mercoledì, aprile 20, 2011

Il colore del legno - Un racconto 42

Era un uomo invecchiato dal lavoro, si vedeva da come con nonchalance martellava sulla superficie della porta, senza badare alle schegge che gli si depositavano sulle dita, sul polso, senza badare al suo muscolo teso in una postura evidentemente storta.

Batteva, batteva, batteva. Stringeva fra i denti una sigaretta, il fumo gli andava negli occhi e non ci badava. Tirava su il fumo e spingeva fuori la condensa grigia e puzzolente dal naso. Bam bam. Silenzioso, dentro quel bam bam bam, il fumo fuori dalle narici annerite. S'intravedevano i denti, tutti storti e sporchi. Anche i capelli sembravano di quel grigio marrognolo da tabagista incallito.

Fumava e batteva, mi rinforzava la porta con il ferro, un grosso lastrone di ferro spesso mezzo centimetro, fissato con viti spesse e corte al legno. 

Finita la sigaretta, la buttò in un angolo pieno di sporcizia, la spense con il piede, senza guardare. Poi smise di battere e mi parlò.

- Ora è pesante, non è blindata ma è più spessa. Fissata così dovrebbe reggere di più. 

Gli stavo a qualche metro, mentre lo guardavo lavorare. Mandava un odore di stanchezza, io nella mia tuta invece mi sentivo pulito. Stanchezza è sempre sinonimo di sporcizia, guardando da lontano una persona che batte sul ferro con un grosso martello.

- Lei che lavoro fa? - mi chiese.


- Io lavoro in un'agenzia di comunicazione - gli risposi.


Bam bam bam. Ancora tre colpi, e la porta era finita.


- Vede? Le ho rinforzato anche la serratura, ora è tutto più robusto. Ora dò una mano di vernice così sembra un tutt'uno, e abbiam finito.


Parlava con uno spiccato accento piemontese, ogni tanto gli saltava fuori qualche parola in dialetto ma quella via sopprimeva subito, cercava solo i termini italiani. Sembrava volermi parlare nella mia lingua, anche se era la stessa sembrava temesse di non esser capito.


Prese da un sacco di plastica dove teneva gl'attrezzi un barattolo di vernice marrone. Il ferro era di colore più chiaro rispetto al marrone della porta, dopo sarebbe sembrato tutto uguale, "un tutt'uno". Tirò fuori l'involucro, un pennello, poi un rullo ancora incellophanato e un sostegno con il manico rosso, per metà scheggiato.


- Sono pieno di rulli - disse, montandolo sul sostegno - eppure li dimentico sempre a casa. Una volta ho lasciato a Bardonecchia il trapano, non potevo andare dal cliente su a riprendermelo, ho fatto che ricomprarmelo.
- Ha fatto bene - gli risposi io - in fondo son tutti strumenti di lavoro, no?


Ma lui non rispose. Aveva aperto il barattolo di vernice, l'aveva girata con un piccolo bastoncino, non gl'aveva aggiunto addittivi nè altro, l'aveva solo girata un po'. Poi ci aveva immerso il pennello, e aveva cominciato a spalmare il metallo.


- Lei quindi usa internet - mi chiese.
- Io? Sì sì, uso internet.
- Io non so mica cos'è, sa? Non l'ho mai usato.
- Beh, bisogna essere interessati, anche.
- Sì sì, ma io non ho mica tempo, sa? Io lavoro. Le mie figlie invece... Loro sono più informate di me.


La vernice colava giù dal pennello, il falegname la riprendeva e la ristendeva come fosse sua. Poi, prese il rullo e cominciò a distendere bene il liquido viscoso, faceva un odore forte ma non così fastidioso.


- Sono laureate le sue figlie? - gli chiesi.
Lui rispose con un filo di voce, un po' schiacciato dalla sua stessa trachea mentre si chinava alla ricerca di una goccia di vernice che gli era sfuggita.
- Sì sì, hanno 34 e 36 anni. Sempre ottimi voti, han preso 55 alla laurea, poi all'università... 

Capii che intendeva alla maturità. E capii che a quegli occhi un voto non era importante come una goccia di vernice.

- Anche se, sa... Non si vogliono sposare. Quello mi fa star male - poi rimase un attimo in silenzio, e riprese a parlare - Una vive da sola, un'altra vive insieme a noi, con mia moglie.

La vernice cominciava a seccarsi. Sbiadiva nel colore, quando l'aria ne intaccava la lucentezza, sembrava perdesse l'esser preziosa a quelle mani rovinate.


- Avevo anche un figlio, ma è morto.


Smisi di guardare la vernice, e lo sguardo si posò sulla sua figura. Un uomo normale, vestito di vestiti strappati, impolverato, che dipingeva con solerzia.


- Venuta la sua ora... Puoi solo accettarlo.


Sentii un groppo in gola, di quelle volte che guardi la TV e scopri una storia bella che ti fa piangere. Non lo feci, solo perché mi concentrai sul suo lavoro, mentre s'alzava, ripassava le setole sulla mia porta, ne scambiava quel colore smunto in marrone scuro.


Quella vernice di merda era sbiadita tutta, eppure lui continuava a passarcelo sopra mentre, fra il barattolo e il rullo, spalmava il marrone impregnante sul pannello di metallo. Aveva perso la lucentezza, eppure il falegname combatteva senza pietà: voleva il colore, lui, anche se è un colore che non si nota quando una porta la usi per entrare ed uscire. Ero talmente concentrato sul guardare il colore, che non m'ero accorto che, pian piano, aveva finito.


- Vede? Ora è quasi uguale al legno - mi disse, indicando lo stipite - Ora è più robusta, non è come una porta blindata eh! Però ora è più robusta!

- L'odore passerà presto? - gli chiesi.

- Sì sì, tempo due ore e tutto passa.

Aveva due occhi spenti, come la vernice che aveva spalmato sul metallo. 


- Vuole un bicchiere d'acqua? - gli chiesi. Lui non rispose. Guardava il metallo, ne osservava il colore artificiale, che lo faceva rassomigliare al legno.


4 commenti:

Mr.Tambourine ha detto...

Squisitamente naif.

fRa ha detto...

Grazie, Mr. Tambourine, è proprio così :)

la rochelle ha detto...

mi è piaciuto assai, bro

fRa ha detto...

Grazie, bro.