domenica, febbraio 13, 2011

Apocalisse, Coerenza - Un racconto 34

Dormiva, mentre guardavo fuori dalla finestra. Le lenzuola tutte sparpagliate, c'era freddo nella stanza. Il sole era tiepido, il cielo normale, non sembrava neanche stesse correndo, il tempo dell'Ultimo Giorno del Mondo.

La televisione ne parlava da anni, di quel momento in cui pareva ci sarebbe stata la Fine. Sembrava uno di quei film di fantascienza dove i ricchi scappano a bordo di incredibili navi spaziali e dove un gruppo sparuto di cittadini assolutamente normali, il più delle volte in pigiama e ciabatte, scappano per ore - che nel film sono giorni - senza dormire, mangiare, pisciare, e riescono a infilarsi in quelle incredibili navi spaziali con i ricchi che, improvvisamente, si trasformano da squali spocchiosi a piccole MadriTeresadiCalcutta. Solo che io, di quel ruolo di cittadino assolutamente normale, avevo rifiutato la gesta, andando a preferire una sana normalità finché la Fine non fosse sopraggiunta.

Lei si girò nel letto e mi parlò, farfugliando: - E' cominciato?
- No.
Fuori c'era come un normale giorno coperto. La Fine chissà come sarebbe stata. La sera, quello che rimaneva della televisione pubblica aveva annunciato l'esplosione di una bomba nel centrocittà. Erano morte 122 persone, che stavano saccheggiando un grande magazzino ormai pieno di merce inutile. Non si sapeva neanche chi fosse l'autore del gesto, e francamente non interessava nessuno.

Nella strada le macchine erano tutte impolverate. Anche io, come tutti gli altri, avevo cominciato a prendere il bus per andare al lavoro, dove si svolgevano incredibili session di preghiera multiconfessionali. Tutti pregavano insieme, nella loro lingua e il loro Dio. Sul bus, la mattina, c'era solo un gran casino.

Quanti anni erano passati, da quando eravamo andati a vivere insieme. La guardavo attorcigliarsi nel lenzuolo appesantito dai piumoni, con gli occhi semichiusi e quel sorriso che faceva capolino ogni tanto, quello che faceva quando era felice. Le era sempre piaciuto stare nel letto. Ogni volta, sempre uguale.

Eppure, in quell'ultima mattina, come in quei film dove all'ultimo minuto salta fuori la verità dall'eroico personaggio che mostra un unico, incredibile peccato, sentii la necessità di raccontarle la storia che diede via al tutto.

- Tu sai che io ero innamorato.

Lei tenne gli occhi semichiusi, mosse lievemente la mano, strinse il bordo del lenzuolo e tirò a sè il piumone, e non rispose. Mi voltai e non dissi nulla, lei neppure.

Fuori il cielo pareva muoversi uguale alle altre mattine. Che forma avrebbe avuto la Fine? C'era chi diceva sarebbe stato un lampo, chi un'esplosione enorme, altri ancora che la terra avrebbe inghiottito tutto. Io la immaginavo, semplicemente, come un lento addormentarsi.

- Lo ero anche quando siamo venuti a vivere qui.

Lei non aveva mai amato i film americani, anche se quella mattina sembrò voler fare la coprotagonista femminile, quelle che sanno tutto ma per amor di patria fanno finta di nulla. 

- Io ho sempre saputo.

Non mi mossi, ma rimasi sorpreso. La sagacia, era una dote che non le avevo mai attribuito. Ero rimasto con lei perché era dolce, perché mi ricordava il candore e la delicatezza, era in grado di darmi il senso d'abbandono del giacere al caldo. L'Altra, invece, non era stato che un sogno durato qualche tempo, che avevo pensato troppo e con cui avevo vissuto troppo poco. Ma che, coerentemente, avevo immaginato per anni nella stessa, identica maniera: bella, risoluta, irraggiungibile. 

Era quello il senso che dava l'innamoramento? Vivere una persona, anche nei sogni, come l'avevi pensata il primo momento che ti eri accorto di lei? 

Uno stormo d'uccellini volevano sparpagliati, le nuvole si muovevano. Quando sarebbe sopraggiunto, pensai, avrei chiuso gli occhi e avrei sorriso. Si sorride alla Fine solo perché sai che non puoi sfuggirci.

Poi parlò lei, con tono fermo: - Io però so che tu amavi anche me.

Non risposi. Anche lei l'avevo sempre pensata, l'avevo stretta in tanti posti diversi, e come il primo giorno che la baciai sentivo di viverla con coerenza.

L'Altra però era un rammarico. L'Altra era stata uno spazio di qualche tempo, dove per cause diverse Lei non c'era. La conobbi e pensai che c'era spazio per sognarla. Sullo sfondo della mia Coerenza, la vidi per un po', senza sfiorarla se non con parole che cercavo di soppesare. Era perturbante, perdevo il controllo, tornavo ragazzino. Era bello, ma anche struggente, perché avrei voluto ma non avrei potuto. Troppo distanti, o forse, troppo perfetti con lo spazio fra noi che si limitava al semplice desiderio.

Poi era tornata Lei, e io avevo smesso di vedere l'Altra. Ma questo non m'impediva, talvolta, di sognarla. La Coerenza era rimasta.

- Secondo te capiterà presto?- le chiesi.
- Secondo me faresti meglio a venire qui, e abbracciarmi.

Guardai fuori dalla finestra, il cielo sembrava normale. Sentii in lontananza un botto. Lasciai la tenda, tornai nel letto. Mi sentivo come quei personaggi dei film americani che non hanno paura di morire e si affidano alla Fine con fiducia.

Mi sdraiai, coprendomi con lenzuola e coperte. C'era un bel tepore, nel letto. 

Le passai il braccio sulla vita e le nostre mani si strinsero. La avvolsi, il mio corpo sul suo, le gambe s'intrecciarono. La baciai sulla guancia, poi chiusi gli occhi.

- Se l'avessi baciata, ora saresti qui?

Rimasi in silenzio. Lei non disse più nulla, io sorrisi.


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