martedì, agosto 30, 2011

Percorsi - Life in Technicolo part 159



C'è un Giardino dove le strade sono sul prato e non ci sono sentieri segnati. Dove puoi camminare ovunque l'istinto ti dica di andare, anche nelle aiuole, tanto in quel giardino si riesce a non schiacciare i fiori con i propri passi.


In quel Giardino, la gente rimane sdraiata all'ombra o al sole su pleid colorati di tinte scozzesi. Da soli o in compagnia, non importa, sono tutti sorridenti e non si sentono mai veramente ostaggi della solitudine.


Non ci sono rumori di città, nè frastuono nè persone che urlano, ma non perché è un giardino e quindi c'è quiete. Semplicemente, lì le persone non hanno bisogno di gridare o di fare baccano per dire qualcosa. 


Quel Giardino è costeggiato da un fiume e c'è odore d'estate, sempre. Anche d'inverno, quando si passa vicino ai canneti e alle piante che nascono sulle rive, si può sentire profumo di mondo. Le persone non si buttano mai nel fiume, perché il fiume è profondo e la corrente forte: però, visto dalle rive, è calmo e quieto. Guardare il fiume è come stare di fronte a tutti i fiumi che ci sono e sentirsi davanti a ognuno.


Quando si entra in quel Giardino, di solito ci si sede da qualche parte e ci si mette ad osservare ciò che c'è intorno. E si pensa, si riflette su quanto è capitato fino a quel momento nella propria vita.


In quel giardino non si possono provare sensi di colpa, è la regola. Non esiste ansia, non esiste furore. Non è una regola scritta, è sempre stato così. Come se quel giardino riuscisse a rassenerare.


In quel Giardino passeggia una ragazza. La chiamano Sorriso. Sembra un film mieloso, raccontato così, ma non lo è: si chiama Sorriso semplicemente perché il sorriso è la cosa che le rassomiglia di più. 


Sorriso cammina leggera sull'erba, le persone che arrivano nel Giardino le parlano poco, perché lei è bella così. La vedi come fosse una specie di guardiana della felicità di quel posto, perché sta in mezzo alla Vita e nessuno riuscirebbe a dire che non lo fa bene. Quando vedi Sorriso, capisci perché in quel Giardino si sente profumo di serenità.


Ed è quello che la gente cerca, quando arriva nel Giardino. La Serenità. 


Le persone a volte si chiedono se sia merito di Sorriso, o della natura che sta lì, tranquilla e incurante: nessuno sa spiegarsi perché laggiù tutti ritrovino pace. 


Nessuno è mai riuscito a spiegarlo. E forse, non è necessario spiegare perché certe volte si arrivi in quel posto, si possa camminare senza preoccuparsi di schiacciare l'erba, non si debba temere d'esser in ritardo, si possa stare bene, cercando di fare come fa Sorriso, che rimane lì, in mezzo al tutto, senza che ci siano domande di come sia possibile tutto questo, senza sentire il bisogno di andar via.

venerdì, agosto 26, 2011

La meraviglia del calcio - Life in Technicolor part 158

Il calcio mi appassiona, ma ci ho scritto poco. 

Scrissi un post su Pavel Nedved, tempo fa, per via dell'amore che avevo per quel campione che fece le fortune della Juve forse più forte mai vista, quella di Marcello Lippi II e di Fabio Capello, anche al netto delle polemiche e delle scelte giuridiche. In effetti, anche sulla mia Juve ho scritto - anche se parlai d'altro.

Stasera, però, non ho resistito. Perché, per motivi contingenti, sono rimasto a casa e ho visto la finale Barcellona Porto di Supercoppa Europea. 

Il Barcellona. L'ho visto giocare miriade di volte in questi anni. Una squadra che ormai da 5 anni offre all'Europa il calcio più bello che si possa immaginare.

Un gruppo coeso, guidato da uno di quei giocatori che nascono "toccati", come magicamente, da un qualcosa che va oltre anche gli allenamenti, il talento, la voglia di vincere: Lionel Messi.

Il Barça però è qualcosa che va oltre "La Pulce". Perché questo gruppo fantastico, che gioca nella maniera più spettacolare e solare che si possa immaginare, non è solo nato dal sinistro fatato del minuscolo giocatore argentino.

