lunedì, maggio 30, 2011

Monforte calling - Un racconto 46



Non c'era fretta, quel giorno. Anche se era come ce ne fosse, con tutto il panorama che si vedeva dal balcone. Stavamo seduti a fumare, io e lui, e chiacchieravamo dopo tempo che non ci si vedeva. Bevevamo Nebbiolo, e respiravamo l'aria delle Langhe, fresca, pulita, tangibile, dopo aver pasteggiato con salame crudo della filiera corta, insalata appena colta, pomodori cuore di bue e albese al limone e sedano.


- C'è che qui ci torno poco - disse lui, senza che gli chiedessi niente al proposito.
- La tua vita è altrove.
- Già, e poi quando diventi grande i posti piccoli ti stanno stretti.
- Perché tutti vogliono star in luoghi sempre più grandi.
- E credono che più grande sia anche sinonimo di più felice.


Poi s'alzò, si guardò intorno, s'appoggiò alla ringhiera.


- Andiamo - disse - ho voglia di fare un giro in macchina. Anzi, ho voglia di andare lassù - e indicò un paese, in cima alla collina.


Io non gli risposi che con un cenno della testa. Anche io volevo andare, volevo respirare di più. 


Accese la radio, trasmetteva Friday I'm in love dei The Cure. Tirammo giù i finestrini, l'aria riempiva l'abitacolo, io tenevo il braccio fuori e sentivo il tratto della strada sull'avambraccio. Le colline erano diverse, la pianura scendeva frastagliata fra campi e strade, gruppi di ciclisti che andavano su e giù per i monti, cartelli che indicano Barolo e Novello e sembrava che tutti valesse la pena vederli.


Stavamo andando a Monforte d'Alba. Un paese che sta lassù, fra le colline delle Langhe, un piccolo centro nel mondo. Fatto da un anfiteatro e un castello, piccoli vicoli con case basse e muri puliti, saliscendi e tanto verde sparso fra le discese. Era un paese di quelli dove sarei voluto andare a vivere.


- Perché te ne sei andato da qui? - gli chiesi.
- Perché qui non c'è un cazzo, alla fin fine. O meglio, il mondo sta da un'altra parte.
- Dove?
- Boh, in città. Sta dove si lavora, si parla con la gente. Si scopa. Non so bene dire dove, non qui però.
- Qui però c'è tutto quello di cui hai bisogno.
- Perché, tu sai di cosa c'è bisogno?


Io allora rimasi in silenzio, la mano che s'agitava mentre la macchina correva in salita senza accusar stanchezza.


- Io so che ho bisogno di star bene. Mangiare senza preoccuparmi di digerire, o respirare a pieni polmoni sapendo che l'aria buona ad un certo punto non finisce.
- E quello non puoi farlo anche da altre parti?
- Non lo so. È che qui mi sembra che sia tutto staccato. Come fosse un altro luogo, anche se ci sei dentro. 
- Ti ricordi quando siamo passati da Novello?
- Certo. Figata star là a bere birra tutto il pomeriggio.
- Ebbeh, Novello non ti piace?
- Non ho detto quello. Ho detto che oggi mi sembra meglio star qui. 
- E non a Novello?
- No, anche a Novello.
- Non capisco.


Allora lo guardai, lui guidava e non si voltò. 


- L'importante è non stare in un posto dove ti ricordi che il tempo passa.


Lui si voltò, e annuì. Rombava il rumore del PT Cruiser, una macchina che m'era sempre piaciuta. Andava veloce, mentre sfrecciavamo vicino a una casa diroccata in vendita.


Poi lui mi fece una di quelle domande agrodolci.
- Quanto tempo è passato vero dal giorno in cui siamo conosciuti?
- Sto cazzo, ricordi? Avevamo parlato del concerto dei Pumpkins a Milano, quello del 29 settembre del 2000. 
- Il tempo passa, quando fai l'università.
- Purtroppo, amico mio, son passati anche gli anni '90.


Lui riprese a parlare.
- Sai, certi giorni penso che non cresceremo mai abbastanza per raccontare a sufficienza gli anni '90.
- Perché chi è cresciuto negli anni '90 non vuole crescere.
- Chi te lo dice?
- Perché tutti noi siam ancora lì a sognare di suonare le canzoni dei Nirvana davanti a una platea di studenti del liceo, aspettando il momento di iscriverci all'università, aspettando il venerdì sera alcolico, mentre scanniamo su un auto con i finestrini aperti fra le curve di una collina spersa nella campagna, aspettando d'innamorarci la prossima volta della prossima bionda con gli occhi azzurri che balla da Dio ed è anche una stronza apocalittica.


