martedì, febbraio 08, 2011

Narrami - Un racconto 33

Parlarci era sempre stato un sospeso. Fra terra e cielo, c'era uno spazio fra ciò che avremmo voluto, e ciò che facevamo. Eravamo corpi, non eravamo altro che corpi. Perché senza voglie, non avevamo anime: perché le anime hanno bisogno dei bisogni.

Stavamo a guardare il cielo da una panchina su cui ogni mattina desideravo sentire, e guardare.

Era mattina, presto. Una notte passata a bere Negroni, io avevo ricominciato a fumare, mi era sempre piaciuto, e perché non riprendere quella sera. A saperlo ero io per primo, che amavo guardare il corpo disintegrarsi in un piacere lungo qualche minuto. 

Ma era l'unica cosa che mi ricordava quanto fosse semplice vivere con il desiderio di vivere, con la voglia di fare del male al nemico e vedere quella stessa voglia sopperire alla voglia di perdonarlo, il nemico che non era più tale.

Lei era sempre lei, come i sogni ospitano sempre le stesse immagini.


Seduti, le raccontavo.


- Sogno sempre d'esser rincorso dai topi. Li guardo mentre mi raggiungono e io non riesco a fermarmi, anche se corro loro mi prendono e mi riescono a stare appiccicati dietro, li senti alitarmi sui talloni mentre guardo le mie gambe muoversi, ma io sono fermo.


Lei ascoltava, ascoltava sempre. E non rispondeva, mai. Sapeva solo guardarmi, con un mezzo sorriso, quello della persona che vince la battaglia. 


- Continua.
- Non posso continuare, il sogno finisce lì. 
- I topi non ti mangiano?
- No, non mi mangiano.


C'era penombra, e nebbia e brina e faceva freddo. Era maggio, quando sei ubriaco ed è maggio il mal di testa non ti viene. Eravamo tutti e due ubriachi, da pazzi. La generazione perduta, fra i sogni precari come i contratti, e i talenti sprecati fra troppi cocktail pagati da papà. Eravamo quello. Un mondo di possibilità, un solco fra noi e loro. Si finiva sempre su una panchina, alla mattina presto.


Quando le avevo proposto di fermarci lì, non aveva nicchiato. Le piaceva l'idea di smaltire l'essere ebbri in un posto dove non ci foss'altro che silenzio. Era così che gliel'avevo descritto: "Là c'è silenzio, ci passo tutte le mattine, là ci dobbiamo fermare". Lei aveva detto subito sì, c'eravamo fermati con la macchina poco distante, avevamo camminato verso quelle panchine che ospitavano i miei sogni la mattina, i sogni di fuga, i sogni di silenzio. Chi l'avrebbe immaginato, mi dissi, che sarei stato lì, una notte, con lei.

Quando c'eravamo sentiti, avevamo parlato per due ore di Berlusconi. E basta. Da ubriachi si parla sempre di cose che non servono. O che esaltano. Poi ci eravamo ripiegati, c'eravamo incespicati. Alla domanda, c'è una risposta. Alle sue domande, poste senza punto interrogativo, io rispondevo con frasi dove il question mark era conclamato, di petto, di tono, d'espressione.

- Voglio un esercizio di stile.
- Vuoi che cosa?
- Voglio che parli con delle belle parole.
- Non ho belle parole, soprattutto a quest'ora della notte.
- Raccontami un sogno, allora.
- I sogni sono tutti immaturi.
- Ci sono storie mature?
- Ci sono storie dappertutto. 
- Non è vero, che aspettano te.
- Spazia fra le tue paranoie.
- Non ho paranoie, sono solo confuso.
- Dall'alcool?
- No. Dalle cose. 
- Dalla situazione.
- Sì.


Mi prese la mano, dolcemente, poggiò solo le sue dita sulla mia. 


- Ho vissuto questa situazione, ma in un'altra forma.
- Che significa?
- Che eravamo solo in un altro posto.
- Stai mentendo.

Mi girai, e la panchina si mosse con me.


- Ne approfitti perché sono ubriaco.
- Anche io sono ubriaca.
- Non è una scusa, essere ubriachi, per dire cose.
- Cose tipo cosa?
- Cose tipo.


Fu così che le raccontai il mio sogno, dei topi e della rincorsa che non finiva. La nebbia si diradava. C'era foschia, il Po pieno di grigio. Lei me lo chiese come fosse la cosa più bella del mondo, e semplice. Me lo chiese con il suo sguardo serio, senza perdersi nei suoi giri di pensieri, me lo chiese perché lo voleva veramente.


- Narrami.
- Cosa vuoi che ti racconti?
- No, non ti ho detto di raccontarmi. Ti ho detto "narrami".
 - Cosa significa "narrami"?


Non rispose. Ed era sempre così, lei faceva così quando pretendeva che la risposta la trovassi da te.

Glielo richiesi, e presi il respiro prima. 


- Cosa significa?


Lei si voltò verso di me, poi si distese sulla panchina, poggiò la testa sulla mia coscia. Prese dalla giacchetta che portava una Camel light, se la portò alla bocca, mi fece cenno d'accendere. Presi il mio accendino nero, le accesi la sigaretta, poi accesi io una Pall Mall light e tutto il nostro fumo si mischiò al grigio del mattino.


- Le storie che scriviamo sono tristi, perché scriviamo sempre storie tristi?
- Perché siamo tristi.
- Se scriviamo, non stiamo tristi, siamo infelici.
- E che differenza c'è, secondo te?


Fece un lungo tiro di sigaretta, sembrò che fosse veramente in un film, e credo volesse vivere quella sensazione, in quel momento.


- Credo che se sei infelice, sei solo consapevole.


Non le risposi, ma la guardai tanto intensamente che sentii male dentro, al cuore, e agli occhi. Poi continuammo a fumare, guardandoci, mentre il mattino calava, le nostre mani si strinsero ancora, questa volta sentii le dita intrecciarsi, poi buttai la sigaretta, la buttò anche lei, il grigio passava, c'era il sole oltre la collina anche se ancora non si vedeva.

NdR: Ci sono due persone che hanno lasciato parole, qui. Sono A.M. e P.N. Loro sanno, loro ringrazio.


4 commenti:

Saxifraga Florulenta ha detto...

ma... con sospensorio... intendevi questo? O_o
----> http://it.wikipedia.org/wiki/Sospensorio

fRa ha detto...

Mi piaceva solo il suono della parola, comunque grazie, oh puritana del significante :)

la rochelle ha detto...

Avevamo parlato per due ore di Berlusconi. E basta. Da ubriachi si parla sempre di cose che non servono. BELLISSIMA BRO :)

fRa ha detto...

Tu sai perché, la rochelle, io scrivo sempre cose buone in certi termini. Sennò che cazzo ti telefono mentre guidi? :)