venerdì, giugno 24, 2011

L'abito che volevo - Un racconto 51




Fin da bambino, Elia aveva sempre avuto un sogno nel cassetto: aprire un negozio di abiti da sposa

La sua passione più grande, infatti, era sempre stata guardare alla domenica mattina le spose che, in bianco candido e tulle lindo, con un bel bouquet in mano lentamente entravano nella piccola chiesa antica che stava fin da centinaia di anni prima nella piazza principale della sua città.

Gli piacevano le immagini di quelle donne immacolate che, imbarazzate da tutti quegli occhi di persone amate, s'accingevano a unirsi per sempre a un uomo, il più delle volte l'unico uomo della loro vita.

Mano a mano che gli anni passavano, Elia cresceva e le spose cambiavano, ma lui era sempre lì, seduto sul muretto della piazza, a guardarle da lontano. 

Dai semplici sposalizi con pochi fronzoli della sua infanzia, dove il vestito era quasi sempre il lusso più grande e alla chiesa si arrivava talvolta con la macchina di famiglia, si era passati alle auto noleggiate, miriade di fiori molto colorati messi ovunque, riso e confetti tirati in quantità e tanti, tanti amici che urlavano, suonavano il clacson rumorosamente e si presentavano vestiti il più delle volte con abiti moderni e sgargianti. Era cambiato il rito, e talvolta, all'altare le spose ci trovavano non l'unico ma l'ultimo uomo che avevano biblicamente conosciuto.

L'abito però era rimasto bianco. In tante domeniche mattina che era rimasto davanti alla chiesa, Elia non aveva mai visto una donna in procinto di sposarsi vestita di abiti di tinta diversa dal bianco. 

All'età di 14 anni, Elia si iscrisse a una scuola di taglio e cucito, l'unico maschio della sua classe. 

Divenne mastro di sartoria e, dopo due anni di apprendistato in un piccolo laboratorio di una vecchia signora amica della nonna, aprì il suo negozio - atelier, con una sola vetrina e un retro dove erano stipate stoffe, tulle in quantità e due macchine da cucire lasciate in dote da una fabbrica di trame dismessa per cessata attività, che gliele aveva vendute a buon prezzo. Non aveva scelto di chiamare con un nome accattivante la sua bottega e decorare l'ingresso con neon molto luminosi e colori sgargianti: aveva preferito un più sobrio "Da Elia, per le spose", con carattere corsivo nero su campo bianco.

A trent'anni Elia era diventato ormai un sarto affermato, famoso per la cura con cui confezionava i migliori capi unici dell'intera provincia. Nonostante le clienti aumentassero continuamente, Elia aveva scelto di rimanere lì, in quella piccola bottega. Passava le giornate a cucire, intrecciare, disegnare, proporre alle clienti e prender le misure, senza che vi fossero pause o vacanze: il suo unico piacere era di realizzare abiti.

Le spose dal canto loro continuavano a sposarsi, chi arrivando in chiesa con una carrozza a cavalli, chi scegliendo di festeggiare con i parenti in una villa con piscina: ma i vestiti, quelli, continuavano ad esser richiesti, magari un po' più scollati o con lo strascico meno lungo, ma sempre e unicamente in bianco.

Più della metà delle signore della città che si erano unite in matrimonio erano passate dalla sua bottega e avevano comperato il loro abito lì. Alcune arrivavano, spiegando che il loro sogno era avere tante perle intorno alle spalle, altre che la scollatura non fosse troppo marcata sul seno ma che fosse ampiamente scoperta la schiena, per mostrare il tatuaggio. Altre ancora chiedevano che il velo non fosse troppo ampio, altre che ci fosse ma che cascasse sulle spalle e non sul viso, altre ancora che non ci fosse proprio.

Elia, che ormai era diventato uomo maturo e ne aveva sentite di ogni colore, allora si sedeva, e forte della sua esperienza in materia prendeva misure, disegnava su fogli di carta bozzetti e faceva toccare pezzi di stoffa accuratamente selezionata e lembi di raso accuratamente tagliati, poi raccontava come immaginava l'entrata in chiesa e dava i suoi suggerimenti in tema di scarpe e di gioielleria. E le promesse spose non andavano mai via insoddisfatte.

