venerdì, giugno 24, 2011

L'abito che volevo - Un racconto 51




Fin da bambino, Elia aveva sempre avuto un sogno nel cassetto: aprire un negozio di abiti da sposa

La sua passione più grande, infatti, era sempre stata guardare alla domenica mattina le spose che, in bianco candido e tulle lindo, con un bel bouquet in mano lentamente entravano nella piccola chiesa antica che stava fin da centinaia di anni prima nella piazza principale della sua città.

Gli piacevano le immagini di quelle donne immacolate che, imbarazzate da tutti quegli occhi di persone amate, s'accingevano a unirsi per sempre a un uomo, il più delle volte l'unico uomo della loro vita.

Mano a mano che gli anni passavano, Elia cresceva e le spose cambiavano, ma lui era sempre lì, seduto sul muretto della piazza, a guardarle da lontano. 

Dai semplici sposalizi con pochi fronzoli della sua infanzia, dove il vestito era quasi sempre il lusso più grande e alla chiesa si arrivava talvolta con la macchina di famiglia, si era passati alle auto noleggiate, miriade di fiori molto colorati messi ovunque, riso e confetti tirati in quantità e tanti, tanti amici che urlavano, suonavano il clacson rumorosamente e si presentavano vestiti il più delle volte con abiti moderni e sgargianti. Era cambiato il rito, e talvolta, all'altare le spose ci trovavano non l'unico ma l'ultimo uomo che avevano biblicamente conosciuto.

L'abito però era rimasto bianco. In tante domeniche mattina che era rimasto davanti alla chiesa, Elia non aveva mai visto una donna in procinto di sposarsi vestita di abiti di tinta diversa dal bianco. 

All'età di 14 anni, Elia si iscrisse a una scuola di taglio e cucito, l'unico maschio della sua classe. 

Divenne mastro di sartoria e, dopo due anni di apprendistato in un piccolo laboratorio di una vecchia signora amica della nonna, aprì il suo negozio - atelier, con una sola vetrina e un retro dove erano stipate stoffe, tulle in quantità e due macchine da cucire lasciate in dote da una fabbrica di trame dismessa per cessata attività, che gliele aveva vendute a buon prezzo. Non aveva scelto di chiamare con un nome accattivante la sua bottega e decorare l'ingresso con neon molto luminosi e colori sgargianti: aveva preferito un più sobrio "Da Elia, per le spose", con carattere corsivo nero su campo bianco.

A trent'anni Elia era diventato ormai un sarto affermato, famoso per la cura con cui confezionava i migliori capi unici dell'intera provincia. Nonostante le clienti aumentassero continuamente, Elia aveva scelto di rimanere lì, in quella piccola bottega. Passava le giornate a cucire, intrecciare, disegnare, proporre alle clienti e prender le misure, senza che vi fossero pause o vacanze: il suo unico piacere era di realizzare abiti.

Le spose dal canto loro continuavano a sposarsi, chi arrivando in chiesa con una carrozza a cavalli, chi scegliendo di festeggiare con i parenti in una villa con piscina: ma i vestiti, quelli, continuavano ad esser richiesti, magari un po' più scollati o con lo strascico meno lungo, ma sempre e unicamente in bianco.

Più della metà delle signore della città che si erano unite in matrimonio erano passate dalla sua bottega e avevano comperato il loro abito lì. Alcune arrivavano, spiegando che il loro sogno era avere tante perle intorno alle spalle, altre che la scollatura non fosse troppo marcata sul seno ma che fosse ampiamente scoperta la schiena, per mostrare il tatuaggio. Altre ancora chiedevano che il velo non fosse troppo ampio, altre che ci fosse ma che cascasse sulle spalle e non sul viso, altre ancora che non ci fosse proprio.

Elia, che ormai era diventato uomo maturo e ne aveva sentite di ogni colore, allora si sedeva, e forte della sua esperienza in materia prendeva misure, disegnava su fogli di carta bozzetti e faceva toccare pezzi di stoffa accuratamente selezionata e lembi di raso accuratamente tagliati, poi raccontava come immaginava l'entrata in chiesa e dava i suoi suggerimenti in tema di scarpe e di gioielleria. E le promesse spose non andavano mai via insoddisfatte.

