sabato, febbraio 19, 2011

'90, The Smashing Pumpkins, Noi - Life in Technicolor part 145




Una sera, fu una sera. Ci rivedemmo dopo tanto. Io e lui, un vecchio, caro amico. Era tornato e mi aveva contattato, perché era tornato per motivi imprevedibili. Aveva bisogno di me, senza sapere che io avevo bisogno di lui. Eravamo stati tanto insieme, da giovani. Poi lui era andavo via, e dopo che era andato via, s'era spezzato il connubio della nostra giovinezza. 

A trent'anni puoi essere vecchio, se quando ne avevi diciotto, di anni, il mondo era tuo senza che il mondo lo sapesse.


E parlammo, di musica. I nostri idoli erano gli Smashing Pumpkins. Parlavamo del concerto, di quel concerto. 29 settembre 2000. Palavobis, Milano. E da lì, agli anni prima. Le serate passate a suonare. Le birre Moretti da 66 cl spese al parchetto. Tante sigarette. I primi amori, bruciati. Il silenzio del resto del mondo, quando ci chiedevamo se ci saremmo riusciti. La prima volta in vacanza da soli. Il quaderno dei pensieri, dove scrivevamo per ore, che ci passavamo, in modo che uno sapesse i ricordi dell'altro. I cd prestati e mai restituiti. 

- Quanti anni sono passati?
- Soltanto 12.

C'era un tempo, c'è stato un tempo, in cui io ero giovane e non sarei mai invecchiato. Lui, idem. C'era la nostra speranza, figlia degli anni in cui il grunge non era morto, il manifesto di una vita erano la musica e i sogni che prendevano tutte le forme che volevamo darle, perché era vita, non presumevamo avesse una fine.

- Tu quante volte sei stato ubriaco?
- Tante, così tante che non me le ricordo.
- E quante volte hai saltato troppo in avanti per ricordarti di tornare indietro?
- Troppe, anche in questo caso.

Troppe come le Philip Morris, le Marlboro e le Gauloises che regalavano nei pub, e noi non potevamo accettarle per paura di nostra madre che le trovasse nelle nostre tasche, o nello zaino per andare a scuola.

- Per quello ho imparato a nascondere nel vano della lampadina dell'ascensore, quando tornavo a casa.
- Ed è per quello che ancora oggi, quando passo a casa tua, quelle poche volte che passo, allungo la mano in ascensore verso l'alto, e controllo che non ci sia un pacco di sigarette, fra la polvere e la lampadina.

Che dialogo era? Uno di due trentenni, su un balcone, una notte d'inverno così fredda per essere febbraio. E cosa era servito, per ritrovarsi fermi ai nostri diciotto anni? I nostri diciassette anni? I nostri sedici anni? Quel caso strano, una sera normale, che passeggiavano fra i locali del Quadrilatero, e come fossimo entrambi con la ex fidanzata che ti molla e a cui rivolgerai per sempre le stesse domande, ci trovammo a chiederci dove fosse andato tutto il tempo che era passato, da allora.

Era servito cosa? Che tornassi a casa. E sentivo friggere i pensieri, migliaia di pensieri, di quelli di un ragazzo mai cresciuto che non saprà far altro che scrivere le stesse, medesime parole della sua adolescenza, costellata dalla musica di un gruppo di Chicago che non sarà mai collocabile nelle gerarchie musicali, con un front-man che abbiamo imitato tante di quelle volte.

La ringhiera vibrò, quando poggiandoci sopra, sentimmo che era passato il tempo. Eravamo ingrassati.

- Ti ricordi? Scrivevamo quaderni per ricordarci i pensieri che formulavano, la notte d'estate.
- Era il 1998.
- Era il fottuto 1998.
- Kurt Kobain era morto da 4 anni.
- Io suonavo da 5, già.

Ed era vero, alla matassa non serve granché per ritrovare il suo bandolo, se la matassa sei tu e il filo sono i tuoi ricordi.

E il bandolo? Il bandolo è la tua serenità, quella che avevi quando eri in grado di spostare il mondo con l'immaginazione, fatta di speranze, di sogni, di voler passare senza lasciare che passassero i ricordi che avevi lasciato negli altri.

- Ricordi? Sognavamo d'esser artisti.
- Sognavamo di suonare.
- Sognavamo di rimanere anche se saremmo morti.

Eravamo la generazione cresciuta fra la fine e l'inizio, fra Tangentopoli e Di Pietro con Berlusconi che non era più solo il presidente del Milan, eravamo fra le preghiere obbligate e le musiche che imparavamo a conoscere. C'era MTV, non c'era Emule. C'era Internet, solo per chi aveva i soldi, quindi non noi. C'erano i pantaloni a 50 mila lire, con i buchi fatti dalla nonna e c'era la chitarra da guardare solo dalla vetrina, con la voglia di prenderla e spaccarla perché volevamo rompere il palco con noi sopra. C'erano gli anni che non sarebbero terminati, c'erano tonnellate, tonnellate di persone, e noi sotto e sopra e di fianco e in mezzo a tutti, con le nostre sigarette comprate con i soldi della paghetta, con la voglia di non essere come quelli che erano venuti prima, che volevamo insegnare a quelli che sarebbero venuti dopo.

Ascoltavamo i Nirvana, ma ci ritrovavamo solo negli Smashing Pumpkins. Il nostro cuore era la nostra mente, pensavamo che non saremmo mai potuti essere diversi dai nostri sentimenti perché erano autentici.

Dicevamo tutto questo, mentre sorseggiavamo un brandy, una notte di febbraio, dopo tante birre e tante sigarette, un panino dal porcaro e quella svogliatezza di andare a dormire.


Eravamo figli degli anni '90, cresciuti troppo per avere ancora un quaderno dove scrivere i nostri sogni, troppo per essere ancora senza email, cellulare, e con le lire.

Prima di andare via, mi fece la stessa domanda di sempre. 


- Ti ricordi?
- E come potrei dimenticarlo?


Come.

2 commenti:

la rochelle ha detto...

commoscion

fRa ha detto...

serata remeic, ti dico solo.