giovedì, giugno 02, 2011

Elan Mehler, le nuvole. Poi piove - Un racconto 47



Gira la lavatrice, gira il cestello con i panni dentro. Dalla cucina esce un odore sporco, l'immondizia è stata lasciata aperta, l'organico manda puzza e il marcio fermenta in quella puzza. Il pavimento è così freddo, e le tende non sono da meno. 

La palma si muove ancora, perché il vento da stamattina non s'è arrestato. Non soffia forte ma non è brezza, è vento. Di fine maggio, sporcato anche lui dall'umido. Un umido che ti manca quando fa caldo, un fresco maledettamente piacevole la notte.

Stai seduta di fronte a me, sul divano. Sei vestita di cotone, hai le gambe incrociate, non parli e guardi le tende, o forse guardi fuori come faccio io il vento che non sa essere nè forte, nè lieve. Solo in questa stagione.

Hai calze chiare colorate di morbidezza. Perché ti guardo le calze, non lo so nemmeno io. Sei sempre ben vestita, oggi lo sei come le altre volte. I capelli ti si annodano addosso, allora come oggi quando la pioggia è spuntata mentre il vento si calmava, fra la palma, il balcone, la strada. 
Seduta con le gambe incrociate, vista da qui sei curata. Sono io, quello che non va.


Il cestello della lavatrice gira e gira e gira. E io ruoto il piede, poi incrocio le gambe, poi distendo il braccio, prendo un Pall Mall Light, me la giro fra le dita, poi la accendo anche se in casa non si fuma, una regola che ho messo io. Infrango le mie regole. Le infrango io, e non tu.


Parte la centrifuga della lavatrice, io fumo e tu continui a guardare fuori. Sembriamo un affresco fatto di acquarelli, solo che nel mentre ci hanno buttato del solvente sopra e qualcosa si è sciolto, la tinta non è più così unita. Ci penso e non lo dico ad alta voce perché è una di quelle metafore che ti farebbero schifo, e a dirla tutta fa schifo anche a me.


Poi mi alzo, apro la finestra della cucina ma la puzza dell'organico lasciato aperto non se ne va. Chiudo il sacchetto, tengo la sigaretta in bocca e il fumo mi brucia gli occhi, li socchiudo, il cellophan si stringe e il puzzo rimane dentro. E il rumore della centrifuga cresce e cresce e cresce, mentre il cestello gira e gira e gira. Il sacchetto lo appoggio a terra, ma fa solo un fruscio. E tu continui a guardare fuori, senza muoverti.


Spargo cenere dappertutto, con il mio mozzicone. E questa sigaretta non me la sono ancora goduta, ne accendo un'altra, ma non basta. Quei giorni che vuoi fumare così tanto che poi il pacchetto finisce e tu hai soltanto male ai polmoni, e non è bastato riempirti di merda le vie respiratorie, hai ancora voglia: ed è questo, uno di quei giorni, e io mi parlo in seconda persona mentre spengo la seconda sigaretta e intanto la lavatrice ha finito.

Il vento s'agita fuori, la palma pure, poi tu ti alzi, ti metti le scarpe, le hai scelte alte oggi perché sembrava dovesse piovere. Non dici nulla, ti alzi solo, poi prendi la porta e te ne vai.

Forse dici "ciao", forse no, e passa del tempo.

La lavatrice poi finisce, lascio che la spia rimanga lì a lampeggiare, mentre accendo un'altra sigaretta, altra cenere si sparge sul mio pavimento che è sempre lurido di freddo, anche se ho appena pulito con l'acqua calda e il detersivo profumato.

Mi metto una tuta e una felpa, le scarpe, spengo la lavatrice, prendo il sacchetto dell'organico, prendo il portafoglio, le chiavi della macchina, le sigarette, il cellulare lo lascio, e scendo.

Comincia a piovere mentre sto buttando il sacchetto nel bidone dell'umido, quello che puzza più di tutti, il mio sacchetto che gocciola dal fondo un liquido decomposto ancor più schifoso.


Quando salgo in macchina, le gocce si fanno tante. Il parabrezza le ferma tutte una a una e le lascia, chissà come, compatte e , distinte. 


Accendo la radio, c'è una canzone calma. Poi avvio il motore, l'auto parte. 


Tu sei andata via da un po', chissà dove.












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