martedì, luglio 26, 2011

Le mattine dopo - Un racconto 55



Guidavo nel pieno del niente, una sera come tante altre. La benzina era aumentata ancora, anche le sigarette. Il panino del porcaro l'avevano messo a 5 euro già da un bel pezzo, e di medie sotto i 3 euro non se ne vedevano più da anni. In compenso nel frigo avevo solo acqua.


Intorno a me ogni tanto fra gli alberi spuntavano i capannoni di cemento grigio, tutti fatti uguali e con appiccicate in alto insegne bianche e rosse, vicino a cartelli con su scritti "affittasi". Lontane c'erano delle cascine. Il grano nella notte non si vede mai abbastanza, sembra solo un mucchio di erba alta.


Che ci facevo là, sulla strada. Guidare era una passione, uno stato di necessità. È il sapere dove andare quando hai voglia di viaggiare, che ti fotte. Ero partito altre volte, con quel mood, il viaggio oltre la città, vicino le montagne, fra i centri commerciali che sgorgano più delle piante e delle vacche da latte quando ti guardi intorno, e l'avevo fatto per il semplice uscire e andare, dove non era necessario saperlo.


Sapevo d'esser spaventato dal fatto che non viaggiassi mai più di una notte. Che intorno a me c'era chi parlava del viaggio come una forma in divenire, come un qualcosa che ti cade addosso quando arriva agosto, ed è tempo di partire perché tanto a casa che cazzo ci stai a fare. Ma io no. Io volevo viaggiare sempre, oppure passare il tempo a preparare il viaggio. E stavo fermo, quando mi rendevo conto che potevo guidare solo una notte.


A casa. Una casa che mentre accelleravo fra le curve della periferia estrema, quasi la fine della provincia, era vuota come nel più classico dei cliché melodrammatici, il cielo che si fa scuro, e tu non ci sei più. Ma quale tu? mi chiedevo oltre il gas di scarico e i finestrini segnati dalla resina, la resina che cola dagli alberi dove parcheggi e che non togli con una passata di spugna. Non c'è un tu, c'è solo un io. Quella sera m'ero accorto che forse anche quello vacillava.



A casa avevo lasciato tutto, dal telefono all'itinerario. Il navigatore, quella notte, non serviva. Non serviva neanche immaginarselo, il viaggio intero. In fondo, pensai, devo solo andare a fare un giro in macchina. In fondo la macchina ti può anche portare da sè. 


Qualche faro lontano. Abbaglianti. Sto figlio di troia li abbassa i fari, pensai. Le nostre auto si passarono a fianco, veloci. Non riuscii a guardarlo in faccia.


Dentro di me ripensavo alle sensazioni che più avevo detestato, fin da quando ero stato ragazzo e il mio tempo passava fra i sogni di avere una patente, un'auto, una strada tutta mia.


Rotonde anche nel mezzo di quel lungo tragitto. Rallentai, feci la curva, le ruote fischiarono ma non ebbi timore, c'erano poche auto in giro. Non c'è da dare precedenza, quando guidi in strade del cazzo come queste pensavo fra me e me, e di lampioni vicino al guard rail non ce n'erano per farmi cambiare idea. C'erano crepe nell'asfalto, le sentivo quando il battistrada rumoreggiava. Allora accelleravo, non volevo sentirlo.


Quando salii in macchina e misi in moto, avevo ben in mente che una delle mie paure più pure erano le mattine dopo. Quando ti svegli, quando è ora di tornare a casa. Quando arrivi, insomma. Lì le cose son già cambiate, sei già un ricordo. Tutto diventa un ricordo. Tutto.


Ci sono stati viaggi che avevo fatto simile a quello, una notte come un'altra. Guidavo veloce, in lontananza una luce della città, il silenzio di casa mia era arrivato fino nell'abitacolo e neanche se alzavo il volume potevo fermarlo. Non si poteva fermare neanche cambiando canzone, e hai voglia a far girare il nastro. Schiacciavo come un ossesso quel tasto sul volante. Cambia traccia cambia traccia cambia traccia. Nessuna canzone era adatta. Sentivo solo il silenzio.


