martedì, luglio 26, 2011

Le mattine dopo - Un racconto 55



Guidavo nel pieno del niente, una sera come tante altre. La benzina era aumentata ancora, anche le sigarette. Il panino del porcaro l'avevano messo a 5 euro già da un bel pezzo, e di medie sotto i 3 euro non se ne vedevano più da anni. In compenso nel frigo avevo solo acqua.


Intorno a me ogni tanto fra gli alberi spuntavano i capannoni di cemento grigio, tutti fatti uguali e con appiccicate in alto insegne bianche e rosse, vicino a cartelli con su scritti "affittasi". Lontane c'erano delle cascine. Il grano nella notte non si vede mai abbastanza, sembra solo un mucchio di erba alta.


Che ci facevo là, sulla strada. Guidare era una passione, uno stato di necessità. È il sapere dove andare quando hai voglia di viaggiare, che ti fotte. Ero partito altre volte, con quel mood, il viaggio oltre la città, vicino le montagne, fra i centri commerciali che sgorgano più delle piante e delle vacche da latte quando ti guardi intorno, e l'avevo fatto per il semplice uscire e andare, dove non era necessario saperlo.


Sapevo d'esser spaventato dal fatto che non viaggiassi mai più di una notte. Che intorno a me c'era chi parlava del viaggio come una forma in divenire, come un qualcosa che ti cade addosso quando arriva agosto, ed è tempo di partire perché tanto a casa che cazzo ci stai a fare. Ma io no. Io volevo viaggiare sempre, oppure passare il tempo a preparare il viaggio. E stavo fermo, quando mi rendevo conto che potevo guidare solo una notte.


A casa. Una casa che mentre accelleravo fra le curve della periferia estrema, quasi la fine della provincia, era vuota come nel più classico dei cliché melodrammatici, il cielo che si fa scuro, e tu non ci sei più. Ma quale tu? mi chiedevo oltre il gas di scarico e i finestrini segnati dalla resina, la resina che cola dagli alberi dove parcheggi e che non togli con una passata di spugna. Non c'è un tu, c'è solo un io. Quella sera m'ero accorto che forse anche quello vacillava.



A casa avevo lasciato tutto, dal telefono all'itinerario. Il navigatore, quella notte, non serviva. Non serviva neanche immaginarselo, il viaggio intero. In fondo, pensai, devo solo andare a fare un giro in macchina. In fondo la macchina ti può anche portare da sè. 


Qualche faro lontano. Abbaglianti. Sto figlio di troia li abbassa i fari, pensai. Le nostre auto si passarono a fianco, veloci. Non riuscii a guardarlo in faccia.


Dentro di me ripensavo alle sensazioni che più avevo detestato, fin da quando ero stato ragazzo e il mio tempo passava fra i sogni di avere una patente, un'auto, una strada tutta mia.


Rotonde anche nel mezzo di quel lungo tragitto. Rallentai, feci la curva, le ruote fischiarono ma non ebbi timore, c'erano poche auto in giro. Non c'è da dare precedenza, quando guidi in strade del cazzo come queste pensavo fra me e me, e di lampioni vicino al guard rail non ce n'erano per farmi cambiare idea. C'erano crepe nell'asfalto, le sentivo quando il battistrada rumoreggiava. Allora accelleravo, non volevo sentirlo.


Quando salii in macchina e misi in moto, avevo ben in mente che una delle mie paure più pure erano le mattine dopo. Quando ti svegli, quando è ora di tornare a casa. Quando arrivi, insomma. Lì le cose son già cambiate, sei già un ricordo. Tutto diventa un ricordo. Tutto.


Ci sono stati viaggi che avevo fatto simile a quello, una notte come un'altra. Guidavo veloce, in lontananza una luce della città, il silenzio di casa mia era arrivato fino nell'abitacolo e neanche se alzavo il volume potevo fermarlo. Non si poteva fermare neanche cambiando canzone, e hai voglia a far girare il nastro. Schiacciavo come un ossesso quel tasto sul volante. Cambia traccia cambia traccia cambia traccia. Nessuna canzone era adatta. Sentivo solo il silenzio.


Guidai per ore, fino a che non si fece notte sul serio. Mi si chiudevano gli occhi, ma non è che la cosa m'interessasse.


Sapevo solo che a casa non ci volevo tornare. Avevo paura di svegliarmi, avevo paura di stendermi e provare a ricominciare il giorno dopo. Era stato tutto, troppo. 


Volevo solo guidare.


Come in un clichè, andai avanti. La notte, la strada, c'era l'orizzonte che si mescolava al buio e i fari dell'auto fin là non arrivarono, fin là non è possibile guardare neanche di giorno, quando c'è il sole.






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