venerdì, marzo 25, 2011

Imitando Sándor - Un racconto 39

Io l'ho sempre amato Sándor Márai. Sai perché? Perché lui è come parlasse a tutti mentre scrive parole rivolte a uno solo.

E il fatto che ora io sia qui, con te, a raccontarti di un sogno che ho fatto stanotte, mi fa venire in mente quelle sue storie, dove due persone si trovano insieme, e una ascolta mentre una parla, e si racconta qualcosa, di bello o di brutto, non importa.

Fumiamo? Ti va una sigaretta? Io fumo le Pall Mall Light, sono quelle blu sì, a me son sempre piaciute.

Prendi, prendi pure.  Sì sì, sono un po' come le Marlboro Light, solo che costano meno.

Vuoi da accendere? Tieni, eccolo qui.

Io accendo solo con gli accendini neri, è un'abitudine che ho da un'estate di tanti anni fa, sarà stato il 1998, eravamo al mare e con mio cugino decidemmo che avremmo sempre avuto accendini Bic, solo di colore nero. 

Il nero ci affascinava. Sai, sarà il fascino della notte, di quelle cose lì che fanno un po' paura un po' ti tirano dentro.

Ecco, sarà quello, sarà il fatto che di notte una sogna. Come? No, non ho difficoltà a dormire, anzi. Ho difficoltà a sognare, per quello ci tenevo a ricordare questo sogno, se non lo raccontavo mi sa che esplodevo. 

Ascoltalo, perché è semplice, molto semplice. In pratica, sto camminando per strada, è una strada che faccio sempre in macchina, però questa volta sono a piedi. Ad un certo punto, a un incrocio dove c'è sempre tanta coda, lì al semaforo che è rosso, vicino alle striscie pedonali c'è una ragazza. Sì sì, la conosco, cioè so chi è. Per quello non le chiedo nulla, come si chiama, o cosa faccia. 

Sta su una bicicletta, simile a una BMX, ferma, ha il sedile alto e tocca appena appena con le punte per terra. Io faccio finta d'ignorarla, poi però lei mi rivolge la parola. Il bello è che non le vedo muovere le labbra, sembra che stia parlando a me anche se non apre bocca. Le sento dire: "A te piacciono come, le ragazze?". E io le rispondo che a me piacciono con gli occhi chiari, e con i capelli scuri.

Chi è? Ti prego, non insistere, non te lo dico chi è. No, lei non ha i capelli scuri... Sì, voglio deviare la tua attenzione. Non ti dico chi è, inutile che insisti.

Dai, fammi continuare. In fondo è bello così, il sogno, che solo io so chi è lei, se è bruna, bionda o rossa, e cosa faccia.  No? Ok, allora continuo.

Questo avviene mentre le sto andando incontro, io cammino e lei mi guarda e le sento dire quella frase anche se non parla. Poi cosa succede? Che parla e le vedo aprire la bocca sul serio. 

E mi dice: "Perché io sto bene solo dall'ora in cui ti vedo la prima volta, il mattino, fino all'ultima ora che ti saluto la sera?", ed è una frase sconnessa, vero? Significa - perché nei sogni sai che è così, sai tutto anche di quello che ti dicono le persone intorno a te - che sta bene in quell'arco di ore che stanno fra la prima volta che mi vede il mattino e il momento in cui ci salutiamo la sera.

Io lo so, sai? E in quel momento so anche che io la penso uguale, che anche per me è così. Lo trovo un concetto così bello, il fatto che il giorno sia fatto di 7 - 8 ore, in cui magari vedi un momento solo al mattino e uno alla sera quella persona lì, e stai bene perché sai che c'è. Banale no? Ma i sogni son tutti banali, alla fin fine. Come dici? No, non è che la vedo tutti i giorni... No, non te lo dico. In realtà non la vedo quasi mai. Ma è importante, questo?

Vuoi un'altra sigaretta? Certo, eccola qui. Ne fumo un'altra anche io, a me piace fumare e parlare insieme.