Guidai per ore, fino a che non si fece notte sul serio. Mi si chiudevano gli occhi, ma non è che la cosa m'interessasse.


Sapevo solo che a casa non ci volevo tornare. Avevo paura di svegliarmi, avevo paura di stendermi e provare a ricominciare il giorno dopo. Era stato tutto, troppo. 


Volevo solo guidare.


Come in un clichè, andai avanti. La notte, la strada, c'era l'orizzonte che si mescolava al buio e i fari dell'auto fin là non arrivarono, fin là non è possibile guardare neanche di giorno, quando c'è il sole.






giovedì, luglio 21, 2011

La strada per La Rochelle - Life in Technicolor part 155



C'è che ogni tanto ti prende la voglia di raccontare qualcosa. Il più delle volte, quel qualcosa sei tu. La prima domanda è "Come?". 


Ci sono tanti modi. Il primo è stare fermo e aspettare la storia. La seconda è fare autobiografia, introspezione, raccontare quello che è veramente accaduto. E poi c'è far finta di nulla e provare a svestire i panni della realtà e inventarsi, sforzandosi di farlo il più velocemente possibile.

A me capita quando comincio a immaginare di voler raccontare. Il più delle volte quella voglia mi prende quando sto in auto: non so perché, ma quando guido è così.


Mi sono venuti in mente degli elementi, per far sì che quella storia possa nascere. Sono questi.


Un abbraccio, e il suono che sta tutto nelle lancette di un orologio da polso.
Il cielo che prima piove poi diventa azzurro.
L'attesa.
L'odore di shampoo che è diverso solo per il colore della confezione, poi lo riscopri su tutti i capelli.

La pelle.
La solitudine della sera, quando si cammina e in giro non c'è più nessuno.
I manifesti dei cani smarriti, con le foto in bianco e nero fotocopiate e il testo scritto a mano con pennarello nero di quelli con la punta spessa, che si chiudono tutti con i numeri di telefono dei proprietari e la promessa di una ricompensa.

Torino.

Il bisogno impellente di una Reflex e di 15 giorni senza Internet.
Il carattere.
La voglia di, e di cosa mettetecelo voi, per me è uguale.
La nostalgia.

Qualche rimpianto, non tanti. Qualcuno.
Le parole degli amici che non t'aspetti.
La sensazione d'esser sempre nel posto sbagliato.
I The XX, che non sono un film porno ma un gruppo musicale.

Le parole dette in pausa pranzo.
La parole non dette di notte.

Gli aerei che partono e arrivano, e visti da terra non fanno mai paura, fanno paura solo quando ci sali.
La stanchezza.
Il soffritto e l'odore di cipolla che ti rimane sulla punta delle dita, solo lì.
Gli hard disk con troppa musica dentro che non sai da che parte cominciare per ascoltare qualcosa.
I divani e le coperte anche d'estate.
I sospetti e la gente.

Gli sms delle persone che non t'aspetti.
I ringraziamenti che non sai fare, che non hai mai saputo fare, e che ti escono male perché in quel momento vorresti dire di più.

I saluti che andrebbero fatti. Gli addii, rimangiati. 
La Rochelle e il viaggio da fare al più presto.  


Gli amici speciali che ti hanno parlato per la prima volta del Faro delle Balene, senza farlo. 


Ero alla guida quando ho immaginato tutti questi punti, ho immaginato, ricordato, ripetuto, cose della mia vita che capisco solo io.
Le ho riviste mentre guidavo, ma quella storia non l'ho ancora scritta. Forse devo solo trovare una strada abbastanza lunga da farsi in macchina, senza che ci siano punti d'arrivo, solo con me e quella cazzo di storia da immaginare, poi arrivare a casa e scrivere.

sabato, luglio 16, 2011

Precaria - Un racconto 54

 

Quel sabato decisi di andare a trovare i miei Nonni. Di solito andavo domenica, ma quel giorno m'ero svegliato presto, e m'ero sentito smarrito. Come se non avessi più punti di riferimento.