Una mattina entrò in bottega una signora. Portava il trucco molto pesante, gli occhi cerchiati dal tratto di una matita nera spessa e frastagliata, i capelli squadrati intorno a un viso immusonito, il rossetto rosso scuro che le cerchiavano le labbra disegnandole come quelle di un fumetto per adulti. Vestiva di abiti leggeri ma completamente neri, e portava borchie ai polsi e alla borsa, che portava a tracolla penzolante e con la cintura molto larga. Elia la salutò cordialmente, ma lei non rispose subito. Guardò un po' intorno, sbirciando fra gli abiti esposti in vetrina e gli accessori, i pochi accessori, che Elia teneva in una teca vicino al banco.

- Buongiorno - la incalzò con tono cordiale - posso aiutarla?

La signora si rivolse ad Elia come appena svegliata, con una voce stranamente squillante per quell'aspetto così tenebroso: - Si, mi scusi - disse - ero entrata perché volevo avere qualche informazione per un abito da sposa.

- Certo! Aveva già qualche idea?

La signora tentennò un attimo: - Sì, in realtà sì. Però non so se lei mi può aiutare.

Elia allargò le braccia, fece un sorriso e alzò le spalle: - Possiamo provare, mi dica.

- Vede - prese a descrivere la signora - io mi devo sposare fra qualche mese. Otto mesi, per la precisione. Vedo che lei fa abiti molto belli - poi si voltò e indicò un particolare modello esposto nella vetrina, con una gonna senza strascico e senza spalle - ad esempio quello mi piace molto. Solo che... sono tutti bianchi.

- Beh, sì signora. Diciamo che solitamente è il colore che va di più.

- Sì ma sa, io avevo un'altra idea. A me serve un abito di colore nero.

Elia tergiversò un attimo.

- Nero?

- Sì, nero. Simile a quello - e indicò nuovamente il capo esposto in vetrina - anche se mi piacerebbe un po' di strascico in più, e magari qualche cucitura rossa, magari qui, di lato - e si passò le mani sui fianchi, segnandosi le forme del corpo.

Elia rimase un attimo smarrito. Nessuno gli aveva mai chiesto un abito di colore diverso dal bianco. Gli era stato chiesto corto sopra le caviglie da una signora che aveva paura d'inciampare, ed era riuscita a convincerla ad indossare delle paperine per non rischiar di perdere l'equilibrio; si era sentito chiedere un velo simile a una zanzariera per apicoltori da una donna timida che non voleva esser vista in viso se non dal suo futuro sposo, ed anche in quel caso il suo gusto aveva trovato una soluzione accettabile, un velo trasparente ma molto colorato di un perla opacizzato molto luminoso.

Ma un abito tutto nero, quello non gliel'aveva mai chiesto nessuno.

- Signora, lei si sposa in chiesa?

La donna sorrise: - No, in realtà no. Mi sposo in una villa, un giardino a dirla tutta. Con rito ancestrale celtico, celebrerà un nostro amico, una specie di druido. Sa, quei maghi...

- Sì sì, so cos'è un druido. Solo che ecco, non ho mai assistito a una cerimonia come questa.

- L'unica differenza è che non è cristiana. Per il resto, ci sarà una specie di giuramento, e tutte quelle cose che si fanno ad un matrimonio come quelli della domenica mattina.

Elia non seppe subito cosa rispondere. 

- Perché in nero, signora?

- Perché a me e al mio fidanzato piace molto. E tutto sarà addobbato di nero. Anche le sedie, e la tenda sotto cui ci sposeremo.

Elia ci pensò un po'.

- Lei adora il demonio, signora?
- No, io no. Sono agnostica.
- Sa che non è comune...
- Sì lo so. E so che lei fa abiti molto belli. Ma so anche che uno si può sposare come vive, no?

Elia ci pensò un po' su, poi si tirò su le maniche e poggiò le mani sul banco.

- Signora, non le nascondo che per quanto mi riguarda una sposa dovrebbe esser sempre vestita di bianco. Però il matrimonio è il suo, e certo io non posso discutere sui gusti suoi e del suo consorte.  

Quindi, prese l'agenda e le fissò un appuntamento per prendere le prime misure.

