lunedì, maggio 23, 2011

Quel pomeriggio - Life in Technicolor part 153

Facevo la quinta elementare, nel 1992. Stavo preparando la relazioncina per l'esame, il tema era la Finlandia, quando mia madre accese la televisione e c'erano i sottotitoli e al tg si vedeva solo una grossa buca su un cavalcavia. Alla televisione quei giornalisti dicevano che era morto un giudice. Chiesi a mia madre dov'era Capaci, lei mi disse vicino Palermo, ripensai a degli amici siciliani che avevamo conosciuto in vacanza in Calabria, Costantino con la moglie Maria e le sue due bellissime figlie e al loro orgoglio nel dire che i siciliani non sono tutti mafiosi, nelle notti d'estate, parlando della loro terra.

Era morto un giudice e io, da bambino, ricordo che non capii subito. O meglio, capii che era grave perché mia madre si sedette sulla sedia e non fece altro che dire che era morta una brava persona.

Alla televisione, i giornalisti parlavano e la gente piangeva.

Quando morì Paolo Borsellino, era già estate e ricordo che quel pomeriggio ero uscito per una passeggiata con gli amici del quartiere: quando arrivai a casa c'era la stessa scena di quel 23 maggio. Ricordo che dissi a mia madre che sembrava la guerra, lei mi disse che un po' lo era.

Giovanni Falcone oggi lo ricordano un po' tutti. Lo ricordano i ministri, lo ricorda la gente comune, lo ricordano i giudici, lo ricordano le forze dell'ordine. Lo ricordano, son sicuro, anche i mafiosi, che uno così potevano anche odiarlo, ma non potevano non averne paura.

Paura di cosa? Del fatto che fosse un giudice? Del fatto che potesse condannare, o assolvere?
Sarò retorico nell'ammirare di Giovanni Falcone il suo essere uomo. Quei suoi baffoni lo facevano rassomigliare al mio caro zio Carmine, da piccolo ricordo che quando vidi le sue foto ai tg, quel pomeriggio, lo sentii come una persona buona. Sarà stata quella somiglianza, sarà stato quel suo piglio nelle foto di meridionale verace e coraggioso, consapevole di cosa faceva, consapevole di lottare contro qualcosa che può essere battuto solo se la maggioranza decide di combattere, e quel qualcosa era un modo di essere.

Una volta mia madre, anni dopo quel pomeriggio, mi disse: "Falcone diceva che il modo migliore per combattere la mafia è non comprare merce rubata.".

Non so se fosse una citazione vera, però penso di sì. Una frase simile la capirebbe chiunque, e i grandi di solito parlano in modo che tutti possano capire, con parole semplici e concetti tangibili.

Quella citazione me la porto dentro, ogni giorno cerco di pensare a come "non comprare merce rubata": fare bene il mio lavoro, rispettare il mio vicino, trattenere la voglia di sfanculare una persona, incazzarmi e votare qualche integralista che voglia uccidere tutti quelli diversi da me.

Comprare merce rubata significa non spendere il giusto, in maniera disonesta, per qualcosa che si desidera. Un modo d'essere insito nelle furberie mafiose e nel clientelismo che piega questo sciagurato paese: per quella frase che mia madre mi citò e che non so se sia veramente di Falcone (ma io credo proprio di sì, anche se è di altri), per il suo sguardo sereno in ogni foto, per le storie contenute nella sua biografia scritta dal buon Francesco La Licata, per tutte queste cose penso che Falcone valga la pena ricordarlo sempre, anche se oggi mi vien voglia di ripensarlo un po' di più.

Anche se quel giorno ero bambino, facevo una ricerchina sulla Finlandia per il mio esame di quinta elementare, e non capivo che perdevamo soprattutto una brava persona.


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