venerdì, agosto 26, 2011

La meraviglia del calcio - Life in Technicolor part 158

Il calcio mi appassiona, ma ci ho scritto poco. 

Scrissi un post su Pavel Nedved, tempo fa, per via dell'amore che avevo per quel campione che fece le fortune della Juve forse più forte mai vista, quella di Marcello Lippi II e di Fabio Capello, anche al netto delle polemiche e delle scelte giuridiche. In effetti, anche sulla mia Juve ho scritto - anche se parlai d'altro.

Stasera, però, non ho resistito. Perché, per motivi contingenti, sono rimasto a casa e ho visto la finale Barcellona Porto di Supercoppa Europea. 

Il Barcellona. L'ho visto giocare miriade di volte in questi anni. Una squadra che ormai da 5 anni offre all'Europa il calcio più bello che si possa immaginare.

Un gruppo coeso, guidato da uno di quei giocatori che nascono "toccati", come magicamente, da un qualcosa che va oltre anche gli allenamenti, il talento, la voglia di vincere: Lionel Messi.

Il Barça però è qualcosa che va oltre "La Pulce". Perché questo gruppo fantastico, che gioca nella maniera più spettacolare e solare che si possa immaginare, non è solo nato dal sinistro fatato del minuscolo giocatore argentino.

Il Barcellona è l'amalgama di un qualcosa di più che un amante dello sport - e volutamente dico "sport" - non può non apprezzare. Ha la forza degli All Blacks neozelandesi e la grazia di Rodolfo Valentino, la spregiudicatezza del miglior Michael Schumacher e la pazzia del nostro Valentino Rossi. Un mix di potenza, agilità, tecnica e fantasia che soltanto anni di concetto potevano plasmare.

Sia lode al Presidente Rossell, a questa società fatta da un azionariato popolare e dal nazionalismo di una regione mai doma all'idea centralismo spagnolo, che ha generato quello che tutti ormai riconoscono come fucina dei talenti più cristallini del calcio mondiale: la cantera

Roba che qui in Italia, nonostante società come Atalanta e Roma che sfornavano (e sfornano) talenti in quantità, ci sognamo.

Un sogno, sì: quello di squadre che giochino sempre lo stesso calcio, dai pulcini fino alla Prima Rappresentativa. Perché fin da bimbi, i ragazzi delle giovanili del Barcellona imparano a giocare con il 4 3 3: come a dire che tutti potrebbero un giorno arrivare a giocarsi coppe e scudetti in prima squadra. Già questo, un ottimo motivo di lode.


Ma non è che l'inizio.

Sia lode a quel sogno e a chi, pian piano, l'ha realizzato.

Sia lode a Iniesta, faccia d'angelo e guizzo Mondiale (come mostra l'ultimo campionato del Mondo); sia lode a Xavi, da almeno 15 anni fenomeno inossidabile del centrocampo azulgrana; sia lode al capitano riccioluto, Puyol, desiderato da Juve e Milan ai tempi in cui l'Italia ancora contava; sia lode a Dani Alves, scorrazzante terzino; sia lode a Keita, a Busquets, sia lode a Pedro il bambino prodigio, sia lode a David Villa e ancora, alla favola Abidal, trionfatore nella notte dell'ultima Champions League dopo un cancro. E ovviamente, sia lode a lui, Lionel Messi, che cui ormai tutto si può dire perché tanto tutto lui su un campo di calcio ha già compiuto.

Ma soprattutto, lode e onore a Pep Guardiola, maestro maiuscolo di questo collettivo, figlio della sua umiltà e del suo silenzio, opposto di quel borioso essere consapevole che è proprio del mio amato Josè Mourinho, colui - credo - possa rientrare di diritto fra i migliori allenatori della storia.

Guardiola, l'umile: che dopo la finale di Roma contro il Manchester United, ai microfoni della prima tv che gli voleva fare un'intervista, ricordò quel vecchio romanaccio di Carlo Mazzone, che ne aveva accompagnato il commiato dal calcio giocato in una fiaba di provincia chiamata Brescia, dove a contender lo scettro di migliore al Pep ispanico c'era il mai abbastanza rimpianto Roberto Baggio. Disse: "Voglio salutare il mio vecchio mister, Carlo Mazzone", a cui aveva inviato personalmente i biglietti per la tribuna d'onore. Lo disse appena vinta la prima Champions League della sua vita: un segno di serenità e gratitudine che questo calcio moderno non insegna neanche ai suoi figli più devoti.


L'unico ad annichilirlo, Guardiola, fu proprio Josè Mourinho, con quel battaglione d'assalto che fu l'Inter del Triplete - e detto da uno juventino quale io sono, è grande sacrificio: ma quella squadra poteva competere con il Barcellona solo perché, come l'Italia di Lippi nel 2006, viveva il momento unico e irrepetibile dell'essere invicibile per grazia ricevuta. O forse perché anche gli extraterrestri rossoblù catalani, almeno in una volta della vita, ebbero a che vedersela con dei pari saliti in cielo.


Guardiola, dicevamo: che prima della finale di questa sera dice: "Non siamo imbattibili". Con l'umiltà, prima che con la consapevolezza di essere più forti. Perché ovunque, sempre, può spuntare qualcuno più forte di te. E il compito di un Mister, e chi ha giocato a calcio lo sa, è anche ricordarlo a ogni allenamento per dare la motivazione a correre, calciare, dribblare, sempre meglio. Lui lo sa fare senza diventare dittatore, ma forse semplicemente facendo arrivare la consapevolezza che il sogno di vincere di un calciatore è lo stesso di arrivare ad alti livelli di un bambino.


L'unico che non lo amò fu Ibrahimovic, Guardiola. E ancora oggi mi chiedo dove sarebbe potuto arrivare con questo micidiale gruppo questo splendido fuoriclasse svedese, se solo non avesse avuto la testa che ha.

Il Barcellona di questi anni sarà ricordato come la squadra più forte per la sua indole umile e consapevole, il saper allargare il gioco sulle fasce e dribllare qualsiasi difensore con quei 22 piedi titolari che si muovono anche grazie alla forza di chi siede in panca, a partire dal tecnico fino all'ultima delle riserve. 

Un piacere per chi guarda, anche per gli avversari che non avranno mai da rimpiangere di aver perso senza aver combattuto contro chi aveva trovato la formula del calcio totale.


Sono esaltato? Forse sì. Lo sono per via di un piacere nel vedere una squadra che mi ricorda perché seguo ancora il calcio.

In tempi di scioperi, crisi economica, sconfitte e mille domande sulla normalità di un mondo che ha tutto fuorché i contorni di uno sport, un miracolo.

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