lunedì, giugno 06, 2011

Partenze - Un racconto 48

Sono uno di quelli che non va mai ai funerali e ai matrimoni. Preferivo aspettare a casa, senza farmi vedere, perché di tutti quei saluti obbligati, le parole di circostanza, delle strette di mano e dei baci senza labbra che son colpi di guancia, ecco di tutta quella roba lì non ho mai saputo che farmene. Anche se sapevo d'esser scorretto, ho sempre pensato fosse la cosa migliore.

Ed era così anche con le partenze. Quando qualcuno partiva, bisognava accompagnarlo alla stazione o all'aeroporto, e io mi rifiutavo sempre.

Faceva paura il fatto che qualcuno andasse e altri rimanessero. E a me non piaceva rimanere, avrei sempre voluto essere quello che andava via. Andare via era l'unico modo - apparentemente - per sentirsi dalla parte giusta. Chi rimane, ho sempre pensato, ha solo perso un giro.

Quel giorno era uno di quei giorni. Dovevo sforzarmi, e più di quanto facessi quando a fare il check in era una zia che abitava lontano o uno degli amici che andava in trasferta per qualche mese dall'altra parte del mondo: quel giorno, a prendere un volo per un posto dall'altra parte dell'oceano, c'era lei.

Sapevo che sarebbe partita quel pomeriggio, lo sapevo da mesi. E per mesi avevo evitato di vederla, salutarla. D'altronde vederla era come stare a guardare un aereo che parte ed esser dalla parte sbagliata, tu non ci sei sopra e ti incazzi che qualcuno abbia preso il tuo posto.

Così, scelsi il silenzio, fino a quando fu lei a scrivermi: "Non vieni a salutarmi all'aeroporto?". D'altronde, me l'aveva chiesto per mesi, di passare da lei, anche solo per dirsi "ciao" a quattr'occhi.

E io, come al solito, avevo fatto finta di niente. Non le avevo neanche risposto.

Per quello scelsi, quel giorno, di prendere l'auto e andare a fare un giro. Perché, pensai, oggi è come se partissi io: tanto vale fare un viaggio sul serio.

Così, presi a girovagare, senza sapere bene perché, o dove. 

Dopo qualche ora, ero su una statale e intorno c'erano solo prati. Stavo ai 130 km/h, tenevo il volante stretto e guardavo lontano, oltre la strada. Guidare era l'unica cosa che avevo da fare, quel giorno.

Poi, in cielo vidi un aereo. C'era la scia lunga, chiara, nuvolosa e spessa di grigio e aria condensata. Lo guardai, era alto. 

Gli aerei facevano paura, così alti. Chissà dentro, se mi vedevano guardarli.

Un'indicazione segnalava "aereoporto"a 23 km. Accellerai ancora, fino ai 140 km/h, quando presi l'autostrada e la statale e i prati erano rimasti indietro, e intorno c'erano strisce d'asfalto più o meno larghe,  con auto e camion e camper in corsa perenne, chi più lento, chi più veloce.

Accellerai, l'aeroporto era là e non so perché lo feci così, senza pensare, a cercare di arrivare prima che il suo aereo partisse con lei dentro.

Corsi e corsi e superai auto che scappavano dietro di me, perché io ero troppo veloce. Uscii dall'autostrada, m'incanalai nella strettoia che portava alle piste.

Mi fermai a 200 metri, scesi dall'auto, e accesi una sigaretta. 

Aerei rollavano sulla pista, c'era silenzio nel prato che avevo scelto per guardare il suo volo partire.

Chissà se era là, chissà se era già partita, o se sarebbe partita qualche ora dopo: di entrare, però, non ci pensavo. Anche perché sapevo, come era sempre stato, che quel suo volo sarebbe stato di sola andata, anche se fosse tornata quello era un biglietto che non prevedeva ritorno.

Guardai un paio di aerei decollare, le dissi il mio "ciao" da quel prato, fumando. 

Come era stato fra noi, era finita: lei che partiva e io che rimanevo. Avevo perso un altro giro, l'ennesimo. 

Risalii in auto, e tornai a casa.









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