Nei mesi che seguirono, Elia lavorò moltissimo per realizzare alla signora l'abito più bello che la sua arte gli avrebbe permesso di realizzare. 

Lo consegnò a due settimane dalla data delle nozze, dopo tre prove generali con la madre e le due migliori amiche. 

Del risultato rimase stupito anche lui: era completamente nero, con piccolissime cuciture rosso fuoco molto sottili tutt'intorno alla vita e lungo i fianchi, come piaceva alla signora. Bordi di pizzo bordavano tutta la gonna, lasciata volutamente voluminosa e lunga, tanto da non far vedere i piedi. Un corpetto chiudeva il busto, lasciando il decolté molto scoperto e tenendosi alle spalle con un sottile filo nero. Sembrava, per certi versi, un abito dell'epoca vittoriana, anche se forse un po' audace per la nudità del collo e della schiena. 

Quando lo piegò per metterlo nella solita scatola di cartone, Elia si premurò di non sgualcirne le pieghe e il tessuto, curandosi che fosse indossato senza alcuna stropicciatura.


Nel giorno prestabilito, la signora si presentò per ritirarlo. Rimase molto soddisfatta del risultato, e non lesinò complimenti al sarto. Elia, dal canto suo, ringraziava e augurava buone cose per le nozze imminenti.


Prima d'uscire dal negozio, la signora gli chiese: - Lei è sposato?


Elia non capì subito.


- Come?


- Ha una moglie?


Nessuno gli aveva mai posto quella domanda.


- No, sono celibe.


La signora sorrise, tenendo il pacco in mano lo rivolse a lui e disse: - Di che colore sarebbe l'abito che farebbe a una donna che vorrebbe sposare?


Elia non seppe rispondere a questa domanda. Tergiversò, perché aveva sempre visto donne vestite di bianco. Le aveva guardate entrare in chiesa, rimanendo fuori. Non immaginava cosa si potesse vedere dall'altare, fermi in piedi, con le persone che ami sedute ai primi banchi e il prete che tiene in mano il Libro delle Sacre Scritture.


Lui forse avrebbe scelto il grigio chiaro. Forse avrebbe anche messo una pochette nel taschino, un gillet con taschino e cipollone attaccato ai pantaloni con una bella catenina argentata. Magari avrebbe indossato un bel cappello, perché no? una tuba, e si sarebbe anche dotato di bastone.


Si immaginò mentre attendeva una splendida donna, la donna della sua vita, vestita di un abito lungo con un bel velo lungo e un grosso bouquet di tanti fiori colorati. E quell'abito era fatto di luce, più che di colore vero e proprio. 


Non sapeva rispondere a quella domanda perché aveva sempre immaginato per gli altri, ma mai per sé stesso. In fondo il bianco gli piaceva, ma chissà se l'amore quando ti sposi è colorato di bianco, oppure puoi colorarlo come ti piace. Se c'è un modo bello per dirsi "per sempre" e quel bello sono le tinte delle cuciture, delle spalline e dei pizzi che si possono cucire al bordo di una gonna. 


Aveva sempre sognato di vestire le spose, mai di guardarle.


Elia si sentì, in un attimo, svuotato e senza energia: e tutto per un pensiero che naturalmente non era mai riuscito a formulare.


- Elia, si sente bene? - gli chiese la signora.


- Sì sì, mi scusi. Allora mi chiami se ha bisogno il giorno del matrimonio... Sa, se mancassero due punti per far cadere la gonna come le piaceva -


Non rispose alla domanda della signora. La donna, dal canto suo, rimane un po' sorpresa da quell'evasione. Lui la salutò educatamente, e si congedarono come se nulla fosse stato.


Guardò la signora allontanarsi, sbirciando oltre la vetrina e gli abiti esposti.


Poi Elia andò nel retro, si sedette su una sedia, e incrociando le braccia si rese conto di essere completamente e irremediabilmente solo.



sabato, giugno 18, 2011

Quel fottuto terrazzo in legno - Un racconto 50



L'aria fresca è bella solo se è estate. Poi c'è un salto come se fosse sbagliato che in inverno faccia freddo e l'aria da fresca diventi fredda e poi gelida, e il vento soffi sbagliato per la tua pelle delicata e per la voglia di caldo che si ha.