Comunque, eravamo lì no? E lei mi dice questa cosa, e io le rispondo senza guardarla, mentre continuo a camminare: "Hai soltanto da allungare le giornate.", e sento che sto pensando che è come se le dicessi "Basta che rimani con me anche dopo, basta che andiamo via insieme a torniamo insieme, al mattino e alla sera.". E mentre vado via, io non la guardo ma lo sento dentro che lei gira la bicicletta al semaforo e viene da me.

Ora io non lo so, sai, se i sogni son veri perché senti quando ti alzi il bello d'esser stati lì a vivere per qualche secondo il senso puro delle cose, quelle che provi dentro e non hai il coraggio d'ammettere.

Però c'è che è tutto il giorno che te lo volevo raccontare. Perché proprio a te? Boh, sai che non so dirtelo? Me lo chiedi perché sai che non ho una risposta, o perché pensi sia bello sapere che ho confidenza con te? Sì certo, anche la seconda, in fondo senza confidenza non te l'avrei mai detto. Ma sai anche che una risposta veramente non ce l'ho, del perché debba raccontarti i sogni.

Forse volevo solo imitare Sándor Márai, forse hai ragione. Immaginarmi un libro stampato. 

Già, forse è proprio così.

Che ne dici se andiamo via, ora? Dopo che ripenso ai sogni sto sempre male, so che son sogni e basta.


lunedì, marzo 21, 2011

Ovunque - Un racconto 38



Non mi sono mai piaciuti gli ombrelli trasparenti. Li usano le donne, di solito, vedi l'acqua che si ferma sopra, a gocce. Cola giù e la vedi colare, e rimane il segno sulla plastica trasparente, e vedi ciò che sta sopra.

A me la pioggia piace quando cade senza che ci sia niente a coprirmi. Mi piace stare sotto le gocce anche se ci si bagna, e mi piace il freddo che fa quando piove. Mi piace solo perché so che ad un certo punto, quando avrò freddo sul serio, mi stuferò e tornerò a casa.

Sui vetri della finestra ci sarà la condensa, la luce della lampada sarà acceso e il divano con le coperte poggiate sopra sarà esattamente come voglio trovarlo, accogliente, morbido, senza nessuno che mi obblighi a stare al freddo.

Se invece preferirò il freddo, nessuno mi dirà che non posso starci. Il freddo è di tutti, almeno quello non te lo possono  togliere. Il freddo è più bello del caldo, lo senti meglio, ti sembra più onesto.

Quando guardo la pioggia, mi viene da pensare. Viene a tutti da pensare, quando piove, stanno tutti a guardare fuori dalla finestra, pensando che correrci sotto alla pioggia equivale a sentirsi vivi. Anche quando guidi sotto la pioggia, ti senti leggero in auto anche se è pericoloso correre quando sotto senti la terra viscida.

Il cielo quando piove non è mai viscido. O è buio, oppure brilla. Se è buio e brilla insieme, c'è l'arcobaleno, e la gente ricomincia a guardare cosa sta più in alto dei tetti delle case.

Mi capita di guardare la pioggia quando sento freddo dentro. Quando sento d'esser solo. Siamo tutti soli, forse è solo questione di capire quanto lo siamo.

Certe volte, fuori piove, grandina, poi spunta il sole. C'è l'orizzonte che diventa nero, c'è luce solo sopra la linea della terra. Quei momenti lì sono i momenti più strani. È come scoprire d'esser soli quando si pensa di non esserlo.

Si è soli, poi ci si distrae e ci si illude. O forse è il contrario, si è sempre stati illusi di non esserlo, soli. Poi arriva la pioggia, la si guarda, si apprezza il freddo. Fino a quando si torna a casa, si apre la porta. C'è il tuo divano, con la coperta, la luce della lampada che ti è sempre piaciuta, sul vetro si forma la condensa. Tutto è caldo, in quel momento. E intorno a te, non c'è nessuno.