Una mattina entrò in bottega una signora. Portava il trucco molto pesante, gli occhi cerchiati dal tratto di una matita nera spessa e frastagliata, i capelli squadrati intorno a un viso immusonito, il rossetto rosso scuro che le cerchiavano le labbra disegnandole come quelle di un fumetto per adulti. Vestiva di abiti leggeri ma completamente neri, e portava borchie ai polsi e alla borsa, che portava a tracolla penzolante e con la cintura molto larga. Elia la salutò cordialmente, ma lei non rispose subito. Guardò un po' intorno, sbirciando fra gli abiti esposti in vetrina e gli accessori, i pochi accessori, che Elia teneva in una teca vicino al banco.

- Buongiorno - la incalzò con tono cordiale - posso aiutarla?

La signora si rivolse ad Elia come appena svegliata, con una voce stranamente squillante per quell'aspetto così tenebroso: - Si, mi scusi - disse - ero entrata perché volevo avere qualche informazione per un abito da sposa.

- Certo! Aveva già qualche idea?

La signora tentennò un attimo: - Sì, in realtà sì. Però non so se lei mi può aiutare.

Elia allargò le braccia, fece un sorriso e alzò le spalle: - Possiamo provare, mi dica.

- Vede - prese a descrivere la signora - io mi devo sposare fra qualche mese. Otto mesi, per la precisione. Vedo che lei fa abiti molto belli - poi si voltò e indicò un particolare modello esposto nella vetrina, con una gonna senza strascico e senza spalle - ad esempio quello mi piace molto. Solo che... sono tutti bianchi.

- Beh, sì signora. Diciamo che solitamente è il colore che va di più.

- Sì ma sa, io avevo un'altra idea. A me serve un abito di colore nero.

Elia tergiversò un attimo.

- Nero?

- Sì, nero. Simile a quello - e indicò nuovamente il capo esposto in vetrina - anche se mi piacerebbe un po' di strascico in più, e magari qualche cucitura rossa, magari qui, di lato - e si passò le mani sui fianchi, segnandosi le forme del corpo.

Elia rimase un attimo smarrito. Nessuno gli aveva mai chiesto un abito di colore diverso dal bianco. Gli era stato chiesto corto sopra le caviglie da una signora che aveva paura d'inciampare, ed era riuscita a convincerla ad indossare delle paperine per non rischiar di perdere l'equilibrio; si era sentito chiedere un velo simile a una zanzariera per apicoltori da una donna timida che non voleva esser vista in viso se non dal suo futuro sposo, ed anche in quel caso il suo gusto aveva trovato una soluzione accettabile, un velo trasparente ma molto colorato di un perla opacizzato molto luminoso.

Ma un abito tutto nero, quello non gliel'aveva mai chiesto nessuno.

- Signora, lei si sposa in chiesa?

La donna sorrise: - No, in realtà no. Mi sposo in una villa, un giardino a dirla tutta. Con rito ancestrale celtico, celebrerà un nostro amico, una specie di druido. Sa, quei maghi...

- Sì sì, so cos'è un druido. Solo che ecco, non ho mai assistito a una cerimonia come questa.

- L'unica differenza è che non è cristiana. Per il resto, ci sarà una specie di giuramento, e tutte quelle cose che si fanno ad un matrimonio come quelli della domenica mattina.

Elia non seppe subito cosa rispondere. 

- Perché in nero, signora?

- Perché a me e al mio fidanzato piace molto. E tutto sarà addobbato di nero. Anche le sedie, e la tenda sotto cui ci sposeremo.

Elia ci pensò un po'.

- Lei adora il demonio, signora?
- No, io no. Sono agnostica.
- Sa che non è comune...
- Sì lo so. E so che lei fa abiti molto belli. Ma so anche che uno si può sposare come vive, no?

Elia ci pensò un po' su, poi si tirò su le maniche e poggiò le mani sul banco.