Vista da qui, la città è impregnata di umidità e solo qui si può star bene. C'è un terrazzo con il pavimento di legno e con il muretto azzurro, un tavolo e delle sedie, una griglia, una finestrella con le veneziane rosse e sopra di noi solo il cielo e poco altro. 

E poi ci sei tu, seduta sulla muratura che fumi e non parli. E io che ti guardo dalla finestra, e c'è poco da sapere se non che sei là e non parli. 

Sul muretto svetta un altro tetto e c'è una finestra, una stretta finestra che sbuca dal tetto della casa a fianco ed è come una specie di protuberanza fra le tegole e le mie paure.

- Ho il terrore che se guardo là, ad un certo punto possa spuntare una bambina bionda dal buio che ci osserva, senza dire niente. 


Ma tu non mi rispondi. Continui a fumare, silenziosa, tieni le gambe sospese e le dondoli, la sigaretta che tieni in mano è solo un surrogato di labbra, il fumo non basta a spiegare cosa una persona rilascia con i respiri, quando intorno hai il cielo e tutto sembra possa stare nella tua mano.


- Tu non hai paura, quando guardi nelle finestre che stanno di fronte a casa tua?

Niente, continui a fumare. Giri solo lo sguardo, senza muovere la testa, sono le pupille a muoversi, le guance si contraggono e si dilatano, si riempiono di fumo, le tue labbra si serrano, il terrazzo è ancora fatto di legno e di muri tinti d'azzurro, anche se cerchi di buttarci dentro kili di fumo e di dubbi.



- Io non ho paura delle finestre. Ora però basta, balliamo.
- Non c'è musica.
- Non importa.


E butti la sigaretta e mi prendi la mano, mi porti in quella pista privata e balliamo. 

Guidi le mie mani sui tuoi fianchi, sembriamo quelle storie che tutti sanno perché altri le hanno scritte prima e non puoi non averle lette, i movimenti sono identici ma non ci interessa essere repliche, oggi. 

Il legno sotto i nostri piedi fa un rumore sinistro, un cigolio. Non c'è musica, anzi no: c'è. Ed è fatta di colori, di spazi sopra di noi, intorno a noi. 


Anche quella finestra c'è sempre, la sento guardarci.


Stringo le mie mani sui tuoi fianchi, le mia braccia diventano violente e la tua carne la percepisco accogliente. 


I tuoi avambracci sulle mie spalle invece sono leggeri e caldi. Le gambe dondolano, io non ti guardo negli occhi e tu fai lo stesso. 


Non c'è musica, c'è solo spazio e aria intorno. Le nuvole sono bianche, così bianche che l'azzurro è blu e rende il cielo infinito. 


Balliamo senza tempo, balliamo senza ritmo, siamo guidati dallo spazio intorno a noi.


Nessuno ci vede, forse. Perché sento guardarmi da quella maledetta finestra in alto, sento lo sguardo di tante immagini che non voglio veder spuntare da quel cunicolo nero che non so da che parte porta.


Avvicino le labbra alle tue, tu rimani ferma e anche se i tuoi occhi sono distanti io so che mi stai guardando. Non ti smuovi, ciondoliamo per qualche attimo prima che le nostre labbra si sfiorino soltanto, non ci baciamo, stiamo solo ballando.


Lontano un rumore, poi qualche urlo, si perde subito nel silenzio del blu. Tutto è bianco e blu, anche il legno e le tegole dei tetti e le antenne e il muretto e anche le piante stancate dal sole caldo e secco e tutto ciò che circonda questo fottuto palco dove recitiamo la parte dei bravi innamorati: siamo solo bianchi e blu, visti da tutto quello che c'è sopra.


Sono le nostre labbra a sfiorarsi, io abbasso il capo verso di te e tu non indugi a rimanere ferma, come se tu accogliessi me. Poi i tuoi occhi incrociano i miei, sostengo quello sguardo un attimo, e dopo, solo dopo quell'attimo, i miei occhi abbandonano le mie labbra e si rivolgono altrove.


Tu mi fai paura. Anche se sto ballando con te, in questo ultimo pomeriggio. Dove non ci rimane che ballare, perché è come se tutto fosse stato fatto. Quando sai che sei fatto per ballare, per avvicinare le labbra, per premere le mani sui fianchi o sul collo e provare a muoversi su ritmi clandestini.