Puoi chiudere la tua finestra, ma è solo un momento. Poi, ad un certo punto, il freddo entra da sotto. Ti copri, ma non basta.

La pioggia la senti lo stesso, e senti il suo freddo. Quel freddo è bello solo se lo cerchi, quando ti ripari, quando non lo vuoi, allora diventa come il caldo.

Mi sono sempre stati sul cazzo gli ombrelli trasparenti, la pioggia non bisognerebbe guardarla, mentre si ferma in un posto, mentre si raccoglie in gocce e gocciolii, mentre smette d'esser pioggia.


giovedì, marzo 17, 2011

Raccontami un Paese - Un racconto 37

C'è il pienone, le bandiere ai balconi, la gente con le coccarde in festa, si direbbe che abbiamo vinto i mondiali, e invece no, è solo il 17 marzo 2011, il 150esimo anniversario dell'Unità d'Italia.

Guardo le persone, non ho mai amato la folla, ma questa non è una folla qualsiasi, è la folla che ama lo stare insieme, ci sono cani con il fiocco tricolore sul collare, chissà quanti, e ancora giovani e adulti, bambini con i nonni, poi ci sono i fidanzati, i negozi aperti, poche macchine, tutti per la strada, i mezzi pubblici bloccati e straripanti di persone, non c'è un parcheggio, c'è solo festa e ricordo. 

Da una grossa cassa su un balcone parte una musica, prima trasmette Rossin poi Verdi poi l'inno di Mameli e la gente canta, c'è chi sussurra e chi invece canta proprio ad alta voce. Ci sono solo belle ragazze oggi a Torino, ci sono solo bei ragazzi oggi a Torino, è bello guardarli fare shopping anche, oggi non ci sono tamarri, ci sono solo italiani in via Roma.

Guardo le storie mescolate in ogni angolo fra gli striscioni azzurri, c'è un gazebo di un partito all'angolo ma non se lo caga nessuno, oggi non ci sono i partiti, oggi c'è l'Italia e c'è questo popolo, questa gente, che ama avvolgersi nella propria bandiera, anche oggi, soprattutto oggi, anche se Cannavaro non alza una coppa del mondo a Berlino, anche se c'è ancora un anno prima del campionato Europeo, anche se non ci sono elezioni, anche se.

Oggi sono tutti qui, quelli che si sentono partigiani e quelli che ricordano il Duce, e per un giorno non si fanno la guerra. Torino è austera, anche oggi colorata di patriottismo. Passo da via Barbaroux, qui c'è una serie di negozi che noi, clienti delle megalopoli del commercio, rimpiangiamo: c'è il lattaio con la divisa, un antiquario che tratta mobili antichi bellissimi e costosi, poi c'è un negozio dove vendono articoli per camminare meglio, e c'è un negozio bello, vende tappeti, in vetrina ha scritto "Noi c'eravamo prima del 1861, evviva l'Italia - Noveca, dal 1830", e pazienza se non si chiama Noveca, perché è un bellissimo negozio lo stesso.

Oggi questa gente sa di valere di più, di più della gente che li rappresenta e della gente che gli inculca falsità, vale di più per il suo festeggiare in maniera dignitosa e allegra l'appartenenza a un mondo, un piccolo bellissimo mondo, l'italianità, il saper essere felici anche quando il mondo gira tutto intorno a Gheddafi e Fukushima.

Sbatacchiamo uno contro gli altri, le mie spalle toccano altre spalle, ma tutti ci chiediamo scusa oggi e sorridiamo, oggi è la nostra festa, siamo tutti parte del tutto. C'è un ragazzo di colore in mezzo a ragazzi bianchi, parlano tutti la stessa lingua, oggi anche i razzisti sono rimasti a casa.

