martedì, agosto 09, 2011

Azzerare - Un racconto 56



- Non siamo soli.

Lo ripetevamo ossessivamente, fra le note incerte di una bistecca in cottura e il suono della musica che lo stereo passava incessante da quando eravamo arrivati a casa.

- Non siamo soli.
- Non lo siamo mai stati. 
- Neanche la prima volta che siamo andati via. 
- Minchia ti ricordi?
- E cazzo, sì.
Io pelavo le patate e gliele passavo, lui le sciacquava e le buttava come se fosse stata una catena di montaggio figlia di un'abitudine.

Da quanti anni io e Daz non ci si vedesse, era forse passata una mezza eternità da quando era passata la prima vigilia di una partenza. Insieme, la prima volta ch'eravamo andati al mare, sarà stata metà degli anni '90. Ci conoscevamo da sempre, amici da più, eppure ci si ritrovava solo quando si partiva. O quando si ripartiva. 

Come quell'anno, sarà stato il 1998 o giù di lì, ma veramente ora come ora non ricordo.

Eravamo magri, bevevamo e fumavavamo già, ma allora non avevamo mai scopato e forse, forse mai avremmo immaginato che avremmo potuto compiere gli stessi gesti qualche anno dopo, più di dieci, senza dubbio.

Daz passava le bistecche nell'olio e le salava abbondamentemente.

- Anche se sei solo, la bistecca la sali sempre, o no?
- Ci metti il pomodoro, Daz?
- Eccheccazzo sì, facciamo la pizzaiola.
- Domani a che ora partiamo?
- Alle 5, sennò qualche stronzo ci fotte il posto.

La strada era decisa. Solo lui, solo io. Soli e basta. Mentre eravamo in auto, poco prima e andavamo a fare la spesa, a comperare le bistecche per la sera, lui disse: - Alla fine, non siamo soli.
- No non lo siamo - gli risposi io, mentre lui mi passava un cd senza nome e io capivo che mi aveva passato il cd dell'infanzia, il cd che avevamo ascoltato e riascoltato quell'estate lì.

Al supermarket un po' di birra, le bistecche e due patate. A casa, una sigaretta e la musica. E ogni tanto che ci diciamo che non si è mai abbastanza soli fino a che non decidi di ricominciare tutto quanto.

- Sai Daz, io un tassello vorrei averlo già messo - gli dico io fra il chorus della solitudine, e lui capisce di cosa parlo, solo lui può capire di cosa parlo.
- Se l'hai già messo, sarà il tempo a dirlo - dice lui salomonico, mentre butta una patata in padella e sala anche quella abbondantemente.
- Oh, vacci piano con il sale.
- Quando sei a casa quanto ne metti?
- Poco.
- Ecco, datti una cazzo di botta di vita almeno quando sei a casa mia.

La sera scende e ci fumiamo un'altra sigaretta, e un'altra e un'altra e un'altra fino a che le bistecche son cotte, son cotte la patate e la birra s'è gelata. Poi mettiamo su un altro cd senza nome sopra, tanto è come più di dieci anni fa, quando le canzoni che avevamo stavano sulle cassette registrate e sapevamo perfettamente come trovarle nel casino dello zainetto.

- Quando torna? - mi chiede.
- Spero presto - dico io, e solo lui può capire a cosa mi riferisco. 
- Tu quando torni, Daz?
- Quando torniamo dal mare - mi risponde lui, e anche questo lo posso capire solo io.

Daz e io. Una mattina di giugno ci siamo alzati e abbiamo deciso in momenti diversi di ripartire. Dicono che a 30 anni non puoi ricominciare, che tanto ormai i giochi sono fatti e che tanto che cazzo ti ribelli se una laurea non l'hai presa o l'hai presa, se ti sei mollato o preso con la tipa che dicevi che, se i tuoi t'hanno dato o non dato, e che cazzo in fondo il mondo è così, precario anche nei sentimenti e negli orizzonti e tu non puoi far altro, a 30 anni, di aspettare che arrivino i 40 e annegare, senza soluzione, nel rimpianto.

Ecco, Daz e io una mattina ci siamo alzati e abbiamo detto che forse ne valeva la pena. E quando i giochi erano fatti, quando avevamo distrutto tutto come quando stavamo a distruggerci nelle piazzette del mare a colpi di Philip Morris e Moretti, ecco che lì ci siamo guardati e ci siamo detti: - Massì, facciamolo.

Daz mi guarda dopo che abbiamo mangiato e prepara il caffè.

- Non siamo mai stati mai così soli.
- Sì, che lo siamo stati.
- Quando?
- Quando siamo partiti, la prima volta.

Siamo tornati a ricostruire da zero. Zero, anzi, come quella canzone lì che una notte, ascoltandola, ci fece dire: - E sti cazzi che qui voglio aver un rimpianto.

Beviamo il caffè, Daz lava i piatti, ci vestiamo, usciamo. Domani si parte per un'estate. Amici come allora, vogliosi come allora. Meno magri, più disillusi, meno giovani. Idealisti come allora, forse con qualche chance in meno.

Abbiamo azzerato tutto. E forse era così, che doveva andare.

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