Cerco altre strade perché mi fai paura, mi fa paura questo ballo, mi fa paura la paura di chiudere le danze e sentire le mani senza più la tua carne sotto, non percepire il peso leggero del tuo avambraccio intorno al collo. Per quello torno a guardare quella finestra. 


E mentre balliamo, silenziosi, mentre sappiamo che il tempo passa e noi siamo in un tempo senza tempo mentre balliamo un ballo senza musica che per quanto ci paia eterno comunque finirà, da quella finestra spunta una sagoma distinta dal buio che non si sa dove finisce.


Ha i capelli biondi, la pelle chiara e le sue mani sono poggiate sul muro diroccato. E' una bambina, e ci guarda mentre consumiamo l'ultimo ballo su questo terrazzo dove non c'è che spazio, e silenzio.












sabato, giugno 11, 2011

Arrivi - Un racconto 49

Quando aprii la porta sentii l'odore della polvere e del chiuso. Tutto era chiuso, come l'avevo lasciato.

Ero stato via per poco tempo. Eppure sembrava che fossero passate molte settimane.


- E' sempre così - pensai - quando vai via da casa, sembra che tu non la veda da anni già il giorno dopo. Eppure è passato solo un giorno.


Posai la valigia, aprii le finestre. Pioveva e c'era aria fresca, la luce fioca ma sufficiente a illuminare la stanza.


Andai in cucina e misi sul fuoco un caffè. 


Poi, cominciai a disfare la valigia.


Prima di ripartire avevo messo tutti i panni sporchi in un sacchetto di cellophane, e li avevo sciacciati fra quelli ancora puliti; nonostante questo le camicie tutte mal piegate, e le magliette maldestramente buttate e stropicciate fra i jeans e i pantaloni.

Ripensai a quando riempivo il bagaglio: guardavo i panni, li pensavo chiedendomi come e quando li avrei indossati, appena arrivato là dove dovevo andare. Alla domanda se mi sarebbero serviti, non sapevo rispondermi: sentivo solo la paura che non sarebbero bastati. Così avevo stretto i vestiti uno sopra l'altro, riempito la valigia fino al midollo, poi l'avevo chiuso e mi ero augurato che il peso non fosse troppo.

Guardando in quel momento la valigia, tutto era diverso. Dall'ordine e la pulizia, ora c'era solo disordine e odore di chiuso. Come in casa, prima e dopo di chiudermi la porta alle spalle.

Prima di partire, non potevo sapere che sarebbe tornato, in quel momento, il pensiero che viene a tutti quando si apre la propria valigia, del disordine che vuol dire aver vissuto lontano, e magari risentirsi con sè stessi per aver pensato di aver portato troppi vestiti che non hai usato, o che magari ne hai portati troppo pochi.


La valigia non basta mai, nel meglio o nel peggio, nel bene e nel male. Non era bastata neanche questa volta, ma non per i vestiti e gli accessori. 

Era stato un viaggio lungo. Avevo dimenticato un fazzoletto sul letto, l'ultima sera. Un fazzoletto e un paio di calze, che avevo appoggiato vicino al cuscino mentre ripiegavo malamente i miei vestiti e li richiudevo nel bagaglio. Volevo solo chiudere tutto nella valigia, l'avevo fatto senza neanche guardarmi intorno.

L'avevo chiuso malamente, in fretta. 


In quel momento, quando chiudevo i panni e non mi ero chiesto quanto fosse lontana casa, e non mi interessavo a cosa stavo mettendo nel bagaglio.  


- Quando ritorni da un viaggio - pensai - la valigia è troppo piccola e non vedi l'ora di ritornare per svuotarla, lavare i vestiti che hai portato con te, e talvolta lasciarti alle spalle quel tempo in cui sei stato lontano.


Il caffè uscì dalla caffettiera, lasciai i panni com'erano e corsi a spegnere il fuoco dei fornelli. Un po' di bevanda calda era uscita dalla moka, sporcando il metallo della cucina.


Riempii una tazzina e mi sedetti sul divano, mi guardai intorno e mi sentii finalmente rilassato.


- Quando torni a casa, sei sempre contento - pensai.