Così, presi una borsa, ci misi dentro il pintone verde vuoto, e decisi di andare a trovare i Nonni. Da loro, avrei anche preso una bella bottiglia di dolcetto piena.

Quando arrivai, Nonno stava maneggiando dei fagiolini. Gli toglieva la capocchia e li apriva, tutti con lo stesso movimento. Poi li metteva in un tegame di metallo, di quelli non smaltati ne lucidati, con il ferro che riflette poco e ha le nervature annerite.

Mi sedetti lì vicino a lui, prima lo baciai sulla guancia e gli feci una carezza sulla spalla. Lui mi sorride come al solito, continuando a pulire i fagiolini.

Era vestito con una camicia a quadrettini e portava una pochette. Nonno portava sempre una pochette nel taschino, era il suo fazzolettino per soffiarsi il naso quando era necessario. Seduto al suo posto, parlava in piemontese con la nonna e con me italiano, anche se io lo preferivo quando anche con me, parlava piemontese.

La Nonna prese da sotto il lavandino, nel cucinino, un sacchetto di carta marrone di quello che si usa in panetteria. Tutto stropicciato, lo teneva da sotto e cominciò a riempirlo dei fagiolini che stavano nel tegame di metallo.


Il nonno provò a sfilarglielo, voleva farlo lui per lei. Ma lei non volle, glielo disse con il sorriso. Riempì il sacchetto, poi lo mise sotto il lavandino, chiudendolo bene. Intanto, parlavamo della settimana appena passata, del lavoro e del caldo. 


Poi, dopo un po', Nonno cominciò a parlare di politica. Nonno da giovane aveva fatto il partigiano, e io lo ascoltavo sempre volentieri parlare di quando l'Italia era fatta da gente come lui. 

Mi chiese se avevo sentito le ultime notizie, delle tasse che s'alzavano, io dissi di sì ma che tanto ormai non era una novità, e che tanto io come quelli della mia generazione di tasse sui soldi che prendevamo, sui contratti a termine senza contributi ne mutua ne altro, c'eravamo abituati.

Lui rimase zitto, disse qualcosa la Nonna, disse che era preoccupata non tanto per lei ma per me e quelli come me. E io, forse per il senso di smarrimento della notte, non seppi far altro che sorridere.


Poi Nonno cominciò a parlare della manovra economica e delle pensioni, ma non lamentandosi della sua. Disse che aveva letto su La Stampa che volevano tagliare le pensioni oltre i 90mila euro, a volte Nonno confondeva gli Euro con le Lire, e diceva 90Lire invece che 90mila Euro: mescolò le valute e disse che volevano tagliare le pensioni ma solo su ciò che andava oltre i 90, insomma su ciò che eccedeva, lui non seppe dirlo con i termini giusti, disse che tagliavano qualcosa a chi prendeva più di 90mila euro, oppure applicavano una tassa sulla povera gente che era dipendente e prendeva il salario.


Io lo guardavo scuotere la testa e chiudere i suoi occhi che erano stati azzurri ed erano diventati grigi con gli anni, poi cominciò a passarsi la mano in testa, e a dire una frase, il suo intercalare automatico e preferito: "Così è la Vita.". 

E poi, disse: "Se tolgono tutto alla gente, uno come fa ad aiutare chi ha bisogno?" e rimase zitto, e rimasi zitto pure io, perché mentre lui parlava io mi ero messo a pensare al fatto che avrei voluto qualche soldo in più per me, solo per me. Lui no, lui aveva messo in conto che c'era l'aiuto, c'erano gli altri. Io l'aiuto e gli altri, già non li contemplavo più.


Parlammo ancora un po' con il Nonno, la Nonna intanto cucinava e mi chiese se volevo rimanere a pranzo. Io gli dissi di no, quel senso di smarrimento non m'era passato, volevo rimanere solo. Poi il Nonno scese in cantina, mi prese il vino in un grosso pintone verde, io lo ringraziai e lo abbracciai, poi abbracciai la Nonna e andai a casa.

Mentre camminavo, vidi due signore che si parlavano dalla finestra di due palazzi vicini. Alcune vie sono abbastanza strette nella mia città, tanto da permettere che ci si parli dalla propria finestra come nei paesi. Un po' come nella via dei miei Nonni, che ancora ricordano quando le case si facevano basse e non era necessario fare palazzi a centinaia per farli restare vuoti.