Il Barcellona è l'amalgama di un qualcosa di più che un amante dello sport - e volutamente dico "sport" - non può non apprezzare. Ha la forza degli All Blacks neozelandesi e la grazia di Rodolfo Valentino, la spregiudicatezza del miglior Michael Schumacher e la pazzia del nostro Valentino Rossi. Un mix di potenza, agilità, tecnica e fantasia che soltanto anni di concetto potevano plasmare.

Sia lode al Presidente Rossell, a questa società fatta da un azionariato popolare e dal nazionalismo di una regione mai doma all'idea centralismo spagnolo, che ha generato quello che tutti ormai riconoscono come fucina dei talenti più cristallini del calcio mondiale: la cantera

Roba che qui in Italia, nonostante società come Atalanta e Roma che sfornavano (e sfornano) talenti in quantità, ci sognamo.

Un sogno, sì: quello di squadre che giochino sempre lo stesso calcio, dai pulcini fino alla Prima Rappresentativa. Perché fin da bimbi, i ragazzi delle giovanili del Barcellona imparano a giocare con il 4 3 3: come a dire che tutti potrebbero un giorno arrivare a giocarsi coppe e scudetti in prima squadra. Già questo, un ottimo motivo di lode.


Ma non è che l'inizio.

Sia lode a quel sogno e a chi, pian piano, l'ha realizzato.

Sia lode a Iniesta, faccia d'angelo e guizzo Mondiale (come mostra l'ultimo campionato del Mondo); sia lode a Xavi, da almeno 15 anni fenomeno inossidabile del centrocampo azulgrana; sia lode al capitano riccioluto, Puyol, desiderato da Juve e Milan ai tempi in cui l'Italia ancora contava; sia lode a Dani Alves, scorrazzante terzino; sia lode a Keita, a Busquets, sia lode a Pedro il bambino prodigio, sia lode a David Villa e ancora, alla favola Abidal, trionfatore nella notte dell'ultima Champions League dopo un cancro. E ovviamente, sia lode a lui, Lionel Messi, che cui ormai tutto si può dire perché tanto tutto lui su un campo di calcio ha già compiuto.

Ma soprattutto, lode e onore a Pep Guardiola, maestro maiuscolo di questo collettivo, figlio della sua umiltà e del suo silenzio, opposto di quel borioso essere consapevole che è proprio del mio amato Josè Mourinho, colui - credo - possa rientrare di diritto fra i migliori allenatori della storia.

Guardiola, l'umile: che dopo la finale di Roma contro il Manchester United, ai microfoni della prima tv che gli voleva fare un'intervista, ricordò quel vecchio romanaccio di Carlo Mazzone, che ne aveva accompagnato il commiato dal calcio giocato in una fiaba di provincia chiamata Brescia, dove a contender lo scettro di migliore al Pep ispanico c'era il mai abbastanza rimpianto Roberto Baggio. Disse: "Voglio salutare il mio vecchio mister, Carlo Mazzone", a cui aveva inviato personalmente i biglietti per la tribuna d'onore. Lo disse appena vinta la prima Champions League della sua vita: un segno di serenità e gratitudine che questo calcio moderno non insegna neanche ai suoi figli più devoti.


L'unico ad annichilirlo, Guardiola, fu proprio Josè Mourinho, con quel battaglione d'assalto che fu l'Inter del Triplete - e detto da uno juventino quale io sono, è grande sacrificio: ma quella squadra poteva competere con il Barcellona solo perché, come l'Italia di Lippi nel 2006, viveva il momento unico e irrepetibile dell'essere invicibile per grazia ricevuta. O forse perché anche gli extraterrestri rossoblù catalani, almeno in una volta della vita, ebbero a che vedersela con dei pari saliti in cielo.


Guardiola, dicevamo: che prima della finale di questa sera dice: "Non siamo imbattibili". Con l'umiltà, prima che con la consapevolezza di essere più forti. Perché ovunque, sempre, può spuntare qualcuno più forte di te. E il compito di un Mister, e chi ha giocato a calcio lo sa, è anche ricordarlo a ogni allenamento per dare la motivazione a correre, calciare, dribblare, sempre meglio. Lui lo sa fare senza diventare dittatore, ma forse semplicemente facendo arrivare la consapevolezza che il sogno di vincere di un calciatore è lo stesso di arrivare ad alti livelli di un bambino.