Sembra sia un giorno speciale, fra i negozi che per una volta sono ospitali oltre la merce che vendono per le coccarde appiccicate sul vetro e le commesse adornate di colori nazionali, fra i vigili che vigilano senza arrabbiarsi, fra i musicisti occitani che suonano e ballano e cantano al centro di un cerchio di folla ampissimo e sorridente, fra i tanti mimi che chiedono soldi e che fanno divertire i passanti, fra gli immigrati che vendono bandiere, e sventolano anche loro il vessillo nazionale e sembrano felici.

Oggi è il mio Paese a far festa, un Paese orgoglioso d'esser vero, oltre i separatismi, la rabbia delle ingiustizie e delle furbizie, un Paese che guarda oltre il proprio esser perennemente in ritardo, con il fiato corto, con un debito pubblico da rabbrividire, con le barzellette degli altri capi di stato per tutte le Ruby di questi tempi.

Cammino e sento che mi piace stare qui, fra via Po, via Principe Amedeo, piazza San Carlo, oggi mi piace il doppio comprare i libri alla Feltrinelli di piazza CLN, oggi tutti sorridono e tutti sono felici.

Oggi ho guardato la storia di un Paese scendere fra le vie della città che amo di più, della mia città, e ho pensato che sono felice d'esser italiano, vorrei che fossimo italiani così ogni giorno.


martedì, marzo 15, 2011

Lo tsunami eterno - Life in Technicolor 150



Scorrono le immagini in TV dell'acqua nera scorticare la diga di Miyako, del vortice che si mangia una nave, della gente ordinata in fila che scappa.

Scorrono onde e onde e paure nucleari, le radiazioni che fuggono dal reattore, sarà l'1, il 2, il 3, sarà una nuova Chernobyl dicono, sarà un disastro, l'Apocalisse che non rivela più un cazzo, è soltanto fatta da 7 cavalieri di fuoco che discendono dal cielo e spezzano le reni a 6 miliardi di ingrati.

Scorrono le immagini della terra che trema e dell'acqua che arriva, degli alberi che non scappano e degli animali che non ci sono mai, in TV, quando si muore. In TV ci vanno solo gli animali che rimangono vivi, che sopravvivono ai padroni. 

Scorrono le immagini e agli antipodi ci sto io, con intorno l'Umanità che strepita "No al nucleare! Questa è la nostra terra!". La stessa Umanità che non si è fermata a chiedersi cosa faceva, quando lasciava che quattro governanti arrivassero e lasciassero impiantare nella mia, nella vostra terra inceneritori, ciminiere, sporcizia, droga, puttane, corruzione, e ora anche barre di uranio radioattivo, plutonio contaminante, acqua pesante fatta d'isotopi e intrallazzi.

Scorrono le immagini e non ci sono domande, ci sono solo urli e paure, di quell'acqua nera che a Miyako s'è mangiata tutto, acqua nera di olio esausto, nera di fogna, nera di auto ribaltate e furgoncini che dicono tutti i giornalisti: "Sembrano macchinine". 

Scorrono le immagini, sono come le onde, scorrono le facce dei giapponesi tutte uguali ai nostri occhi, giapponesi chiamati affettuosamente "il popolo dei manga", in uno spazio fatto di social network pieni di bandiere bianche con il cerchio rosso e di gruppi, "Pray for Japan".

Scorrono le immagini e sono lo tsunami della mente, quando è nato il mondo sono nati i terremoti e sono nati anche gli tsunami, le onde anomale ci sono sempre state, solo che prima non c'era la zozzura che sporcava l'onda che entrava nella terra, spaccava la terra e gli alberi, faceva sparire gli animali e lasciava vivi solo quelli telegenici.

Scorrono le parole, sono ondate riflesse di una paura lunga quanto l'eternità, quella del tempo che passa, del fatto che si può morire oggi perché ad un certo punto la terra dice che è ora di finirla. E non c'è presidente che possa dire di aver fatto un miracolo, né scienziato che abbia sicurezze, né uomo qualsiasi che si barrichi dietro alle certezze infuse da improponibili esperti: c'è che l'onda arriva, incontra la zozzura, si sporca, diventa nera come la paura, poi entra dentro, mangia tutto, e quando si ritira lascia le macerie.

