sabato, luglio 16, 2011

Precaria - Un racconto 54

 

Quel sabato decisi di andare a trovare i miei Nonni. Di solito andavo domenica, ma quel giorno m'ero svegliato presto, e m'ero sentito smarrito. Come se non avessi più punti di riferimento.

Così, presi una borsa, ci misi dentro il pintone verde vuoto, e decisi di andare a trovare i Nonni. Da loro, avrei anche preso una bella bottiglia di dolcetto piena.

Quando arrivai, Nonno stava maneggiando dei fagiolini. Gli toglieva la capocchia e li apriva, tutti con lo stesso movimento. Poi li metteva in un tegame di metallo, di quelli non smaltati ne lucidati, con il ferro che riflette poco e ha le nervature annerite.

Mi sedetti lì vicino a lui, prima lo baciai sulla guancia e gli feci una carezza sulla spalla. Lui mi sorride come al solito, continuando a pulire i fagiolini.

Era vestito con una camicia a quadrettini e portava una pochette. Nonno portava sempre una pochette nel taschino, era il suo fazzolettino per soffiarsi il naso quando era necessario. Seduto al suo posto, parlava in piemontese con la nonna e con me italiano, anche se io lo preferivo quando anche con me, parlava piemontese.

La Nonna prese da sotto il lavandino, nel cucinino, un sacchetto di carta marrone di quello che si usa in panetteria. Tutto stropicciato, lo teneva da sotto e cominciò a riempirlo dei fagiolini che stavano nel tegame di metallo.


Il nonno provò a sfilarglielo, voleva farlo lui per lei. Ma lei non volle, glielo disse con il sorriso. Riempì il sacchetto, poi lo mise sotto il lavandino, chiudendolo bene. Intanto, parlavamo della settimana appena passata, del lavoro e del caldo. 


Poi, dopo un po', Nonno cominciò a parlare di politica. Nonno da giovane aveva fatto il partigiano, e io lo ascoltavo sempre volentieri parlare di quando l'Italia era fatta da gente come lui. 

Mi chiese se avevo sentito le ultime notizie, delle tasse che s'alzavano, io dissi di sì ma che tanto ormai non era una novità, e che tanto io come quelli della mia generazione di tasse sui soldi che prendevamo, sui contratti a termine senza contributi ne mutua ne altro, c'eravamo abituati.

Lui rimase zitto, disse qualcosa la Nonna, disse che era preoccupata non tanto per lei ma per me e quelli come me. E io, forse per il senso di smarrimento della notte, non seppi far altro che sorridere.


Poi Nonno cominciò a parlare della manovra economica e delle pensioni, ma non lamentandosi della sua. Disse che aveva letto su La Stampa che volevano tagliare le pensioni oltre i 90mila euro, a volte Nonno confondeva gli Euro con le Lire, e diceva 90Lire invece che 90mila Euro: mescolò le valute e disse che volevano tagliare le pensioni ma solo su ciò che andava oltre i 90, insomma su ciò che eccedeva, lui non seppe dirlo con i termini giusti, disse che tagliavano qualcosa a chi prendeva più di 90mila euro, oppure applicavano una tassa sulla povera gente che era dipendente e prendeva il salario.


Io lo guardavo scuotere la testa e chiudere i suoi occhi che erano stati azzurri ed erano diventati grigi con gli anni, poi cominciò a passarsi la mano in testa, e a dire una frase, il suo intercalare automatico e preferito: "Così è la Vita.". 

E poi, disse: "Se tolgono tutto alla gente, uno come fa ad aiutare chi ha bisogno?" e rimase zitto, e rimasi zitto pure io, perché mentre lui parlava io mi ero messo a pensare al fatto che avrei voluto qualche soldo in più per me, solo per me. Lui no, lui aveva messo in conto che c'era l'aiuto, c'erano gli altri. Io l'aiuto e gli altri, già non li contemplavo più.


Parlammo ancora un po' con il Nonno, la Nonna intanto cucinava e mi chiese se volevo rimanere a pranzo. Io gli dissi di no, quel senso di smarrimento non m'era passato, volevo rimanere solo. Poi il Nonno scese in cantina, mi prese il vino in un grosso pintone verde, io lo ringraziai e lo abbracciai, poi abbracciai la Nonna e andai a casa.

Mentre camminavo, vidi due signore che si parlavano dalla finestra di due palazzi vicini. Alcune vie sono abbastanza strette nella mia città, tanto da permettere che ci si parli dalla propria finestra come nei paesi. Un po' come nella via dei miei Nonni, che ancora ricordano quando le case si facevano basse e non era necessario fare palazzi a centinaia per farli restare vuoti.


Sentii dire a una delle signore che non sapeva come fare a far qualcosa, non identificai cosa, e l'altra che gli suggeriva di rimanere in attesa e aspettare, che tanto le cose si sarebbero sistemate.


E io non so perché, mentre superai quella casa, mi tornò in mente un discorso che aveva fatto mio Nonno tempo prima, di quando a casa sua al paese c'era un bel fiume pieno di pesci dove pescava il pranzo e la cena per lui e la Nonna, e oggi quando torna là dalle parti di Cuneo dove è nato, si ferma a guardare quel fiume e lo vede pieno solo di merda chimica scaricata dalle fabbriche lì vicino.


Mi sembrò che tutto quello che c'era ci stesse per esser portato via, e il mio senso di smarrimento non foss'altro che un incastro di un meccanismo, dove al centro non c'eravamo più io, i Nonni, le signore che parlano dalla loro finestra, e tutta la gente di questo cazzo di Paese.


Cominciai a pensare che io e quelli come me ormai siamo precari dentro. Siamo nati come precari e moriremo precari. In tutto, non solo nel lavoro. 


Nell'amore, nel concepire il futuro. Nel pensare la religione. Quando facciamo la spesa. Quando contiamo i mesi e quando pensiamo che la settimana è un compartimento stagno in cui l'unico momento di pausa è il venerdì sera.


Siamo precari perché basta poco a intimidirci. Ci vendiamo, talvolta. Alcuni lo fanno per vocazione, altri lo fanno perché non sanno come fare. Chi non lo fa, a volte se ne pente. Chi non se ne pente, rimane ai margini. 


Siamo precari con gli amici. Siamo precari con la verità. Siamo precari nel guardare avanti, perché oltre qualche anno c'è sempre la speranza di cambiare. E siamo precari anche, ormai, nel concetto di speranza, perché molti smettono di sperare. Altri vanno via, e di precarie rimangono le radici.


Quel senso di smarrimento m'era rimasto dentro perché m'ero accorto che nella vita avevo esattamente le stesse cose che avevo da bambino. Solo che da bambino c'era quel senso di guardare avanti assaporandone il valore del vivere quotidiano. 

Camminai con il mio vino nella borsa, arrivai a casa e lo posai sotto il lavabo, come si raccomandava mia nonna ogni volta che me ne dava un pintone nuovo.


Mi sdraiai fra i pensieri sul divano, misi un film, m'addormentai. Rimasi così, con gli occhi chiusi, fino al pomeriggio tardi.


Poi la sera, non so il perché, riempii una borsa con qualche vestito e partii, senza sapere dove fosse il domani. Fu l'ultima cosa precaria che feci, perché era troppo la voglia di vivere.




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