venerdì, maggio 20, 2011

A m.b. - Life in Technicolor part 152

L'anno scorso, di questi tempi, aspettavo. Di mattina guardavo sempre fuori dalla finestra, ma in modo diverso da come faccio quest'anno: mi sembrava che fuori qualcosa attendesse.

L'anno scorso, di questi tempi, correvo tutti i giorni: quando tramontava il sole, arrivava la penombra, e non sentivo il caldo: era come se l'estasse non sarebbe mai giunta.

L'anno scorso di questi tempi amavo la persona sbagliata. O meglio: non era sbagliata, era sbagliato il tempo in cui caso ha voluto, ci incontrassimo. 

Perché è sempre il caso, no? Quando scegli di fare quel giro lì, invece che passare dalla strada che prendi di solito, ed ecco: è tutto completamente diverso da come sarebbe stato.

Il caso sceglie per te, talvolta, ed è strano notare come tutti lo sappiano, siano tutti pronti a scriverlo sul muro, maledetto il caso, maledetto il caso, si fotta quel giorno in cui ci siamo incontrati.

C'è sempre un anno prima. Un anno da cui pescare, da rimpiangere, o da sentire lontano, o da rinnegare. C'è sempre un anno prima che sta fuori dalla finestra, che ogni tanto rivediamo, che ogni tanto risentiamo vicino, tanto vicino.

Potere del passato, potere di frammenti d'oggetti e ricordi, potere di "voglie mai sopite", scriverebbe chi non avesse la fantasia di soffermarsi sullo stipite della finestra che incornicia il ricordo.

Basterebbe soffermarsi sulla musica che faceva di contorno, a un ricordo, per capire se quel ricordo val la pena rimetterlo in scena. L'anno scorso ho ascoltato tanta musica, diversa, bellissima. 

Sciolgo qualche parola nel mio maremagnum di immagini, respiri, e volontà nuove e ancestrali. C'è un ricordo anche per te, ho un pensiero anche per te. Anche tu hai un anno scorso da cui pescare: e come me, son sicuro, anche tu continui a ripensare, senti che torna alla mente continuamente, e sai che c'è? È vero: l'anno scorso è ancora qui.

Poi però osserva bene fuori dalla finestra. Guarda dallo stesso punto in cui, l'anno scorso, ogni mattina guardavi fuori e sentivi quell'attesa, sentivi quella voglia, immaginavi, t'innamoravi.

È proprio tutto così uguale?


L'anno scorso mi sentivo così onnipotente e, insieme, fragile. Quest'anno sento di voler respirare calmo, lasciandomi trasportare... ma nella direzione che scelgo per me. 


E tu?


1 commento:

Anonimo ha detto...

Un giorno si smette di cercare o di farsi trovare e non perché ci siano dei sensatissimi ragionamenti ma perché la speranza finisce e basta. Perché la distanza aumenta e non c'è più modo di accorciarla. Un giorno si diventa estranei, di nuovo. Un giorno lui diventa come tutti gli altri. Non perché sia come tutti gli altri ma perché con il tempo le delusioni si assomigliano tutte. E' ingiusto ma è così, come la maggior parte delle cose della vita. Un giorno qualunque l'incontri per strada e lo saluti e basta perché ormai le parole non hanno più nessun senso né piacere. O magari la distanza è talmente grande che non vale nemmeno più la pena di alzarsi da una sedia o di attraversare la strada.
La cosa veramente triste è che quel giorno non sarà un giorno triste: non sentiremo nulla.
E allora si resta sospesi, impigliati in una speranza inammissibile, temendo silenziosi quel giorno, e si dice ancora forse. E dico ancora forse. Anche se il forse assomiglia già a un no.
M.B.