L'unico che non lo amò fu Ibrahimovic, Guardiola. E ancora oggi mi chiedo dove sarebbe potuto arrivare con questo micidiale gruppo questo splendido fuoriclasse svedese, se solo non avesse avuto la testa che ha.

Il Barcellona di questi anni sarà ricordato come la squadra più forte per la sua indole umile e consapevole, il saper allargare il gioco sulle fasce e dribllare qualsiasi difensore con quei 22 piedi titolari che si muovono anche grazie alla forza di chi siede in panca, a partire dal tecnico fino all'ultima delle riserve. 

Un piacere per chi guarda, anche per gli avversari che non avranno mai da rimpiangere di aver perso senza aver combattuto contro chi aveva trovato la formula del calcio totale.


Sono esaltato? Forse sì. Lo sono per via di un piacere nel vedere una squadra che mi ricorda perché seguo ancora il calcio.

In tempi di scioperi, crisi economica, sconfitte e mille domande sulla normalità di un mondo che ha tutto fuorché i contorni di uno sport, un miracolo.

giovedì, agosto 25, 2011

Stratosfera, ovvero cronache del primo lancio - Un racconto 57



Il cielo è blu, lo dicono tutti. Ma visto da dentro, il cielo è fatto da mille e forse più sfumature di tutti i blu e gli azzurro che possono essere immaginati.

Aria. Volo. Sento il cuore. Quelle sono nuvole. Nessuna macchina potrà mai correre così veloce. 

Era cominciato tutto con Daz che mi sfida. Ero sempre stato il migliore a correre in auto, in quelle corse che si fanno nelle strade di provincia poi arrivano gli sbirri e ti sequestrano il mezzo. Tipo i film americani, noi però le facevamo con le Punto elaborate e gli assetti fatti in casa. Altro che Fast and Furious, qui sembravamo una gara clandestina pubblicata e uscita in edicola: "Colleziona anche tu il tuo pirata della strada in 112 comode uscite a 9 euro e 90 cadauna".

Non ammazzavamo nessuno, tranne che la velocità e l'avversario sgasandogli addosso tutto il potenziale delle marmitte elaborate, dei carburatori variati e degli oli esausti. Eravamo monossido di carbonio. E io, ero il migliore. A correre, e a passare il traguardo.

Daz, dicevo: mi sfida. Me lo dice un giorno, c'era il sole e io preparavo il mezzo per la prossima sfida, al largo della cintura sud.

- Io credo che tu non ti butti.
- Da dove?
- Col paracadute.

Io lo guardai e non seppi molto che rispondere.

- Cazzo significa, Daz?
- Significa che dici che sei veloce ma voglio proprio vedere se lo sei fino in fondo.
- Ripeto: cazzo significa, Daz?
- Significa che voglio vedere se senza mezzo sei veloce come dici di essere.

Io correvo in auto. E avevo le vertigini. Correvo in auto e bruciavo chi si metteva in linea retta con il mio carro, lo stracciavo stretto a ogni rettilineo. Non avevo paura, ma del paracadute, sì.

- Quella è velocità verticale, Daz.
- Vedi? Senza mezzo col cazzo che fai il figo.
- Senti, col paracadute che significa? Vai veloce per forza.
- No.
- No?
- No.
- Dai, allora ci provo.

E mi stavo cagando addosso. Perché correvo con il mezzo perché il mezzo lo controllavo. Il mezzo era come fossero le mie gambe. Era come se stessi correndo e avessi ancora 3 anni, e scoprissi l'aria sulla faccia.

Ricordo ancora il primo sorpasso, sant'Iddio. Avevo una Panda Rossa 750 di mia madre e lei non sapeva che la usavo per andare a tutto volume a fare i giri per la provincia. Superai una Citroen e in corsia arrivava un'altra auto. Schiacciai e quel cazzo di catenaccio a malapena ce la fece, ve lo giuro.


Eppure, tutto è iniziato lì. 


Io che corro sui mezzi più disparati, poi io che scopro il lavoro, io che mollo la tipa e comincio a montare spoiler sul mezzo, una Punto del 2001 azzurro celeste tarrissima. C'ho un impianto che ve lo sognate, ve lo giuro. E io che corro una sera e conosco una, si chiamava Rebecca. E si innamora di me solo per come supero una Peugeot 206 impiantata che sembrava un chiodo.

