi girai, e la panchina si mosse con me.


- Ne approfitti perché sono ubriaco.
- Anche io sono ubriaca.
- Non è una scusa, essere ubriachi, per dire cose.
- Cose tipo cosa?
- Cose tipo.


Fu così che le raccontai il mio sogno, dei topi e della rincorsa che non finiva. La nebbia si diradava. C'era foschia, il Po pieno di grigio. Lei me lo chiese come fosse la cosa più bella del mondo, e semplice. Me lo chiese con il suo sguardo serio, senza perdersi nei suoi giri di pensieri, me lo chiese perché lo voleva veramente.


- Narrami.
- Cosa vuoi che ti racconti?
- No, non ti ho detto di raccontarmi. Ti ho detto "narrami".
 - Cosa significa "narrami"?


Non rispose. Ed era sempre così, lei faceva così quando pretendeva che la risposta la trovassi da te.

Glielo richiesi, e presi il respiro prima. 


- Cosa significa?


Lei si voltò verso di me, poi si distese sulla panchina, poggiò la testa sulla mia coscia. Prese dalla giacchetta che portava una Camel light, se la portò alla bocca, mi fece cenno d'accendere. Presi il mio accendino nero, le accesi la sigaretta, poi accesi io una Pall Mall light e tutto il nostro fumo si mischiò al grigio del mattino.


- Le storie che scriviamo sono tristi, perché scriviamo sempre storie tristi?
- Perché siamo tristi.
- Se scriviamo, non stiamo tristi, siamo infelici.
- E che differenza c'è, secondo te?


Fece un lungo tiro di sigaretta, sembrò che fosse veramente in un film, e credo volesse vivere quella sensazione, in quel momento.


- Credo che se sei infelice, sei solo consapevole.


Non le risposi, ma la guardai tanto intensamente che sentii male dentro, al cuore, e agli occhi. Poi continuammo a fumare, guardandoci, mentre il mattino calava, le nostre mani si strinsero ancora, questa volta sentii le dita intrecciarsi, poi buttai la sigaretta, la buttò anche lei, il grigio passava, c'era il sole oltre la collina anche se ancora non si vedeva.

NdR: Ci sono due persone che hanno lasciato parole, qui. Sono A.M. e P.N. Loro sanno, loro ringrazio.


giovedì, febbraio 03, 2011

Zion' Time - Un racconto 32



- Cosa capiterebbe se potessi dare voce alla musica? -

C'è un luogo, e quel luogo è ovunque. Sta nelle particelle, sta nel pensiero, sta nei desideri, sta nelle forme, sta nei gesti, sta nelle movenze, sta nella passione, sta nei respiri, sta nel sogno.

C'è un luogo che identifico nel mondo fatto di pezzi digitali, di pixel e rettifiche della realtà, oggi più che mai si smonta e si sforma e si ricostruisce sotto i miei occhi. 

E' quando ho incontrato una realtà in cui ciò che ho immaginato s'è fatto storia. Un posto dove ho unito i miei sogni e i miei gesti. Quel posto è fatto da un colpo, come mille parafrasi di tutte la parole che anche tu potrai dire, nello scorrere dei minuti che si fanno incandescenti dal momento in cui hai cominciato a farli diventare numeri da contare, più che attimi da respirare.

Quel posto è dove sei ora. Quel posto è un luogo dove c'è una storia per tutti. 

Un luogo fatto di tutti i posti, quel luogo è dentro e fuori e sopra e sotto, si perde fra i frammenti dei ricordi di tutti i luoghi che hai visitato.. e si ricompone con le immagini dei luoghi che immagini, perché ancora li devi visitare.

Quel posto scorre sotto i tuoi occhi. E' più che un luogo, è una reminiscenza fatta di speranza e di spazi immensi, non qui, non ora, ma sempre e ovunque.

Quel luogo è qui, e lo stai già vivendo.

- Non si da mai abbastanza voce, allo spazio -