mercoledì, maggio 04, 2011

Sfumature - Un racconto 44



Andavo ancora a Scuola, in quel periodo. Era capitato, un pomeriggio, mentre stavo seduto a un tavolo, leggendo La versione di Barney di Mordecai Richler, che lo sguardo mi capitasse lì sul balcone, un posto dove detto per inciso non andavo mai.

Quel giorno, in quel momento in cui guardai, sul balcone c'era Lei. Lei, una delle tante che c'era a Scuola.

Non so perché, ma quando la notai cominciai ad osservarla, senza che Lei se ne accorgesse.

La guardavo mentre fumava sul balcone. Teneva i capelli intrecciati, sbiaditi, un lungo vestito nero, lo sguardo apparentemente perso nel vuoto. In quella scena così normale, mi resi conto che stavo trovando una bellezza travolgente. Anche se, lo sapevo, tutto partiva da una ragazza che, a detta di tutti, era solo una grandissima stronza.

La sigaretta esalava fumo, ma io ci vedevo anche sogni. La teneva con le dita dritte, e la portava alla bocca con regolarità, come se segnasse il tempo.

Tic tac. Un tiro. Tic tac. Un tiro. Tic Tac. Un tiro.

Non le avevo mai parlato per più di qualche scambio di battute, e anche se ero convinto fosse stato più il caso a non farci dire nient'altro di più che una vera e propria antipatia reciproca, non m'ero spinto oltre quelle poche parole dette qua e là.

Ad un certo punto, le si avvicino un ragazzo e cominciò a parlarle. Sembrava conoscerla bene, per la facilità con cui avevano cominciato a discutere senza preamboli, né etichetta, né altro. Lei aveva intanto spento la sigaretta nel posacenere del balcone, e aveva portato le mani alla ringhiera, distendendo le spalle e le braccia, contraendo gli addominali, facendo i seni più grossi, incrociando le gambe.

- Chi guardi?

Era Alessia, la mia amica Alessia, la mia migliore amica.

- Guardo lei, Alessia.

- Lei?

- Sì, lei.

Alessia era bella e con i capelli mossi, sempre vestita carina, indifferentemente se vestiva jeans o una gonna di mezza lunghezza. Le volevo bene perché sorrideva come fosse un continuo ricordo di sincerità, quel lieve profumo di onestà delle persone che sanno voler bene al mondo. Era dolce, il suo sorriso, dolce come le parole che, come andavo ripetere in continuazione in quella Scuola, avrei voluto scrivere.

- Ma lei è una stronza!


Anche i sinceri sanno rendere bene il pensiero, a volte, soprattutto se sorridono con quel senso di pulito che vorresti fosse adottato da tutto il mondo.


Le sorrisi anche io, con il mio sorriso non bello come il suo, non dolce come il suo, forse solo vero come il suo.


- Sì è vero, è una grandissima stronza.
- Perché la guardi allora? - disse, e lì Alessia mostrò d'esser donna. Anche i sinceri sono curiosi.


- Sai Alessia? A me è sempre piaciuto il tuo sorriso. Lo trovo generoso con chi ti sta intorno, perché fa star bene le persone che ti parlano. Mi sento sempre bene, quando ti guardo sorridere.


Lei un po' arrossì, perché sapeva che parlavo sinceramente e poi perché ai complimenti, chissà perché, si arrossisce sempre. E mentre le dicevo queste cose, Lei, sul balcone, sorrideva a quel ragazzo che le aveva cominciato a parlare e con cui discuteva ormai da un po'.


- Ecco, vedi? Tutti i sorrisi a me piacciono. Anche quelli di chi so nascondono quella voglia di scavalcare e fare il male, anche se costa far del male, anche se farai soffrire gli altri. Io non lo so perché a me piacciano i sorrisi, a me piacciono perché nessun sorriso è uguale agli altri, tutti sorridono a modo loro. E non dipende dai denti, non dipende dalla bocca, ma dipende proprio da come sorridi. Dipende dal fatto che mentre sorridi succede qualcosa, fra te che sorridi e l'altro che guarda: come se ci fosse la chiave per capire che tutto è inedito, che tutto sarà diverso. Ecco, guardala ora - le dissi, indicando Lei - hai mai visto sorridere qualcuno così?
- Beh, no, però ciò non toglie che sia una stronza - disse Alessia, che era oltre che sincera anche molto franca.
- E' vero. Ma hai mai visto qualcuno sorridere come lei?


E Alessia non rispose. Rimase con me, a guardare.


- Sai che penso Ale? Penso che i sorrisi siano come sfumature fra le persone e l'infinito.
- Sfumature di cosa?
- Di colore. O anche di vita. Basta che sia vero, al resto ci pensano le cose, in fondo vanno sempre come vogliono loro.

Io e Alessia rimanemmo poi lì, chiaccherando, e Lei non la guardai più.


Parlò ancora un po' sul balcone a Scuola con quel ragazzo, poi ad un certo punto andò via, senza salutarci.


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