Scorrono i minuti e lo tsunami è impresso nella mente, la parola è giapponese, quei cartelli hanno caratteri che sono giapponesi, oggi ci sentiamo tutti giapponesi.


Poi il tempo scorre, lo tsunami si rilassa, sparisce, porta via tutto, non sapremo dire se ferisca più lo tsunami o la lordura che l'ha reso nero come petrolio. Rimane quel fuoco atomico a bruciare, laggiù a Fukushima, nei rantoli di chi dice che è un problema risolvibile per soldi, solo per soldi, mentre l'aria rimane ad avvelenarsi: quel fuoco, laggiù, ce l'abbiamo messo noi.

sabato, marzo 12, 2011

Il Bolero - Life in Technicolor part 149



Il bolero è una danza di origine spagnola nata alla fine del XVIII secolo.

Recita così Wikipedia. Il più famoso è, com'è noto, il Bolero di Ravel. Una ripetizione armoniosa di un motivo musicale, che viene ripetuto e ripetuto e ripetuto per minuti da tutti i componenti dell'orchestra, e che genera un ipnotico precipitare in una riflessione comandata, indotta dalla magia che quel susseguirsi di voci, scandite dal battito del tamburo, "tatattatatà ta tatattatatà ta tatattatatà"che rimane invariato sempre cresce, insinuandosi nell'ascoltatore e rimanendoci.

Mentre lo ascoltavo, giovedì sera, suonato dal vivo da un'orchestra che ormai considero quasi come un'amica, rivivevo gli attimi postreading e l'emozione che c'è nel ripetere storie tutte uguali, fatte sempre d'amori smarriti e baci non dati.

Riflettevo su come mi piacerebbe vivere in un bolero, fatto di balli coordinati e armoniosi che crescono nel tempo, partono lenti, quasi silenti come quel tamburo e incontrano, con il passare degli anni, tutte le voci del mondo. Ci si innamora, si odia, si fa amicizia, ci si lascia, si sogna, ci si sbronza, si piscia dietro un muretto, si balla, si scrive, si tradisce, si desidera, si viene respinti, poi ci si sposa, si procrea, si sbatte contro un muro invalicabile a 1000 km/h all'ora, poi si chiede perdono, si viaggia, si studia, si stira, si disfa e si rifà, poi si discute, si corre, ci si ferma, si dorme, ci si sveglia nel cuore della notte, poi si beve, si ha sete. 


Tutto è storia, tutto è fatto di ritmo cadenzato, alto basso alto basso, ritmato dall'architetto invisibile, qualcosa scritto prima del pensiero, qualcosa desiderato prima che arrivasse.


Sogno di volere per sempre serate dove l'imprevisto diviene poesia, dove gli anni passano solo nel tempo ma non nel cuore, e dove ci sia spazio per improvvisarsi diversi, migliori, lavorare per vivere fino in fondo ogni grammo d'esistenza concesso.


Fino a quando il bolero finirà, finirà il tamburellare, finiranno le voci, finirà il brivido e tutto s'esaurirà in un grande, splendido, assolo di voci urlanti, con il tamburo che batte, con le voci tutte uguali.


domenica, marzo 06, 2011

L'infinito senso di non essere adatto - Life in Technicolor part 148

Mi capita sempre quando sto aspettando di fare qualcosa di figo. Tipo questa settimana, che leggo i miei racconti in un locale e ho come l'impressione che leggerò solo una grande marea di cazzate.

Che per certi versi è vero, anche. Ma questo lasciatelo dire a me, voi comunque venite a sentirmi, alla peggio vi siete solo fatti una birra, e poi c'è anche Daniela che dipinge in diretta... Vabbè, non facciamo digressioni. 

Stavo parlando d'altro.

Ecco, comunque, a me viene in momenti tipo questo. Sento salire dentro quello sconforto.


Parte il senso di scompenso verso l'universo, quello che mi fa dire di non essere adatto. 


