sabato, giugno 18, 2011

Quel fottuto terrazzo in legno - Un racconto 50



L'aria fresca è bella solo se è estate. Poi c'è un salto come se fosse sbagliato che in inverno faccia freddo e l'aria da fresca diventi fredda e poi gelida, e il vento soffi sbagliato per la tua pelle delicata e per la voglia di caldo che si ha.

Vista da qui, la città è impregnata di umidità e solo qui si può star bene. C'è un terrazzo con il pavimento di legno e con il muretto azzurro, un tavolo e delle sedie, una griglia, una finestrella con le veneziane rosse e sopra di noi solo il cielo e poco altro. 

E poi ci sei tu, seduta sulla muratura che fumi e non parli. E io che ti guardo dalla finestra, e c'è poco da sapere se non che sei là e non parli. 

Sul muretto svetta un altro tetto e c'è una finestra, una stretta finestra che sbuca dal tetto della casa a fianco ed è come una specie di protuberanza fra le tegole e le mie paure.

- Ho il terrore che se guardo là, ad un certo punto possa spuntare una bambina bionda dal buio che ci osserva, senza dire niente. 


Ma tu non mi rispondi. Continui a fumare, silenziosa, tieni le gambe sospese e le dondoli, la sigaretta che tieni in mano è solo un surrogato di labbra, il fumo non basta a spiegare cosa una persona rilascia con i respiri, quando intorno hai il cielo e tutto sembra possa stare nella tua mano.


- Tu non hai paura, quando guardi nelle finestre che stanno di fronte a casa tua?

Niente, continui a fumare. Giri solo lo sguardo, senza muovere la testa, sono le pupille a muoversi, le guance si contraggono e si dilatano, si riempiono di fumo, le tue labbra si serrano, il terrazzo è ancora fatto di legno e di muri tinti d'azzurro, anche se cerchi di buttarci dentro kili di fumo e di dubbi.



- Io non ho paura delle finestre. Ora però basta, balliamo.
- Non c'è musica.
- Non importa.


E butti la sigaretta e mi prendi la mano, mi porti in quella pista privata e balliamo. 

Guidi le mie mani sui tuoi fianchi, sembriamo quelle storie che tutti sanno perché altri le hanno scritte prima e non puoi non averle lette, i movimenti sono identici ma non ci interessa essere repliche, oggi. 

Il legno sotto i nostri piedi fa un rumore sinistro, un cigolio. Non c'è musica, anzi no: c'è. Ed è fatta di colori, di spazi sopra di noi, intorno a noi. 


Anche quella finestra c'è sempre, la sento guardarci.


Stringo le mie mani sui tuoi fianchi, le mia braccia diventano violente e la tua carne la percepisco accogliente. 


I tuoi avambracci sulle mie spalle invece sono leggeri e caldi. Le gambe dondolano, io non ti guardo negli occhi e tu fai lo stesso. 


Non c'è musica, c'è solo spazio e aria intorno. Le nuvole sono bianche, così bianche che l'azzurro è blu e rende il cielo infinito. 


Balliamo senza tempo, balliamo senza ritmo, siamo guidati dallo spazio intorno a noi.


Nessuno ci vede, forse. Perché sento guardarmi da quella maledetta finestra in alto, sento lo sguardo di tante immagini che non voglio veder spuntare da quel cunicolo nero che non so da che parte porta.


Avvicino le labbra alle tue, tu rimani ferma e anche se i tuoi occhi sono distanti io so che mi stai guardando. Non ti smuovi, ciondoliamo per qualche attimo prima che le nostre labbra si sfiorino soltanto, non ci baciamo, stiamo solo ballando.


Lontano un rumore, poi qualche urlo, si perde subito nel silenzio del blu. Tutto è bianco e blu, anche il legno e le tegole dei tetti e le antenne e il muretto e anche le piante stancate dal sole caldo e secco e tutto ciò che circonda questo fottuto palco dove recitiamo la parte dei bravi innamorati: siamo solo bianchi e blu, visti da tutto quello che c'è sopra.


Sono le nostre labbra a sfiorarsi, io abbasso il capo verso di te e tu non indugi a rimanere ferma, come se tu accogliessi me. Poi i tuoi occhi incrociano i miei, sostengo quello sguardo un attimo, e dopo, solo dopo quell'attimo, i miei occhi abbandonano le mie labbra e si rivolgono altrove.


Tu mi fai paura. Anche se sto ballando con te, in questo ultimo pomeriggio. Dove non ci rimane che ballare, perché è come se tutto fosse stato fatto. Quando sai che sei fatto per ballare, per avvicinare le labbra, per premere le mani sui fianchi o sul collo e provare a muoversi su ritmi clandestini.


Cerco altre strade perché mi fai paura, mi fa paura questo ballo, mi fa paura la paura di chiudere le danze e sentire le mani senza più la tua carne sotto, non percepire il peso leggero del tuo avambraccio intorno al collo. Per quello torno a guardare quella finestra. 


E mentre balliamo, silenziosi, mentre sappiamo che il tempo passa e noi siamo in un tempo senza tempo mentre balliamo un ballo senza musica che per quanto ci paia eterno comunque finirà, da quella finestra spunta una sagoma distinta dal buio che non si sa dove finisce.


Ha i capelli biondi, la pelle chiara e le sue mani sono poggiate sul muro diroccato. E' una bambina, e ci guarda mentre consumiamo l'ultimo ballo su questo terrazzo dove non c'è che spazio, e silenzio.












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