Io lo ero, anche se ero tornato solo e alla partenza eravamo due.










lunedì, giugno 06, 2011

Partenze - Un racconto 48

Sono uno di quelli che non va mai ai funerali e ai matrimoni. Preferivo aspettare a casa, senza farmi vedere, perché di tutti quei saluti obbligati, le parole di circostanza, delle strette di mano e dei baci senza labbra che son colpi di guancia, ecco di tutta quella roba lì non ho mai saputo che farmene. Anche se sapevo d'esser scorretto, ho sempre pensato fosse la cosa migliore.

Ed era così anche con le partenze. Quando qualcuno partiva, bisognava accompagnarlo alla stazione o all'aeroporto, e io mi rifiutavo sempre.

Faceva paura il fatto che qualcuno andasse e altri rimanessero. E a me non piaceva rimanere, avrei sempre voluto essere quello che andava via. Andare via era l'unico modo - apparentemente - per sentirsi dalla parte giusta. Chi rimane, ho sempre pensato, ha solo perso un giro.

Quel giorno era uno di quei giorni. Dovevo sforzarmi, e più di quanto facessi quando a fare il check in era una zia che abitava lontano o uno degli amici che andava in trasferta per qualche mese dall'altra parte del mondo: quel giorno, a prendere un volo per un posto dall'altra parte dell'oceano, c'era lei.

Sapevo che sarebbe partita quel pomeriggio, lo sapevo da mesi. E per mesi avevo evitato di vederla, salutarla. D'altronde vederla era come stare a guardare un aereo che parte ed esser dalla parte sbagliata, tu non ci sei sopra e ti incazzi che qualcuno abbia preso il tuo posto.

Così, scelsi il silenzio, fino a quando fu lei a scrivermi: "Non vieni a salutarmi all'aeroporto?". D'altronde, me l'aveva chiesto per mesi, di passare da lei, anche solo per dirsi "ciao" a quattr'occhi.

E io, come al solito, avevo fatto finta di niente. Non le avevo neanche risposto.

Per quello scelsi, quel giorno, di prendere l'auto e andare a fare un giro. Perché, pensai, oggi è come se partissi io: tanto vale fare un viaggio sul serio.

Così, presi a girovagare, senza sapere bene perché, o dove. 

Dopo qualche ora, ero su una statale e intorno c'erano solo prati. Stavo ai 130 km/h, tenevo il volante stretto e guardavo lontano, oltre la strada. Guidare era l'unica cosa che avevo da fare, quel giorno.

Poi, in cielo vidi un aereo. C'era la scia lunga, chiara, nuvolosa e spessa di grigio e aria condensata. Lo guardai, era alto. 

Gli aerei facevano paura, così alti. Chissà dentro, se mi vedevano guardarli.

Un'indicazione segnalava "aereoporto"a 23 km. Accellerai ancora, fino ai 140 km/h, quando presi l'autostrada e la statale e i prati erano rimasti indietro, e intorno c'erano strisce d'asfalto più o meno larghe,  con auto e camion e camper in corsa perenne, chi più lento, chi più veloce.

Accellerai, l'aeroporto era là e non so perché lo feci così, senza pensare, a cercare di arrivare prima che il suo aereo partisse con lei dentro.

Corsi e corsi e superai auto che scappavano dietro di me, perché io ero troppo veloce. Uscii dall'autostrada, m'incanalai nella strettoia che portava alle piste.

Mi fermai a 200 metri, scesi dall'auto, e accesi una sigaretta. 

Aerei rollavano sulla pista, c'era silenzio nel prato che avevo scelto per guardare il suo volo partire.

Chissà se era là, chissà se era già partita, o se sarebbe partita qualche ora dopo: di entrare, però, non ci pensavo. Anche perché sapevo, come era sempre stato, che quel suo volo sarebbe stato di sola andata, anche se fosse tornata quello era un biglietto che non prevedeva ritorno.

Guardai un paio di aerei decollare, le dissi il mio "ciao" da quel prato, fumando. 

Come era stato fra noi, era finita: lei che partiva e io che rimanevo. Avevo perso un altro giro, l'ennesimo. 