E, se ve la devo dire tutta, un po' lanciarsi col paracadute è stato come conoscere Rebecca. Dite di no? Lo dico perché la sera che l'ho conosciuta c'era una gara, ve l'ho detto. Correvo con una cazzo di Volvo, non so. Sta di fatto che lei era là a guardarci, io parto e smonto quel finto che guida il carrozzone svedese. E vinco 2000 euro, e mi faccio la tipa. 

Sembra una storia da film? Sì, lo è. Per questo, mi chiedevo: che bisogno avevo di prendere un cazzo di paracadute?


Poi spunta Daz, che mi sfida. 


E in un niente, come se niente fosse, mi trovo su un aereo. E quando è ora di buttarmi, sento che me la sto facendo addosso. Perché ha ragione, Daz, quando dice che velocità e volare sono due cose diverse. 


Quando mi buttai, ve lo giuro, sentii una specie di roba dentro come se non ci fosse mai stata tanta vita. Come se mi fossi bevuto 45 grappe tutte insieme e lo sballo fosse salito in 2 secondi e poi fosse scemato tutto insieme. Ve l'ho detto, il cielo è blu. 


Tutti lo vedono blu... dal basso. In realtà il cielo è tutti i colori. Ed è tutto, visto dal mezzo, è come se stai in un mare e dentro ci sono tutti quelli che ti sono passati davanti, anche la cassiera del supermarket che ti sta sul cazzo perché risponde male a tutti. Veramente, è come stare in un mare che non è solo mare, è mare terra fuoco e aria, tanta aria, tanta che neanche il vento di Trieste ve lo ricorda.


E voi mi direte: perché ci racconti questa storia?


Non lo so il perché, sapete? Mi sono buttato solo una volta, col paracadute. Ho volato, volato, ed è stato il tempo più lungo della mia vita.  E' stato come quando ho fatto l'amore per la prima volta con Rebecca, che è uno di quei paragoni che non dici a nessuno perché sono inflazionati. Sto cazzo, sono inflazionati, vaglielo a dire chi cerca l'amore tutta la vita se il cambio non lo farebbe.


Volavo, ragazzi. Volavo e non c'era niente che mi facesse rallentare. Altro che mezzo, e scusami mezzo se dico così.


E quando sono atterrato, tutto era diverso.


Volete un consiglio, ragazzi? Cercate il vostro cielo. Cercate un posto dove vedete tutti i colori del mondo. Cercate un posto dove ci sia un marasma di energie, e ficcatevici dentro. Io vi racconto questa storia, c'era Daz che mi sfida e mi dice: - Voglio vedere se hai il coraggio.


Ecco, io il coraggio di buttarmi ce l'ho avuto. 


Sembrava di buttarsi nel vuoto, mi sono buttato nell'infinito. Prima facevo solo corse in macchina, ora invece posso dire che faccio in corse in macchina perché ho visto l'Infinito, e voglio ripeterlo.

domenica, agosto 21, 2011

Prove - Life in Technicolor part 157

Qual è il senso?

Di stare qui, a guardare quattro politici che si fottono ciò che resta di un paese, e a stare ad ascoltare la gente che per strada non si rende conto.

Qual è il senso?

Di osservare la tua vita che scorre e che non sai se la strada imboccata è quella giusta. Di misurare il tuo amore e il tuo odio sulle parole che non sei riuscito a dire più che sulle azioni che sei riuscito a compiere.

Qual è il senso?

Di arrendersi all'idea che arrivare è difficile come partire, quindi star fermi è la cosa più sicura. Che non c'è altra soluzione che soffocare l'umanità per provare a ottenere quel poco che si può.

Qual è il senso?

Di cantare canzoni di libertà e gloria quando sai che sei dalla parte sbagliata. Di passare le serate a guardare la televisione, senza riuscire a star fermi un attimo soltanto in silenzio fermi sul balcone, di fronte al cielo.

Qual è il senso?

Di pregare a comando e non rendersi conto che Dio è ovunque. Spezzare rosari a forza di usarli e poi incitare la Madonna a fare la Grazia che più umana non si può.

Qual è il senso?

Di aizzare il destino contro, se poi il primo ad arrendersi sei proprio tu. Di non voler accettare che un tempo finisce, un altro inizia, e tutto dev'essere ricordato ma non rimpianto.

Qual è il senso?