Non disse nulla, ma sapevo che approvava.


Scoppiò soltanto a ridere mentre guidava, e la macchina correva sulla strada fatta di curve con le rotonde strette e le case ai lati con lo sterrato davanti al passo carraio. Era una domenica, e gli anni '90 non ce li avrebbe mai restituiti nessuno, neanche quel borgo dove il tempo sembra non passare.


mercoledì, maggio 25, 2011

Dicevano che (Metti una sera in diretta a RaiTunes) - Un racconto 45

 

Dicevano che non avrei mai percorso strade così. Fatte di lunghi scalini all'autogrill e panini mangiati in piedi parlando di Toro e cestini dell'immondizia, rettilinei d'asfalto con qualche buca e camion che non si fanno sorpassare, su un bus con la tappezzeria bordeaux e l'autista che prende tanti caffé perché guida da troppe ore e non vuole rischiare d'addormentarsi.

Sono tanti insieme a me, ma io guardo a sinistra che tramonta, e a destra la linea del paesaggio che non c'è più, perché sta dietro la via dell'alta velocità, dove passa il treno che fa Torino - Milano in 1 ora, Torino Bologna in 2 ore, Torino Firenze in 3 ore, Torino Roma in 4 ore. 

Ma io mi fermo a Milano, stasera mi fermo là.

Dicevano che Milano non l'avrei mai vista così. Per certi versi, neanche io ci credevo. Poi però il pullman esce in viale Certosa ed è tutto vero. 


E' vero come lo spazio fra due città, che poi diventa uno spazio grande quanto un tavolo, e sei dentro a una di quelle cose che non avresti mai detto di vedere.


Ma la cosa non è questa. Il concetto non è andare e venire in fretta, una sera che aspetti da mesi in fondo dura il tempo di guardare due volte l'orologio appeso in alto sul muro, e sentir dentro solo la voglia che si rallenti un attimo. Il fatto è che a volte i sogni s'avverano. Anche se ci si sveglia troppo presto, direbbe un foglio dei Baci Perugini, o un brano suonato da un rocker anni '80.


S'avverano per cose che non diresti mai. S'avverano quando non sai bene perché, s'avverano retroattivi su cose che hai detto anni prima.


Dicevano che sognavo troppo, da piccolo. Dicevano che avevo troppa fantasia, che stavo troppo a fare cose non concrete. Poi crescendo, a volte, è capitato che sognassi così tanto che funzionasse.


E scopro che il ritorno da Milano, dopo una serata di quelle che non avresti mai detto, è solo un pezzo di un puzzle più grande, che fa di me uno di quelli che guardano fuori dal finestrino, sentono che basta il respiro per aver la conferma che è tutto vero.


Che a volte sognare troppo non è che il principio di una strada da fare. 


Dicevano che non sarei mai riuscito a smontare un giocattolo senza romperlo. Che non sarei mai riuscito a vivere usando parole e sogni. Che non serviva star lì a cercare un'occasione, perché le occasioni le hanno finite quelli che son arrivati prima di me.


Poi immagino che invece può capitare. Che può succedere sul serio. E immagino talmente forte che alla fine capita sul serio.


Come quando, tornando da Milano una sera, mi dicevo che non era vero che avevo appena visitato un posto, visto persone, fatto cose, di quelle che dici sempre che faresti. Chiudo gli occhi, per risentire che ce l'abbiamo fatta, che ce l'ho fatta. E scopro che un po' sono ancora in quel pullman sulla via di casa, le buche son sempre quelle e anche i sorpassi che non riescono al primo colpo, fuori è buio, la gente che è con me dorme, stiamo tornando dopo aver vissuto una serata speciale e per me è tutto una festa silenziosa.

lunedì, maggio 23, 2011

Quel pomeriggio - Life in Technicolor part 153

Facevo la quinta elementare, nel 1992. Stavo preparando la relazioncina per l'esame, il tema era la Finlandia, quando mia madre accese la televisione e c'erano i sottotitoli e al tg si vedeva solo una grossa buca su un cavalcavia. Alla televisione quei giornalisti dicevano che era morto un giudice. Chiesi a mia madre dov'era Capaci, lei mi disse vicino Palermo, ripensai a degli amici siciliani che avevamo conosciuto in vacanza in Calabria, Costantino con la moglie Maria e le sue due bellissime figlie e al loro orgoglio nel dire che i siciliani non sono tutti mafiosi, nelle notti d'estate, parlando della loro terra.