Sentii dire a una delle signore che non sapeva come fare a far qualcosa, non identificai cosa, e l'altra che gli suggeriva di rimanere in attesa e aspettare, che tanto le cose si sarebbero sistemate.


E io non so perché, mentre superai quella casa, mi tornò in mente un discorso che aveva fatto mio Nonno tempo prima, di quando a casa sua al paese c'era un bel fiume pieno di pesci dove pescava il pranzo e la cena per lui e la Nonna, e oggi quando torna là dalle parti di Cuneo dove è nato, si ferma a guardare quel fiume e lo vede pieno solo di merda chimica scaricata dalle fabbriche lì vicino.


Mi sembrò che tutto quello che c'era ci stesse per esser portato via, e il mio senso di smarrimento non foss'altro che un incastro di un meccanismo, dove al centro non c'eravamo più io, i Nonni, le signore che parlano dalla loro finestra, e tutta la gente di questo cazzo di Paese.


Cominciai a pensare che io e quelli come me ormai siamo precari dentro. Siamo nati come precari e moriremo precari. In tutto, non solo nel lavoro. 


Nell'amore, nel concepire il futuro. Nel pensare la religione. Quando facciamo la spesa. Quando contiamo i mesi e quando pensiamo che la settimana è un compartimento stagno in cui l'unico momento di pausa è il venerdì sera.


Siamo precari perché basta poco a intimidirci. Ci vendiamo, talvolta. Alcuni lo fanno per vocazione, altri lo fanno perché non sanno come fare. Chi non lo fa, a volte se ne pente. Chi non se ne pente, rimane ai margini. 


Siamo precari con gli amici. Siamo precari con la verità. Siamo precari nel guardare avanti, perché oltre qualche anno c'è sempre la speranza di cambiare. E siamo precari anche, ormai, nel concetto di speranza, perché molti smettono di sperare. Altri vanno via, e di precarie rimangono le radici.


Quel senso di smarrimento m'era rimasto dentro perché m'ero accorto che nella vita avevo esattamente le stesse cose che avevo da bambino. Solo che da bambino c'era quel senso di guardare avanti assaporandone il valore del vivere quotidiano. 

Camminai con il mio vino nella borsa, arrivai a casa e lo posai sotto il lavabo, come si raccomandava mia nonna ogni volta che me ne dava un pintone nuovo.


Mi sdraiai fra i pensieri sul divano, misi un film, m'addormentai. Rimasi così, con gli occhi chiusi, fino al pomeriggio tardi.


Poi la sera, non so il perché, riempii una borsa con qualche vestito e partii, senza sapere dove fosse il domani. Fu l'ultima cosa precaria che feci, perché era troppo la voglia di vivere.




mercoledì, luglio 13, 2011

Tende - Un racconto 53



Era mattina presto, saranno state le otto. 


Stavo sdraiato su un fianco, guardandola dormire. La casa era fresca, tanto che sembrava ci volesse il lenzuolo per star bene nel letto. Era estate, e dormivamo con le finestre aperte, e l'aria entrava da lì, leggera come solo l'aria fresca sa fare. 


Le poggiai una mano sulla spalla ed era come tutte le ragazze che sono raccontate nei libri, liscie, cona la pelle candida, senza alcun rilievo se non l'odore di bellezza. Le gambe erano come accartocciate, le ginocchia piegate, i piedi inarcati con i polpacci che formavano una curva senza intervalli.


Eravamo rivolti dallo stesso lato, mentre lei dormiva guardavo le porte spalancate, il giallo, il bianco e l'azzurro. E il bianco, delle tende che uscivano fuori dalla finestra, mosse dall'aria.

I suoi capelli erano sparpagliati sul cuscino. Non li legava mai, neanche quando faceva caldo alla sera e passeggiavamo. Poi, quando andavamo a dormire, lì lasciava poggiarsi dove volevano loro, e quando ci baciavamo li sentivo che stavano fra le nostre guance, fra il mio collo e il suo, a volte qualcuno finiva sulle labbra e lì rimaneva.