Di non saper chiedere il perdono. Di non saperselo meritare, prima di tutto verso sè stessi.

Il senso. C'è che le prove cui sopravviviamo ci rendono più forti, lo diceva Nietzsche. 
C'è che la vita anche se non vogliamo ogni giorno apre quel fottuto nuovo capitolo, ti dà una penna, ti dice "scrivi", "disegna", o forse semplicemente "immagina".

C'è che una domenica pomeriggio ho guardato intorno a me e il senso era che tutto era pronto, per ricominciare.


martedì, agosto 09, 2011

Azzerare - Un racconto 56



- Non siamo soli.

Lo ripetevamo ossessivamente, fra le note incerte di una bistecca in cottura e il suono della musica che lo stereo passava incessante da quando eravamo arrivati a casa.

- Non siamo soli.
- Non lo siamo mai stati. 
- Neanche la prima volta che siamo andati via. 
- Minchia ti ricordi?
- E cazzo, sì.
Io pelavo le patate e gliele passavo, lui le sciacquava e le buttava come se fosse stata una catena di montaggio figlia di un'abitudine.

Da quanti anni io e Daz non ci si vedesse, era forse passata una mezza eternità da quando era passata la prima vigilia di una partenza. Insieme, la prima volta ch'eravamo andati al mare, sarà stata metà degli anni '90. Ci conoscevamo da sempre, amici da più, eppure ci si ritrovava solo quando si partiva. O quando si ripartiva. 

Come quell'anno, sarà stato il 1998 o giù di lì, ma veramente ora come ora non ricordo.

Eravamo magri, bevevamo e fumavavamo già, ma allora non avevamo mai scopato e forse, forse mai avremmo immaginato che avremmo potuto compiere gli stessi gesti qualche anno dopo, più di dieci, senza dubbio.

Daz passava le bistecche nell'olio e le salava abbondamentemente.

- Anche se sei solo, la bistecca la sali sempre, o no?
- Ci metti il pomodoro, Daz?
- Eccheccazzo sì, facciamo la pizzaiola.
- Domani a che ora partiamo?
- Alle 5, sennò qualche stronzo ci fotte il posto.

La strada era decisa. Solo lui, solo io. Soli e basta. Mentre eravamo in auto, poco prima e andavamo a fare la spesa, a comperare le bistecche per la sera, lui disse: - Alla fine, non siamo soli.
- No non lo siamo - gli risposi io, mentre lui mi passava un cd senza nome e io capivo che mi aveva passato il cd dell'infanzia, il cd che avevamo ascoltato e riascoltato quell'estate lì.

Al supermarket un po' di birra, le bistecche e due patate. A casa, una sigaretta e la musica. E ogni tanto che ci diciamo che non si è mai abbastanza soli fino a che non decidi di ricominciare tutto quanto.

- Sai Daz, io un tassello vorrei averlo già messo - gli dico io fra il chorus della solitudine, e lui capisce di cosa parlo, solo lui può capire di cosa parlo.
- Se l'hai già messo, sarà il tempo a dirlo - dice lui salomonico, mentre butta una patata in padella e sala anche quella abbondantemente.
- Oh, vacci piano con il sale.
- Quando sei a casa quanto ne metti?
- Poco.
- Ecco, datti una cazzo di botta di vita almeno quando sei a casa mia.

La sera scende e ci fumiamo un'altra sigaretta, e un'altra e un'altra e un'altra fino a che le bistecche son cotte, son cotte la patate e la birra s'è gelata. Poi mettiamo su un altro cd senza nome sopra, tanto è come più di dieci anni fa, quando le canzoni che avevamo stavano sulle cassette registrate e sapevamo perfettamente come trovarle nel casino dello zainetto.

- Quando torna? - mi chiede.
- Spero presto - dico io, e solo lui può capire a cosa mi riferisco. 
- Tu quando torni, Daz?
- Quando torniamo dal mare - mi risponde lui, e anche questo lo posso capire solo io.

Daz e io. Una mattina di giugno ci siamo alzati e abbiamo deciso in momenti diversi di ripartire. Dicono che a 30 anni non puoi ricominciare, che tanto ormai i giochi sono fatti e che tanto che cazzo ti ribelli se una laurea non l'hai presa o l'hai presa, se ti sei mollato o preso con la tipa che dicevi che, se i tuoi t'hanno dato o non dato, e che cazzo in fondo il mondo è così, precario anche nei sentimenti e negli orizzonti e tu non puoi far altro, a 30 anni, di aspettare che arrivino i 40 e annegare, senza soluzione, nel rimpianto.