Era morto un giudice e io, da bambino, ricordo che non capii subito. O meglio, capii che era grave perché mia madre si sedette sulla sedia e non fece altro che dire che era morta una brava persona.

Alla televisione, i giornalisti parlavano e la gente piangeva.

Quando morì Paolo Borsellino, era già estate e ricordo che quel pomeriggio ero uscito per una passeggiata con gli amici del quartiere: quando arrivai a casa c'era la stessa scena di quel 23 maggio. Ricordo che dissi a mia madre che sembrava la guerra, lei mi disse che un po' lo era.

Giovanni Falcone oggi lo ricordano un po' tutti. Lo ricordano i ministri, lo ricorda la gente comune, lo ricordano i giudici, lo ricordano le forze dell'ordine. Lo ricordano, son sicuro, anche i mafiosi, che uno così potevano anche odiarlo, ma non potevano non averne paura.

Paura di cosa? Del fatto che fosse un giudice? Del fatto che potesse condannare, o assolvere?
Sarò retorico nell'ammirare di Giovanni Falcone il suo essere uomo. Quei suoi baffoni lo facevano rassomigliare al mio caro zio Carmine, da piccolo ricordo che quando vidi le sue foto ai tg, quel pomeriggio, lo sentii come una persona buona. Sarà stata quella somiglianza, sarà stato quel suo piglio nelle foto di meridionale verace e coraggioso, consapevole di cosa faceva, consapevole di lottare contro qualcosa che può essere battuto solo se la maggioranza decide di combattere, e quel qualcosa era un modo di essere.

Una volta mia madre, anni dopo quel pomeriggio, mi disse: "Falcone diceva che il modo migliore per combattere la mafia è non comprare merce rubata.".

Non so se fosse una citazione vera, però penso di sì. Una frase simile la capirebbe chiunque, e i grandi di solito parlano in modo che tutti possano capire, con parole semplici e concetti tangibili.

Quella citazione me la porto dentro, ogni giorno cerco di pensare a come "non comprare merce rubata": fare bene il mio lavoro, rispettare il mio vicino, trattenere la voglia di sfanculare una persona, incazzarmi e votare qualche integralista che voglia uccidere tutti quelli diversi da me.

Comprare merce rubata significa non spendere il giusto, in maniera disonesta, per qualcosa che si desidera. Un modo d'essere insito nelle furberie mafiose e nel clientelismo che piega questo sciagurato paese: per quella frase che mia madre mi citò e che non so se sia veramente di Falcone (ma io credo proprio di sì, anche se è di altri), per il suo sguardo sereno in ogni foto, per le storie contenute nella sua biografia scritta dal buon Francesco La Licata, per tutte queste cose penso che Falcone valga la pena ricordarlo sempre, anche se oggi mi vien voglia di ripensarlo un po' di più.

Anche se quel giorno ero bambino, facevo una ricerchina sulla Finlandia per il mio esame di quinta elementare, e non capivo che perdevamo soprattutto una brava persona.


venerdì, maggio 20, 2011

A m.b. - Life in Technicolor part 152

L'anno scorso, di questi tempi, aspettavo. Di mattina guardavo sempre fuori dalla finestra, ma in modo diverso da come faccio quest'anno: mi sembrava che fuori qualcosa attendesse.

L'anno scorso, di questi tempi, correvo tutti i giorni: quando tramontava il sole, arrivava la penombra, e non sentivo il caldo: era come se l'estasse non sarebbe mai giunta.

L'anno scorso di questi tempi amavo la persona sbagliata. O meglio: non era sbagliata, era sbagliato il tempo in cui caso ha voluto, ci incontrassimo. 

Perché è sempre il caso, no? Quando scegli di fare quel giro lì, invece che passare dalla strada che prendi di solito, ed ecco: è tutto completamente diverso da come sarebbe stato.