Mi piacevano le sue braccia, le sue mani. I fianchi per come le stavano nella maglia e per come li tenevo quando l'abbracciavo. E guardarla dormire era una delle cose che riuscivano a concentrare tutta la bellezza di starci insieme in un attimo.

Mosse lentamente la mano, e me la sfiorò. 

Le vidi muovere la testa lentamente, poi si voltò e degli occhi vidi solo il bordo e le ciglia.

- Fa fresco. - e la voce era quasi tremolante, resa insicura da quel filo d'aria che c'era. Io le passai la mano sulla sua, le dita sotto il mio palmo, i polpastrelli sul polso.

Col braccio l'avvolsi, poggiandogli la pancia alla schiena sentii che anche il suo corpo era fresco come quell'aria. La posizione fetale di due esseri umani che s'amano è naturale quanto quella del bambino, prima di nascere, è come se le gambe, le braccia e tutto il resto s'incastrassero senza che ci fosse bisogno di muoverle. 


Poggiai il mio piede sotto il suo, e la sentii sorridere per il solletico. Alzai lievemente la testa, e le diedi un bacio sul collo, lieve, leggero. Lei non si mosse, anche se quella brezza seguiva quei minimi spostamenti dei corpi.


Le tende, intanto, uscivano e rientravano, mosse dal vento.


- Immaginale da fuori. - le dissi, ma lei non rispose.


A me le tende erano sempre piaciute, ma in particolare, mi piaceva guardarle quando mi trovavo fuori da un edificio e loro uscivano dalla finestra, lasciata aperta, e si muovevano perché soffiava la corrente. Come se fossero vele, ecco: le immaginavo quasi fossero vele, che si muovono senza che chi ha lasciato aperta la finestra se ne curi. Sembravano come segni di tranquillità. Erano come fossero un simbolo: in casa, dove non si riusciva a vedere cosa capitava, tutto era sereno.

Le mie tende erano bianche. Toccavano un poco per terra, sfioravano il pavimento e sul bordo, solo sul bordo, erano annerite da un po' di polvere. Il resto era tutto candido tessuto, non saprei dire cotone, lino, o se fosse un misto poliestere: l'etichetta non c'era. 
Non le avevo mai cambiate perché mi ricordavano quelle che avevo a casa di mia madre, quand'ero piccolo, e poi per quel saper essere leggere. 


- Le puoi vedere, come le vede la gente da fuori?


Mi accorsi che aveva sorriso solo perché l'orecchio si era mosso al contrarsi del viso. Non rispose di nuovo, allora ricominciai a parlarle io.


- A me è sempre piaciuto vederle muoversi da fuori, quando il vento le muove e non sai cosa c'è dietro. Succede solo la mattina presto, che le puoi vedere così. Oppure quando è notte e non c'è molta gente per strada. Di solito quando fuori c'è tanta gente le persone chiudono le finestre.
Parlò allora lei, con un fil di voce.
- E allora in pochi possono passare e vederle muoversi.
- Esatto. Per quello m'è sempre piaciuto vederle così. Quele rare volte che capita, il più delle volte, sei in casa.
- Forse ti piace perché immagini ciò che c'è dentro..
- Non lo so, anzi sì, forse sì, è come dici tu. Ma è che quel senso di fresco, che non ti fa star male, che non ti fa sentire freddo. Che è quello a cui pensi quando arriva l'estate e fa caldo, no? Ecco, quella roba lì. Quel senso di fresco che si respira la mattina. Lo vedi nell'aria, e le tende si muovono a tempo, succede solo al mare, se ci pensi.

Lei allora sembrò aprire gli occhi, poi girò la testa.

- Voglio andare al mare.


Avvicinai le mie labbra alle sue, e la baciai.


- Vuoi che chiuda la finestra? - le chiesi.
- No, tanto non ci vede nessuno - rispose lei.


Poi non parlammo più. Rimanemmo lì, così, senza sentir altro che quella brezza. Facemmo l'amore.


Le tende continuavano a muoversi, anche dopo, quando rimanemmo fermi e nudi sul materasso fra le lenzuola stropicciate. Lasciai le finestre aperte e le vidi che andavano avanti e indietro e quella brezza non si fermava. 

Poi il sole salì ancora e giunse il giorno, la brezza svanì, le tende non si mossero più, ci alzammo quando ormai la mattina era finita.

venerdì, luglio 08, 2011

Rifugi - Life in Technicolor part 154





Dunque. C'è che è una settimana che rifletto sul fatto che non riesco a buttar giù una cazzo di riga. C'è che è una settimana che vado a correre e vedo cose, poi ci ripenso e mi dico: "Figo, sarebbe da scriverci sopra.". C'è che da qualche parte nel mondo, qualcuno sta facendo esattamente il mio discorso e non sa che io, qui, sto pensando  a lui senza sapere che faccia abbia.

C'è che questo periodo è down. Sembra che non mi fotta più nulla del fatto che qui, solo qui, ci trovo lo spazio per dire ciò che è. 

Ho detto tante volte, in questi giorni, che sto per toccare i 30. Ho detto tante volte la parola "coriaceo". Dentro di me mi sono incazzato tante volte, con me stesso, con gli altri, ho riflettuto su una telefonata di mio padre dove son tornato ad essere piccolo, senza che lui dicesse nient'altro che "Come va".
Dunque. C'è che voglio prendere l'auto e andare via. Per un attimo soltanto, svegliarmi la mattina riposato. C'è che vorrei essere ancora in piazza Castello sabato sera, non tanto per la musica dei Planet Funk o dei Subsonica perché c'era energia, di quella che riuscivo a sentire solo quando avevo 16 anni. C'è che non voglio più sentire in me quel senso di colpa. C'è che alcuni dicono che è meglio pentirsi per aver fatto che pentirsi per non aver provato. C'è che io qui che cazzo ci sto a fare è la domanda che si pongono tutti, ormai, e nessuno, neanche i preti, riescono a dare una cazzo di risposta.

Maledetta giovinezza. Sei una grande stronza, quando sei andata via sei la separazione più brutta. C'è che è, la giovinezza, un periodo che quando ce l'hai è eterno e quando finisce sembra cortissimo. 

Dunque. C'è sempre un dunque. Anche quando non ci sono parole, c'è sempre il buon vecchio "Ok, ora dimmi il senso, dimmi dove stai arrivando.". 

Ecco, ora non c'è. C'è che è come star in piedi, sfregarsi le mani, dirsi che è ora di fare, e mentre ti stai per muovere hai già dimenticato dove devi andare.

C'è che vorresti andare via con la macchina la musica a palla i finestrini abbassati e soldi abbastanza per tornar il lunedì senza aver digiunato. C'è che hai sempre sonno, e il dunque non riesci a capire se c'è sul serio, o se è solo che hai bisogno di dormire altrimenti perdi lucidità.

Quella che mi servirebbe per scrivere una riga di senso compiuto, una storia che possa dire che cos'è quel senso di non riuscire a dire "dunque", quando invece vorrei dirlo, in un modo o nell'altro, dirlo.


venerdì, luglio 01, 2011

L'incubo della gatta, e Lei ascolta - Un racconto 52

La Bionda è una stronza, e lei lo sa. Come sta seduta la bionda, come porta i suoi vestiti scollati, come sa mimare la risata isterica. La Bionda è una stronza, fa tutto da stronza.

Quando la incontro, La Bionda mi guarda con uno sguardo speciale: sa d'esser bella, sa d'esser affascinante. Sorride e si vede che i denti, gli incisivi, son leggermente storti, s'accavallano un poco ma il suo è un sorriso che piace.

Sì, mi piace. 

Come mi piace guardarla ballare, La Bionda sa ballare senza guardarsi intorno, si muove e nessuno riesce a fermarla e anche se qualcuno prova ad urlarle di fermarsi lei continua a muoversi senza che intorno debba esserci qualcuno che si muove con lei, per lei. Alza le braccia e muove il bacino, chiude gli occhi e la guardi mentre immagina che di fianco a lei vi sia qualcuno che sappia seguire il suo movimento, anche se non c'è.