- Signora, non le nascondo che per quanto mi riguarda una sposa dovrebbe esser sempre vestita di bianco. Però il matrimonio è il suo, e certo io non posso discutere sui gusti suoi e del suo consorte.  

Quindi, prese l'agenda e le fissò un appuntamento per prendere le prime misure.

Nei mesi che seguirono, Elia lavorò moltissimo per realizzare alla signora l'abito più bello che la sua arte gli avrebbe permesso di realizzare. 

Lo consegnò a due settimane dalla data delle nozze, dopo tre prove generali con la madre e le due migliori amiche. 

Del risultato rimase stupito anche lui: era completamente nero, con piccolissime cuciture rosso fuoco molto sottili tutt'intorno alla vita e lungo i fianchi, come piaceva alla signora. Bordi di pizzo bordavano tutta la gonna, lasciata volutamente voluminosa e lunga, tanto da non far vedere i piedi. Un corpetto chiudeva il busto, lasciando il decolté molto scoperto e tenendosi alle spalle con un sottile filo nero. Sembrava, per certi versi, un abito dell'epoca vittoriana, anche se forse un po' audace per la nudità del collo e della schiena. 

Quando lo piegò per metterlo nella solita scatola di cartone, Elia si premurò di non sgualcirne le pieghe e il tessuto, curandosi che fosse indossato senza alcuna stropicciatura.


Nel giorno prestabilito, la signora si presentò per ritirarlo. Rimase molto soddisfatta del risultato, e non lesinò complimenti al sarto. Elia, dal canto suo, ringraziava e augurava buone cose per le nozze imminenti.


Prima d'uscire dal negozio, la signora gli chiese: - Lei è sposato?


Elia non capì subito.


- Come?


- Ha una moglie?


Nessuno gli aveva mai posto quella domanda.


- No, sono celibe.


La signora sorrise, tenendo il pacco in mano lo rivolse a lui e disse: - Di che colore sarebbe l'abito che farebbe a una donna che vorrebbe sposare?


Elia non seppe rispondere a questa domanda. Tergiversò, perché aveva sempre visto donne vestite di bianco. Le aveva guardate entrare in chiesa, rimanendo fuori. Non immaginava cosa si potesse vedere dall'altare, fermi in piedi, con le persone che ami sedute ai primi banchi e il prete che tiene in mano il Libro delle Sacre Scritture.


Lui forse avrebbe scelto il grigio chiaro. Forse avrebbe anche messo una pochette nel taschino, un gillet con taschino e cipollone attaccato ai pantaloni con una bella catenina argentata. Magari avrebbe indossato un bel cappello, perché no? una tuba, e si sarebbe anche dotato di bastone.


Si immaginò mentre attendeva una splendida donna, la donna della sua vita, vestita di un abito lungo con un bel velo lungo e un grosso bouquet di tanti fiori colorati. E quell'abito era fatto di luce, più che di colore vero e proprio. 


Non sapeva rispondere a quella domanda perché aveva sempre immaginato per gli altri, ma mai per sé stesso. In fondo il bianco gli piaceva, ma chissà se l'amore quando ti sposi è colorato di bianco, oppure puoi colorarlo come ti piace. Se c'è un modo bello per dirsi "per sempre" e quel bello sono le tinte delle cuciture, delle spalline e dei pizzi che si possono cucire al bordo di una gonna. 


Aveva sempre sognato di vestire le spose, mai di guardarle.


Elia si sentì, in un attimo, svuotato e senza energia: e tutto per un pensiero che naturalmente non era mai riuscito a formulare.


- Elia, si sente bene? - gli chiese la signora.


- Sì sì, mi scusi. Allora mi chiami se ha bisogno il giorno del matrimonio... Sa, se mancassero due punti per far cadere la gonna come le piaceva -


Non rispose alla domanda della signora. La donna, dal canto suo, rimane un po' sorpresa da quell'evasione. Lui la salutò educatamente, e si congedarono come se nulla fosse stato.


Guardò la signora allontanarsi, sbirciando oltre la vetrina e gli abiti esposti.


Poi Elia andò nel retro, si sedette su una sedia, e incrociando le braccia si rese conto di essere completamente e irremediabilmente solo.



Nessun commento: