sabato, giugno 11, 2011

Arrivi - Un racconto 49

Quando aprii la porta sentii l'odore della polvere e del chiuso. Tutto era chiuso, come l'avevo lasciato.

Ero stato via per poco tempo. Eppure sembrava che fossero passate molte settimane.


- E' sempre così - pensai - quando vai via da casa, sembra che tu non la veda da anni già il giorno dopo. Eppure è passato solo un giorno.


Posai la valigia, aprii le finestre. Pioveva e c'era aria fresca, la luce fioca ma sufficiente a illuminare la stanza.


Andai in cucina e misi sul fuoco un caffè. 


Poi, cominciai a disfare la valigia.


Prima di ripartire avevo messo tutti i panni sporchi in un sacchetto di cellophane, e li avevo sciacciati fra quelli ancora puliti; nonostante questo le camicie tutte mal piegate, e le magliette maldestramente buttate e stropicciate fra i jeans e i pantaloni.

Ripensai a quando riempivo il bagaglio: guardavo i panni, li pensavo chiedendomi come e quando li avrei indossati, appena arrivato là dove dovevo andare. Alla domanda se mi sarebbero serviti, non sapevo rispondermi: sentivo solo la paura che non sarebbero bastati. Così avevo stretto i vestiti uno sopra l'altro, riempito la valigia fino al midollo, poi l'avevo chiuso e mi ero augurato che il peso non fosse troppo.

Guardando in quel momento la valigia, tutto era diverso. Dall'ordine e la pulizia, ora c'era solo disordine e odore di chiuso. Come in casa, prima e dopo di chiudermi la porta alle spalle.

Prima di partire, non potevo sapere che sarebbe tornato, in quel momento, il pensiero che viene a tutti quando si apre la propria valigia, del disordine che vuol dire aver vissuto lontano, e magari risentirsi con sè stessi per aver pensato di aver portato troppi vestiti che non hai usato, o che magari ne hai portati troppo pochi.


La valigia non basta mai, nel meglio o nel peggio, nel bene e nel male. Non era bastata neanche questa volta, ma non per i vestiti e gli accessori. 

Era stato un viaggio lungo. Avevo dimenticato un fazzoletto sul letto, l'ultima sera. Un fazzoletto e un paio di calze, che avevo appoggiato vicino al cuscino mentre ripiegavo malamente i miei vestiti e li richiudevo nel bagaglio. Volevo solo chiudere tutto nella valigia, l'avevo fatto senza neanche guardarmi intorno.

L'avevo chiuso malamente, in fretta. 


In quel momento, quando chiudevo i panni e non mi ero chiesto quanto fosse lontana casa, e non mi interessavo a cosa stavo mettendo nel bagaglio.  


- Quando ritorni da un viaggio - pensai - la valigia è troppo piccola e non vedi l'ora di ritornare per svuotarla, lavare i vestiti che hai portato con te, e talvolta lasciarti alle spalle quel tempo in cui sei stato lontano.


Il caffè uscì dalla caffettiera, lasciai i panni com'erano e corsi a spegnere il fuoco dei fornelli. Un po' di bevanda calda era uscita dalla moka, sporcando il metallo della cucina.


Riempii una tazzina e mi sedetti sul divano, mi guardai intorno e mi sentii finalmente rilassato.


- Quando torni a casa, sei sempre contento - pensai.


Io lo ero, anche se ero tornato solo e alla partenza eravamo due.










1 commento:

puntoepasta ha detto...

Post un po' triste...nonho smesso di leggerti anche se mi sono fatta viva raramente. Bisogna viaggiare, andare lontano, lasciarsi tutto alle spalle per poter apprezzare fino in fondo la propria casa e la propria vita di un tempo. Si trovano tante risposte nel viaggio. E quando torni, nel bene e nel male, qualcosa è per forza cambiato.