E' qualcosa che va al di là del normale senso di imbarazzo che appare quando ti stai per mettere a nudo di fronte alle persone. E' quel senso di non essere proprio all'altezza di stare lì a fare quello che fai.


Quindi niente, io manifesto questo senso quando sto qui, a casa la domenica, fuori c'è il sole, mi dico: "Dovrei scrivere, ora", poi mi dico: "Potrei uscire, ora", e mi rendo conto che non ho le parole per scrivere nè qualcuno con cui passare del tempo, oltre che cose da fare.


Quindi? Quindi subentra la sensazione, tipica, che il tempo scorra e io lo stia perdendo, commettendo così un peccato capitale. E quel senso di sconforto aumenta.


C'è qualcosa di meglio da fare, che stare a piangersi addosso? 


Forse prendere coscienza che se ci sei, al mondo, è ora che ti dai una mossa e sfrutti l'occasione. E che quindi se cominci a sentirti in difetto verso ciò che ti circonda, o in imbarazzo, o debilitato dalla mancanza d'affettività o dalla presunta sconfitta social-professional-amorifera, allora è ora che ti dai una mossa e che esci fuori, e sconfiggi quel senso di incompatibilità con l'universo.


Ce l'hanno tutti, quella sensazione: il sentirsi al di sotto di un livello a cui tutti sembra siano arrivati.


A me spunta sempre prima dei reading, quando mi metto in gioco, quando interagisco. 


Dovrei ricordarmi delle parole che ho scritto ora, ogni giorno della mia vita. Altrimenti che cazzo le consiglio a fare.

mercoledì, marzo 02, 2011

Dormi - Life in Technicolor part 147

Odio dovermi alzare la mattina, come odio avere sonno e non poter dormire. Una di quelle cose che odiano tutti, direi.

Una volta una mia collega mi disse che alzarsi dal letto al suono della sveglia era la cosa più innaturale del mondo: il mondo avrebbe dovuto accettare il fatto che la gente dovrebbe alzarsi quando ha voglia, perché tutto ne avrebbe giovato, dalla produzione, ai rapporti umani.

Questo però è un mondo dove la sveglia suona e ci si deve alzare. Apri gli occhi e anche se non vuoi, scatti in piedi, mangi, ti lavi, ti vesti e poi via, a fare cose con persone.

Mi piace provare a pensare che una Musa non dovrebbe mai sapere d'esser tale.

È innaturale quanto l'alzarsi al mattino, dire a una persona per cui hai scritto migliaia di parole che è lei, la destinataria. Come un cantante che scrive una canzone, cambia il nome nel testo, poi però dal palco dice "Tutto questo è per". 

Disarticoli la magia. Togli la suggestione. Spezzi la magia. Solo solo parole, dopo. Prima erano storie, era qualcosa di vivo. Dopo, sono solo parole.

In realtà il succo non è neanche quello. Il succo è stare al gioco e continuare a dormire. Per poi svegliarsi, guardare la persona che hai al fianco, e trovare la poesia quotidiana dell'uomo qualunque, quella del guardare la persona che hai al fianco e innamorartene di nuovo, e riaddormentarti.

Lasciando perdere la dichiarazione spettacolare: "Ho detto tutto per te.". 

Le Muse non sanno mai apprezzare d'esserlo. Se scoprono d'esserlo, dissacrano. E poi, non sono neanche più Muse, tornano ad essere gli altri.

Come quando ti svegli, e sentendo il sonno che si spezza perde il senso anche il riposo che t'ha lasciato. Il riposo non basta mai, dormire non basta mai. Anche amare, non basta mai.

Bisognerebbe rimanere a letto, quando si ha sonno, il mondo dovrebbe permetterlo. Il mondo dovrebbe permettere anche che l'Amore venga ricambiato, o che l'Amicizia non venga mai tradita.

Ma la sveglia suona sempre, purtroppo. Il mondo, si sa, non è perfetto.