Sembra un gioco di parole, La Bionda, bella perché sinuosa, facile da tenere a mente ma difficile da pronunciare, da plasmare mentre la guardi.

Come l'ho conosciuta è presto detto: La Bionda l'ho conosciuta prima, da un'altra parte.


E non potrebbe essere altrimenti, visto che è immagine senza seguito, per certi versi.
Sì, l'ho sognata, in primis. Poi un giorno l'ho vista veramente, e non potevo non fermarmi a parlarle. Stava in mezzo alla gente e non mi ha rivolto la parola per prima, ma mi ha guardato in quel modo lì. 


E allora mi sono avvicinato, per rivolgerle la parola.


Le ho detto Tu sei La Bionda, lei mi ha risposto di Sì, sono io come se sapesse già che le avrei parlato.


Le ho cominciato a parlare e le ho raccontato del sogno, e di altri che avevo fatto.


Qual è l'incubo peggiore che hai mai fatto, mi chiese.


Me lo chiese, credo, perché voleva creare un contraltare a quel sogno così bello e così coinvolgente che avevo fatto, e che mi sembrava tanto ritagliato su di lei. Io però incubi mentre dormivo non ne ricordavo tanti: avevo però un'immagine strana da raccontarle, così gli dissi Incubi non ne ho, ho soltanto immagini. Raccontamele, rispose lei.


Allora ricordai una notte, quando stavo passeggiando nella mia città e ad un certo punto passai in una via dove qualche anno prima viveva mio zio. Mio zio aveva una gatta, bellissima e leggera, silenziosa e poco molesta, con il pelo lungo bianco e marrone chiaro, che aveva vissuto quasi vent'anni. Un giorno, mio zio era sul divano che guardava la tv e la gatta, ormai vecchia e magrissima, gli salì sul petto, miagolò, poi morì.


Allora mio zio la seppellì, e qualche tempo dopo andò a vivere fuori città.


Mi venne in mente quella storia perché quella sera, passando per quella vita, una gatta uguale a quella di mio zio mi passò davanti. Io la guardai, lei si fermò e si voltò, mi guardò e ripartì. Allora la seguii, girai l'angolo e la vidi attendermi seduta poco più avanti. Allora provai ad avvicinarmi, ma lei scattò via.


Provai a rincorrerla, ma non la raggiunsi: era sparita. La Bionda mi chiede se m'ero a messo a correre, No le dico, Non ho corso anche se camminavo veloce.


La Bionda ride facendo finta di prendermi in giro, in realtà non mi vuole prendere in giro, vuole solo ridere forte.


La gatta fantasma, dice. 


Io sorrido, Era inquietante, le rispondo.


Poi faccia per andare, lei mi chiede Dove vai? io la guardo e le rispondo Ovunque.


Allora lei mi fa un gesto con la mano, mima un bacio, e mi dice Ci vediamo.


La Bionda è una stronza perché ogni volta che la vedo ripenso che è come la gatta del mio incubo, è inquietante perché non credi che esista sul serio, si fa inseguire, poi gira l'angolo e scompare, ti parla sapendo che la seguirai, che aspettavi un suo gesto solo per vederla scomparire.


La Bionda l'ho rivista tante volte. 


Ogni volta mi guarda sempre uguale, ha gli occhi azzurri come nei racconti dei ragazzini che vanno a giocare a pallone e parlano delle ragazze più belle, che son tutte bionde con gli occhi azzurri. Io le parlo, La Bionda non mi ascolta fino in fondo, sa che le parlerei ancora, ma lei lascia il peso delle mie parole e in fondo in fondo gioca con loro.


Mi piace farmi guardare da La Bionda, è come se fossi io a ballare con lei quando si muove sinuosa con gli occhi chiusi e le braccia alzate, vestita con un abito lungo, sotto il sole del giorno, immaginando qualcuno che si muove con lei. 


Anche se La Bionda è una stronza, a me piacerebbe anche innamorarmi di lei, chissà se è tutto vero come quando mi guarda, chissà se vive come balla.