mercoledì, luglio 13, 2011

Tende - Un racconto 53



Era mattina presto, saranno state le otto. 


Stavo sdraiato su un fianco, guardandola dormire. La casa era fresca, tanto che sembrava ci volesse il lenzuolo per star bene nel letto. Era estate, e dormivamo con le finestre aperte, e l'aria entrava da lì, leggera come solo l'aria fresca sa fare. 


Le poggiai una mano sulla spalla ed era come tutte le ragazze che sono raccontate nei libri, liscie, cona la pelle candida, senza alcun rilievo se non l'odore di bellezza. Le gambe erano come accartocciate, le ginocchia piegate, i piedi inarcati con i polpacci che formavano una curva senza intervalli.


Eravamo rivolti dallo stesso lato, mentre lei dormiva guardavo le porte spalancate, il giallo, il bianco e l'azzurro. E il bianco, delle tende che uscivano fuori dalla finestra, mosse dall'aria.

I suoi capelli erano sparpagliati sul cuscino. Non li legava mai, neanche quando faceva caldo alla sera e passeggiavamo. Poi, quando andavamo a dormire, lì lasciava poggiarsi dove volevano loro, e quando ci baciavamo li sentivo che stavano fra le nostre guance, fra il mio collo e il suo, a volte qualcuno finiva sulle labbra e lì rimaneva.

Mi piacevano le sue braccia, le sue mani. I fianchi per come le stavano nella maglia e per come li tenevo quando l'abbracciavo. E guardarla dormire era una delle cose che riuscivano a concentrare tutta la bellezza di starci insieme in un attimo.

Mosse lentamente la mano, e me la sfiorò. 

Le vidi muovere la testa lentamente, poi si voltò e degli occhi vidi solo il bordo e le ciglia.

- Fa fresco. - e la voce era quasi tremolante, resa insicura da quel filo d'aria che c'era. Io le passai la mano sulla sua, le dita sotto il mio palmo, i polpastrelli sul polso.

Col braccio l'avvolsi, poggiandogli la pancia alla schiena sentii che anche il suo corpo era fresco come quell'aria. La posizione fetale di due esseri umani che s'amano è naturale quanto quella del bambino, prima di nascere, è come se le gambe, le braccia e tutto il resto s'incastrassero senza che ci fosse bisogno di muoverle. 


Poggiai il mio piede sotto il suo, e la sentii sorridere per il solletico. Alzai lievemente la testa, e le diedi un bacio sul collo, lieve, leggero. Lei non si mosse, anche se quella brezza seguiva quei minimi spostamenti dei corpi.


Le tende, intanto, uscivano e rientravano, mosse dal vento.


- Immaginale da fuori. - le dissi, ma lei non rispose.


A me le tende erano sempre piaciute, ma in particolare, mi piaceva guardarle quando mi trovavo fuori da un edificio e loro uscivano dalla finestra, lasciata aperta, e si muovevano perché soffiava la corrente. Come se fossero vele, ecco: le immaginavo quasi fossero vele, che si muovono senza che chi ha lasciato aperta la finestra se ne curi. Sembravano come segni di tranquillità. Erano come fossero un simbolo: in casa, dove non si riusciva a vedere cosa capitava, tutto era sereno.

Le mie tende erano bianche. Toccavano un poco per terra, sfioravano il pavimento e sul bordo, solo sul bordo, erano annerite da un po' di polvere. Il resto era tutto candido tessuto, non saprei dire cotone, lino, o se fosse un misto poliestere: l'etichetta non c'era. 
Non le avevo mai cambiate perché mi ricordavano quelle che avevo a casa di mia madre, quand'ero piccolo, e poi per quel saper essere leggere. 


- Le puoi vedere, come le vede la gente da fuori?


Mi accorsi che aveva sorriso solo perché l'orecchio si era mosso al contrarsi del viso. Non rispose di nuovo, allora ricominciai a parlarle io.


- A me è sempre piaciuto vederle muoversi da fuori, quando il vento le muove e non sai cosa c'è dietro. Succede solo la mattina presto, che le puoi vedere così. Oppure quando è notte e non c'è molta gente per strada. Di solito quando fuori c'è tanta gente le persone chiudono le finestre.
Parlò allora lei, con un fil di voce.
- E allora in pochi possono passare e vederle muoversi.
- Esatto. Per quello m'è sempre piaciuto vederle così. Quele rare volte che capita, il più delle volte, sei in casa.
- Forse ti piace perché immagini ciò che c'è dentro..
- Non lo so, anzi sì, forse sì, è come dici tu. Ma è che quel senso di fresco, che non ti fa star male, che non ti fa sentire freddo. Che è quello a cui pensi quando arriva l'estate e fa caldo, no? Ecco, quella roba lì. Quel senso di fresco che si respira la mattina. Lo vedi nell'aria, e le tende si muovono a tempo, succede solo al mare, se ci pensi.

Lei allora sembrò aprire gli occhi, poi girò la testa.

- Voglio andare al mare.


Avvicinai le mie labbra alle sue, e la baciai.


- Vuoi che chiuda la finestra? - le chiesi.
- No, tanto non ci vede nessuno - rispose lei.


Poi non parlammo più. Rimanemmo lì, così, senza sentir altro che quella brezza. Facemmo l'amore.


Le tende continuavano a muoversi, anche dopo, quando rimanemmo fermi e nudi sul materasso fra le lenzuola stropicciate. Lasciai le finestre aperte e le vidi che andavano avanti e indietro e quella brezza non si fermava. 

Poi il sole salì ancora e giunse il giorno, la brezza svanì, le tende non si mossero più, ci alzammo quando ormai la mattina era finita.

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