giovedì, febbraio 17, 2011

Idoli - Un racconto 35



Pioveva, poi smetteva, poi riprendeva a piovere. C'erano colori dappertutto, azzurro e celeste soprattutto. Poi la tempesta s'era rassenerata sul serio, era spiovuto, non faceva freddo. Il poco grigio che c'era, era spaesato e uggioso: era poco, ma efficace. E io, che da dentro la sala d'aspetto guardavo tutti seduto su una sedia di plastica durissima con le gambe in ferro arrugginite, rimanevo lì, a guardare, mentre ascoltavo una canzone a basso volume e attendevo il mio turno.

Quando ascolti una canzone, senti muoversi dentro il rumore del tempo. C'è ritmo. C'è colore, calore, come quel giorno di pioggia c'era azzurro e c'era freddo da pioggia. Il respiro, mi si gelava dentro. Eppure era come quando ascolti una canzone che non senti da un po', che ci vieni trascinato dentro. È la musica, bellezza. È soltanto piena di vita.

Intorno a me si sviluppava il giorno. Mentre attendevo di entrare nella stanza, una musica passava dagli altoparlanti. Oltre la finestra, mescolanza di colori freddi. E il ritmo, dentro, fra il muro, me, lo spazio oltre.

- Qualcuno chiami il colonello - urlava un pazzo sul marciapiede, lo sentivo da lì - qualcuno gli spieghi che c'è ancora da vivere!

C'era il vetro, era lindo e senza aloni, ma si vedeva che c'era. La voce del pazzo era chiara, distinta dal resto, rumori di camion e auto, passanti indifferenti, c'era la città viva ed grigia nonostante in alto si mescolassero azzurro e celeste.

- Colonnello!! Colonnello!! C'è azzurro nel cielo!! Non lo vede oltre il grigio?

Socchiusi gli occhi, ed era stupendo sapere che attendevo di esaudire un desiderio lungo tanto, tanto tempo. Quando sai che conoscerai una persona che hai sempre ammirato, senti come il ritmo che cresce nel sangue, buff buff spin spin, buff buff spin spin, c'è il rumore del liquido che ti scorre nelle vene che quando porta anidride carbonica diventa più scuro. Come il tempo quando s'inscurisce, e poi piove, anche dentro i vasi sanguigni ci sono due colori, uno è chiaro, l'altro è scuro, ma è sempre rosso. Come l'azzurro e il celeste che si mescolano in alto. 

C'era un tavolino al centro della stanza, pieno di riviste che non avrei mai letto da nessun'altra parte. Un odore di pulito intorno, presi un giornale, lo sfogliai, lo riposai e mi misi a braccia conserte. Le mani erano fredde, io che le avevo sempre calde, me le fregai, poi sorrisi e richiusi gli occhi.

- Colonnello, colonnello!! Non c'è speranza - gridava quel pazzo da sotto la finestra - L'azzurro si copre sempre con il grigio.

Che ragione c'è di sognare in un posto dove stai soltanto aspettando che il tempo scorra più velocemente, mi dissi. I pazzi, loro non sognano mai, o forse sognano sempre e siamo noi che non li comprendiamo. Gli indifferenti, sono loro la piaga di questo cazzo di pianeta, non quelli che urlano per strada.

Mi chiedevo chi fosse il colonnello che chiamava quel tizio. M'alzai e m'avvicinai alla finestra, c'era la gente che passava attorno a quel vecchio sul marciapiede, era come sono i pazzi della città, vestito di stracci, ogni tanto si muoveva avanti e indietro davanti a una vetrina di vestiti per bambini e ragazzi, poi riattaccava a urlare.

- Colonnello, colonnello! Mi prenda, mi porti nell'azzurro!!

Uscì una signora da quel negozio, era bella, con i capelli lunghi e vestita con un bel maglioncino, anche quello grigio, e una gonna nera. Non gli si avvicinò tanto, però sembrò parlargli. Lui la guardò, qualche attimo, poi se ne andò distante dalla vetrina qualche metro e non disse nulla, rimase solo fermo.

Tornai a sedermi sulla mia sedia di plastica e ferro arrugginito, non dissi nulla neppure io. Ancora musica a basso volume, dagli altoparlanti. Basso - alto, azzurro e grigio.

- Colonnello!! - lo risentii urlare - È ora che io vada!!

Il rumore dei camion e delle auto era incessante, la città viveva, sapevo che non c'era altro che grigio là sotto, che se non sei grigio in città ti fanno spostare, anche se chiami qualcuno che puoi vedere solo tu.

Poi mi toccai nuovamente le mani, erano fredde. Fuori minacciava di nuovo pioggia, c'era azzurro e celeste che si mescolavano, non faceva caldo come in quella bella sala d'attesa anche se non faceva freddo.

Oltre la porta, mi dicevo, c'è qualcuno che m'aspetta. 

- Signore? - disse una signorina, sulla porta, la sua segretaria - L'attende. Può entrare, ora.
Poi com'era arrivata andò via, forse era la segretaria. Sembra che certe persone arrivino e ripartano in maniera esattamente uguale, anche se sono cose esattamente diverse.
M'alzai, mi misi a camminare verso il suo ufficio. Teso, come l'urlo di quando ti fai male, come il ritmo che senti quando ascolti una canzone che non senti da tanto tanto tempo e che ti piace, tanto.

Mescolavano azzurro, celeste e grigio, rumori e grida senza senso, là fuori. Io invece no, avevo solo le mani fredde.

Qualcuno chiamava qualcun'altro che non era mai esistito. Io entravo in un ufficio di uno di quelli che hai sempre voluto conoscere, mi sembrava di essere così lontano. 


5 commenti:

puntoepasta ha detto...

"Quando sai che conoscerai una persona che hai sempre ammirato, senti come il ritmo che cresce nel sangue". Sono una persona che non sta mai in silenzio, perché nel trovare le parole adatte per ogni cosa mi sembra di mantenere il controllo su tutto. Ma di fronte a quello che scrivi e come lo scrivi, abbandono del tutto questa pretesa e rimango in silenzio a pensare.

fRa ha detto...

Vedi? Fossero tutti come te, allora il miraggio di fare lo scrittore non sarebbe un miraggio.

Grazie.

puntoepasta ha detto...

Al giorno d'oggi sembra che tutti si improvvisino scrittori. Ma credo che tu non dovresti abbandonare del tutto l'ipotesi. Un sogno è sempre un sogno e nella vita non si sa mai ;)

fRa ha detto...

Io ci lavoro, poi vedremo se a forza di scrivere accadrà :)

puntoepasta ha detto...

Te lo auguro di tutto cuore :)