Il caso sceglie per te, talvolta, ed è strano notare come tutti lo sappiano, siano tutti pronti a scriverlo sul muro, maledetto il caso, maledetto il caso, si fotta quel giorno in cui ci siamo incontrati.

C'è sempre un anno prima. Un anno da cui pescare, da rimpiangere, o da sentire lontano, o da rinnegare. C'è sempre un anno prima che sta fuori dalla finestra, che ogni tanto rivediamo, che ogni tanto risentiamo vicino, tanto vicino.

Potere del passato, potere di frammenti d'oggetti e ricordi, potere di "voglie mai sopite", scriverebbe chi non avesse la fantasia di soffermarsi sullo stipite della finestra che incornicia il ricordo.

Basterebbe soffermarsi sulla musica che faceva di contorno, a un ricordo, per capire se quel ricordo val la pena rimetterlo in scena. L'anno scorso ho ascoltato tanta musica, diversa, bellissima. 

Sciolgo qualche parola nel mio maremagnum di immagini, respiri, e volontà nuove e ancestrali. C'è un ricordo anche per te, ho un pensiero anche per te. Anche tu hai un anno scorso da cui pescare: e come me, son sicuro, anche tu continui a ripensare, senti che torna alla mente continuamente, e sai che c'è? È vero: l'anno scorso è ancora qui.

Poi però osserva bene fuori dalla finestra. Guarda dallo stesso punto in cui, l'anno scorso, ogni mattina guardavi fuori e sentivi quell'attesa, sentivi quella voglia, immaginavi, t'innamoravi.

È proprio tutto così uguale?


L'anno scorso mi sentivo così onnipotente e, insieme, fragile. Quest'anno sento di voler respirare calmo, lasciandomi trasportare... ma nella direzione che scelgo per me. 


E tu?


venerdì, maggio 13, 2011

Scritto di getto, scritto di sfuggita - Un racconto 45


Non ho tempo per trovare una foto adatta a un pensiero. Non ho tempo per cercare altro tempo, in realtà. Non ho voglia di cercare, sia il senso, sia le parole per dire che non lo trovo.

Di getto, mi viene in mente la parola magica delle fiabe che apre le porte chiuse. Prova a dirla, e si schiuderà un mondo. Poi no, poi no, nessuna la dice. Ci sei tu.

Fuori c'è il temporale, poi tuona, poi però non piove veramente, fa solo due o tre di quelle stupide goccie che sanno solo sporcare la macchina.

Scrolla il vento del maggio inoltrato, quello fetido di agosto cittadino è ancora troppo lontano, c'è tanto d'aspettare fra le ferie e la solitudine delle discoteche piene, tutte uguali. 

Voglia di bere un po' di vino. Poi di mangiare qualcosa di leggero. Poi di ascoltare una canzone degli Hooverphonic. Poi di parlare un po' con quel tuo vecchio amico che non senti da tanto. Poi ancora, discutere, cambiare, pensare, riflettere, e dormire un po'.

Scrivi di getto scrivi di getto scrivi di getto, fra un ritaglio di tempo e l'altro, senza alcun tipo di regola. Solo con le immagini che ti porti dietro e che vuoi per forza dire stasera, senza vincoli di mandato, senza obblighi di legge. 

Di sfuggita lanciare qualche immagine, poi nascondersi. Poi riemergere. Poi riascoltare.

Poi direcheseistatoechesaraiechenonvuoismetteredi. Tutto come se fosse una cantilena. Come se dietro ci fosse qualcosa d'altro che il suono delle lettere tutte unite.

Poi, leggi.

Sono solo parole. Sono solo parole. 

mercoledì, maggio 04, 2011

Sfumature - Un racconto 44



Andavo ancora a Scuola, in quel periodo. Era capitato, un pomeriggio, mentre stavo seduto a un tavolo, leggendo La versione di Barney di Mordecai Richler, che lo sguardo mi capitasse lì sul balcone, un posto dove detto per inciso non andavo mai.

Quel giorno, in quel momento in cui guardai, sul balcone c'era Lei. Lei, una delle tante che c'era a Scuola.

Non so perché, ma quando la notai cominciai ad osservarla, senza che Lei se ne accorgesse.