Risalii in auto, e tornai a casa.









giovedì, giugno 02, 2011

Elan Mehler, le nuvole. Poi piove - Un racconto 47



Gira la lavatrice, gira il cestello con i panni dentro. Dalla cucina esce un odore sporco, l'immondizia è stata lasciata aperta, l'organico manda puzza e il marcio fermenta in quella puzza. Il pavimento è così freddo, e le tende non sono da meno. 

La palma si muove ancora, perché il vento da stamattina non s'è arrestato. Non soffia forte ma non è brezza, è vento. Di fine maggio, sporcato anche lui dall'umido. Un umido che ti manca quando fa caldo, un fresco maledettamente piacevole la notte.

Stai seduta di fronte a me, sul divano. Sei vestita di cotone, hai le gambe incrociate, non parli e guardi le tende, o forse guardi fuori come faccio io il vento che non sa essere nè forte, nè lieve. Solo in questa stagione.

Hai calze chiare colorate di morbidezza. Perché ti guardo le calze, non lo so nemmeno io. Sei sempre ben vestita, oggi lo sei come le altre volte. I capelli ti si annodano addosso, allora come oggi quando la pioggia è spuntata mentre il vento si calmava, fra la palma, il balcone, la strada. 
Seduta con le gambe incrociate, vista da qui sei curata. Sono io, quello che non va.


Il cestello della lavatrice gira e gira e gira. E io ruoto il piede, poi incrocio le gambe, poi distendo il braccio, prendo un Pall Mall Light, me la giro fra le dita, poi la accendo anche se in casa non si fuma, una regola che ho messo io. Infrango le mie regole. Le infrango io, e non tu.


Parte la centrifuga della lavatrice, io fumo e tu continui a guardare fuori. Sembriamo un affresco fatto di acquarelli, solo che nel mentre ci hanno buttato del solvente sopra e qualcosa si è sciolto, la tinta non è più così unita. Ci penso e non lo dico ad alta voce perché è una di quelle metafore che ti farebbero schifo, e a dirla tutta fa schifo anche a me.


Poi mi alzo, apro la finestra della cucina ma la puzza dell'organico lasciato aperto non se ne va. Chiudo il sacchetto, tengo la sigaretta in bocca e il fumo mi brucia gli occhi, li socchiudo, il cellophan si stringe e il puzzo rimane dentro. E il rumore della centrifuga cresce e cresce e cresce, mentre il cestello gira e gira e gira. Il sacchetto lo appoggio a terra, ma fa solo un fruscio. E tu continui a guardare fuori, senza muoverti.


Spargo cenere dappertutto, con il mio mozzicone. E questa sigaretta non me la sono ancora goduta, ne accendo un'altra, ma non basta. Quei giorni che vuoi fumare così tanto che poi il pacchetto finisce e tu hai soltanto male ai polmoni, e non è bastato riempirti di merda le vie respiratorie, hai ancora voglia: ed è questo, uno di quei giorni, e io mi parlo in seconda persona mentre spengo la seconda sigaretta e intanto la lavatrice ha finito.

Il vento s'agita fuori, la palma pure, poi tu ti alzi, ti metti le scarpe, le hai scelte alte oggi perché sembrava dovesse piovere. Non dici nulla, ti alzi solo, poi prendi la porta e te ne vai.

Forse dici "ciao", forse no, e passa del tempo.

La lavatrice poi finisce, lascio che la spia rimanga lì a lampeggiare, mentre accendo un'altra sigaretta, altra cenere si sparge sul mio pavimento che è sempre lurido di freddo, anche se ho appena pulito con l'acqua calda e il detersivo profumato.

Mi metto una tuta e una felpa, le scarpe, spengo la lavatrice, prendo il sacchetto dell'organico, prendo il portafoglio, le chiavi della macchina, le sigarette, il cellulare lo lascio, e scendo.

Comincia a piovere mentre sto buttando il sacchetto nel bidone dell'umido, quello che puzza più di tutti, il mio sacchetto che gocciola dal fondo un liquido decomposto ancor più schifoso.


Quando salgo in macchina, le gocce si fanno tante. Il parabrezza le ferma tutte una a una e le lascia, chissà come, compatte e , distinte. 


Accendo la radio, c'è una canzone calma. Poi avvio il motore, l'auto parte. 


Tu sei andata via da un po', chissà dove.