Ecco, Daz e io una mattina ci siamo alzati e abbiamo detto che forse ne valeva la pena. E quando i giochi erano fatti, quando avevamo distrutto tutto come quando stavamo a distruggerci nelle piazzette del mare a colpi di Philip Morris e Moretti, ecco che lì ci siamo guardati e ci siamo detti: - Massì, facciamolo.

Daz mi guarda dopo che abbiamo mangiato e prepara il caffè.

- Non siamo mai stati mai così soli.
- Sì, che lo siamo stati.
- Quando?
- Quando siamo partiti, la prima volta.

Siamo tornati a ricostruire da zero. Zero, anzi, come quella canzone lì che una notte, ascoltandola, ci fece dire: - E sti cazzi che qui voglio aver un rimpianto.

Beviamo il caffè, Daz lava i piatti, ci vestiamo, usciamo. Domani si parte per un'estate. Amici come allora, vogliosi come allora. Meno magri, più disillusi, meno giovani. Idealisti come allora, forse con qualche chance in meno.

Abbiamo azzerato tutto. E forse era così, che doveva andare.

giovedì, agosto 04, 2011

Là, da un balcone - Life in Technicolor part 156



Là c'è sempre qualcosa che non puoi credere ci sia. Là c'è il giorno nuovo, il momento che aspettavi, là c'è la crescita, là c'è il tuo futuro.


Là è una parola, là è un moto a luogo, sta ad attenderti e non verrà mai da te, e da lì non potrai mai ripartire: c'è sempre un là, oltre, da raggiungere.


Tutti dicono d'esser forti, tutti dicono di sapersi ribellare alle difficoltà e poter arrivare là. Perché arrivarci, è quello il sapore più difficile da sentire: e tutti, tutti dicono che non hanno paura.


Poi si scoprono diversi. Dentro scavano e tutti scoprono che là non ci si può arrivare, se non con difficoltà. Perché là è lontano tanto che può non bastare tutto il tempo che ci viene concesso.


Provo a immaginarmi dove sta, là. Da dove si può osservare.


Ed ecco, la scena.


Respiro seduto su un balcone, di notte, che sole e cielo e notte e domani siano sformati non lo vedo, vedo solo il fumo di una sigaretta e che oggi là è soltanto meno definito.  

Da qui Torino è un po' più bella e meno rumorosa. Non è inquinata come dicono, è stretta lo spazio di un metro e di un cuscino, un posacenere, con la testa reclinata posso vederne solo un pezzettino perché ci sono i palazzi, alcune finestre sono chiuse, da altre spuntano altre storie, altra gente che guarda il proprio là. E per una volta, a rimanere in silenzio sono io.

Ogni volta che ne spengo una, ripenso a quante sigarette ho fumato nella mia vita. A quante volte ho provato a contarle e non ci sono mai riuscito. 

Crescere è un po' come contare le sigarette che hai fumato nella tua vita, puoi fare una stima ma non saprai mai se il risultato è quello giusto: crescere nelle cose che non sai fare, crescere nell'essere te stesso, crescere e superare i tuoi limiti: ma è tutto come doveva andare?

Dicono che le persone siano chiamate a crescere dalla vita. Altri forse crescono perché vogliono la vita, e basta.

Su quel balcone accendo un'altra sigaretta, continuo a guardarmi intorno perché fra quelle due fratture c'è sempre qualcosa che valga la pena guardare. Mi piace stare qui, qui sto bene. Forse perché qui vedo chiaramente che là non è poi così lontano.

Anche se ho paura.

Ho paura di guardare, di provare a mettermi in cammino. Ho sempre avuto paura.

Perché là mi è sempre sembrato troppo lontano, per poterci arrivare da solo. Al netto delle persone, al netto del mondo, là è cosa che riguarda solo sè stessi. Per tutti, nessuno escluso.


Una paura concepibile, alcuni se la fanno passare, altri non la provano, altri ancora non la superano tutta la vita. Una paura abituale. Una paura che, vista da quel balcone, è forse l'unico confine prima di arrivare, là.

Una paura che non voglio più avere perché là, là ci voglio andare sul serio.