La guardavo mentre fumava sul balcone. Teneva i capelli intrecciati, sbiaditi, un lungo vestito nero, lo sguardo apparentemente perso nel vuoto. In quella scena così normale, mi resi conto che stavo trovando una bellezza travolgente. Anche se, lo sapevo, tutto partiva da una ragazza che, a detta di tutti, era solo una grandissima stronza.

La sigaretta esalava fumo, ma io ci vedevo anche sogni. La teneva con le dita dritte, e la portava alla bocca con regolarità, come se segnasse il tempo.

Tic tac. Un tiro. Tic tac. Un tiro. Tic Tac. Un tiro.

Non le avevo mai parlato per più di qualche scambio di battute, e anche se ero convinto fosse stato più il caso a non farci dire nient'altro di più che una vera e propria antipatia reciproca, non m'ero spinto oltre quelle poche parole dette qua e là.

Ad un certo punto, le si avvicino un ragazzo e cominciò a parlarle. Sembrava conoscerla bene, per la facilità con cui avevano cominciato a discutere senza preamboli, né etichetta, né altro. Lei aveva intanto spento la sigaretta nel posacenere del balcone, e aveva portato le mani alla ringhiera, distendendo le spalle e le braccia, contraendo gli addominali, facendo i seni più grossi, incrociando le gambe.

- Chi guardi?

Era Alessia, la mia amica Alessia, la mia migliore amica.

- Guardo lei, Alessia.

- Lei?

- Sì, lei.

Alessia era bella e con i capelli mossi, sempre vestita carina, indifferentemente se vestiva jeans o una gonna di mezza lunghezza. Le volevo bene perché sorrideva come fosse un continuo ricordo di sincerità, quel lieve profumo di onestà delle persone che sanno voler bene al mondo. Era dolce, il suo sorriso, dolce come le parole che, come andavo ripetere in continuazione in quella Scuola, avrei voluto scrivere.

- Ma lei è una stronza!


Anche i sinceri sanno rendere bene il pensiero, a volte, soprattutto se sorridono con quel senso di pulito che vorresti fosse adottato da tutto il mondo.


Le sorrisi anche io, con il mio sorriso non bello come il suo, non dolce come il suo, forse solo vero come il suo.


- Sì è vero, è una grandissima stronza.
- Perché la guardi allora? - disse, e lì Alessia mostrò d'esser donna. Anche i sinceri sono curiosi.


- Sai Alessia? A me è sempre piaciuto il tuo sorriso. Lo trovo generoso con chi ti sta intorno, perché fa star bene le persone che ti parlano. Mi sento sempre bene, quando ti guardo sorridere.


Lei un po' arrossì, perché sapeva che parlavo sinceramente e poi perché ai complimenti, chissà perché, si arrossisce sempre. E mentre le dicevo queste cose, Lei, sul balcone, sorrideva a quel ragazzo che le aveva cominciato a parlare e con cui discuteva ormai da un po'.


- Ecco, vedi? Tutti i sorrisi a me piacciono. Anche quelli di chi so nascondono quella voglia di scavalcare e fare il male, anche se costa far del male, anche se farai soffrire gli altri. Io non lo so perché a me piacciano i sorrisi, a me piacciono perché nessun sorriso è uguale agli altri, tutti sorridono a modo loro. E non dipende dai denti, non dipende dalla bocca, ma dipende proprio da come sorridi. Dipende dal fatto che mentre sorridi succede qualcosa, fra te che sorridi e l'altro che guarda: come se ci fosse la chiave per capire che tutto è inedito, che tutto sarà diverso. Ecco, guardala ora - le dissi, indicando Lei - hai mai visto sorridere qualcuno così?
- Beh, no, però ciò non toglie che sia una stronza - disse Alessia, che era oltre che sincera anche molto franca.
- E' vero. Ma hai mai visto qualcuno sorridere come lei?


E Alessia non rispose. Rimase con me, a guardare.


- Sai che penso Ale? Penso che i sorrisi siano come sfumature fra le persone e l'infinito.
- Sfumature di cosa?
- Di colore. O anche di vita. Basta che sia vero, al resto ci pensano le cose, in fondo vanno sempre come vogliono loro.

Io e Alessia rimanemmo poi lì, chiaccherando, e Lei non la guardai più.


Parlò ancora un po' sul balcone a Scuola con quel ragazzo, poi ad un certo punto andò via, senza salutarci.