lunedì, aprile 11, 2011

Quel senso, su un muro - Un racconto 41



Avevo immaginato che ci fosse una frase per descrivere quel senso lì. 

Così decisi, un mattino in cui quel senso lì lo sentivo dentro e non riuscivo a contenerlo, ecco decisi di scriverlo su un muro, con un pennarello con la punta grossa, l'inchiostro nero di quelli che puzzano,  la polvere e i sassolini s'attaccarono sulle setole innervate dal liquido nero, poi il tratto si fece zigrinato, il nero si distese male, la scritta si sbiadì mentre tendevo le linee e le curve della parola.


Passò un vecchio, si fermò ad osservare che facevo, non mi accorsi di lui fino a quando non mi parlò.


"Perché scrivi sul muro?".

Mi girai, aveva una giacca tutta rovinata, i pantaloni grigi con la piega storta, delle scarpe nere sgualcite con la pelle tutta zigrinata, rovinata. Lo guardai e gli sorrisi, poi ricominciai a scrivere.


"Giovane, perché scrivi?".

Non gli risposi. Stavo alla lettera "e", non mi sono mai riuscite bene le lettere "e" in corsivo, le stringevo troppo, quasi sembravano delle "r".

"Almeno dimmi quello che stai scrivendo!".

Io l'ho sempre saputo che i vecchi sono solo curiosi, io da vecchio sarò curioso, anche se saprò già tutto.


"Sai, vecchio, ho paura di morire. Tu hai paura di morire?".


Lui un po' strabuzzò gli occhi, non tanto, sembrava esser a metà fra il non crederci e lo stupore d'aver trovato uno che finalmente facesse quell'ammissione. Forse pensò che lo stessi minacciando, perché scosse la testa e se ne andò, quasi di cosa.
Io lo guardai camminare sul marciapiede, c'era quel marciapiede pieno di buchi e lui ci camminava sopra, scansando i buchi, poi mi girai e tornai a scrivere.

Così cercavo di scrivere, un mattino di sole.


Quel vecchio m'aveva visto, però. Mi aveva chiesto cosa stessi scrivendo, e io gli risposi con un'altra domanda: "Vecchio, tu hai paura di morire?".


Così, io e il vecchio c'eravamo trovati a parlare di cosa scrivessi sul muro.


Passò altro tempo, io continuavo a scrivere. L'inchiostro puzzava di chimico, era puzzolente e nauseabondo. C'era tutto un mondo dietro quel puzzo di artificiosità, quell'odore di busta di nylon e colla che raccontano essere la droga dei poverissimi, per far passare la fame.


Scrivevo un nome che non mi ricordavo, cercando di raccontare in lunghe parole quel senso lì.


Ritornò il vecchio sui suoi passi, lo sentii riappollaiarsi dietro di me come un cazzo d'avvoltoio.


"Ragazzo, ancora non hai finito d'imbrattare il muro?".


Non gli risposi.


"Se continui dovrò andare a chiamare i carabinieri.".


Allora mi voltai, e lo guardai: "Vecchio, dimmi una cosa.".

Allora lui non si spaventò come prima, mi guardò soltanto.


"Cosa vuoi?".

"Vecchio, tu come fai quando dimentichi i nomi delle persone?".


Lui sorrise. So che pensava al fatto che un vecchio dimentica sempre i nomi delle persone, che gli era capitato tante volte.


Non mi rispose, andò via.

Io tornai  a scrivere, poi a un certo punto, quando mi resi conto che quel nome non mi tornava in mente e che quel senso lì non riuscivo a scriverlo, chiusi il pennarello, le mani insozzate di inchiostro puzzolente, e me ne andai, con le ginocchia impolverate, e i ricordi che non c'erano più.


Non so se quel vecchio tornò a guardare cosa avevo scritto. Chissà se effettivamente, aveva paura di morire.


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