giovedì, settembre 29, 2011

Libertà - Un racconto 62

- Piccolo, spazio, pubblicità -

sabato, settembre 24, 2011

Seduto - Life in Technicolor part 161

C'è una chiesa e mi siedo sulle scale del sagrato. Passano tante persone, c'è il sole.
Un tizio sta poco distante da me, una coppia è seduta all'ombra e parla, passano gli scooter, la gente passeggia.

Visto da qui il mondo è semplice. Ci sono quelli che vanno avanti, chi ritorna indietro, altri si fermano a riposare un attimo.

Delle vecchiette si mettono a parlottare poco distanti, sento il loro dialetto.

Questa Lecce ricorda le volte che mi sono fermato in pazza Castello, con le auto e le persone. Una piuma, forse di piccione, mi cade vicino che quasi mi sfiora.

C'è brezza.

Tutto il mondo può ospitare gli stessi sentimenti, le stesse sensazioni. Ovunque possono mancarti i pezzi della tua vita, ovunque puoi stare bene o male.

Casa il più delle volte è ovunque, oppure non esserci. Casa a volte ti manca oppure la senti vicino a te. Casa. La brami poco prima d'arrivare, quando l'aereo atterra e il tonfo del carrello sulla pista è forte e ti spaventa.

Sto seduto sui gradini di un sagrato d'una chiesa, c'è fresco, sembra che non ci siano altre domande se non quelle che ogni giorno ci si pone.

Respiro. Mi guardo intorno.

Per le risposte attendo, tranquillo.

venerdì, settembre 23, 2011

Lontano - un racconto 61

Non pensavo potesse mancarmi così tanto, il cielo su Torino.

Non pensavo che ci potesse essere ristoro solo nel traffico di Porta Susa, nel suo rumore, nel chiasso dei venditori di rose.

Non pensavo di riuscire a prendere un aereo senza aver paura del decollo.

Qui è tutto diverso.

Qui è lontano, l'atterraggio ancora deve esserci, chissà quanto vicino ancora posso essere.

lunedì, settembre 19, 2011

Mi presti un letto - Un racconto 60



A volte fra amici si facevano richieste strane. Tipo se potevi venire a reggere il moccolo con l'amica brutta della ragazza che ti piaceva, o magari a fare la spola per i centri commerciali a cercare la giacca da colloquio.

Strane per tutti, non per gli amici. 

Diciamo che Paolo è sempre stato un amico. E di richieste bizzarre, tipo tu paghi l'autostrada e io la benzina per andare in un posto dove l'autostrada non c'era, ce n'erano state parecchie.

Ci ripensai una sera, a cena. C'era la TV in sottofondo e mi venne in mente, chissà perché, che era una sera di settembre diversa dalle altre. Un fatidico giorno di settembre, un giorno che ricordavo più che come un giorno solo, come un periodo.

Dieci anni prima, quando facevo l'università. 

Gli amici e i martedì sera a ballare. Eravamo giovani. Eravamo tanto diversi e uguali a ora, 30enni sparsi fra città diverse, amici sempre uguali.

10 anni prima, dicevo. Quando Paolo un giorno mi disse, eravamo in un'aula di palazzo Aldo Moro a lezione di sociologia: "Ehi, guarda quella vestita da benzinaio!".

"Ma chi, Paolo?"
"Quella con il piumino rosso, guarda che figa!".

Francesca la si notava per i capelli biondi, il portamento elegante, il viso dolce, un fisico da urlo. E per quel piumino rosso che veramente sembrava la divisa di un meccanico Ferrari.

Paolo la guardava e si lamentava, lamentava come solo lui sa fare: "Mamma mia, negro, guarda che roba!" mi diceva, e continuava a dire "Negro, hai visto?" come se Francesca fosse veramente la prima donna che vedeva da tanto tempo.

E quel giorno, all'Aldo Moro, Paolo mi disse: "Io quella la devo conoscere.".

Io gli sorrisi e gli dissi solo: "Ok, andiamo a conoscerla.".

Che ricordi. Smisi di mangiare e presi il telefonino. Composi il numero di Paolo e lo chiamai.

"Cazzone, dove sei?".
"Eh, sto andando via che c'ho l'aereo".
"Ti richiamo dopo, allora.".

Quanti ricordi. Mi sedetti e ricominciai a pensare.

10 anni prima. Quella mattina andammo e la conoscemmo sul serio, Francesca, con la scusa degli appunti della lezione. Poi lei ci presentò le sue amiche e ci demmo un gancio. Era un giorno di fine maggio, se non ricordo male, una delle ultime lezioni.

Arrivò l'estate e noi si usciva tutte le sere. E Paolo continuava quella litania: "Eh ma c'ha il tipo, il pannocchia del cazzo, come faccio a uscirci da solo?". Perché noi si usciva, ma a Paolo piaceva Francesca. E Francesca era fidanzata.


Il telefono mi risquillò. Era lui.

"Oh, sono in aereoporto."
"Dove vai?"
"A Taormina, c'ho il decennale. Mi fai la formazione del fantacalcio?".

Risi, gli dissi di sì, poi chiuse che aveva il check in. Paolo era sempre stato uno sbrigativo.

Quell'estate di 10 anni prima Paolo partì per Viareggio i primi d'agosto. Quando lo salutai, ricordo che mi disse che Francesca sembrava sarebbe partita con il fidanzato per la Croazia. O forse era un altro posto, precisamente non ricordo. Di lui ricordo che era incazzato.

Quando tornò, ci ribeccammo, ma senza prevederlo. Stavo passeggiando per il centro, ricordo, c'eravamo sentiti solo un paio di volte. E lo vidi passeggiare, mano nella mano, con Francesca. Quando mi notarono, le loro mani si staccarono.

"Ehi ragazzi, che fate?" chiesi loro, sorridendo. Ma loro non risposero, sviarono.

Una sera, era forse un giovedì, Paolo mi disse che voleva parlarmi. Nel mentre io avevo cominciato a uscire con una delle amiche di Francesca, Claudia. Noi s'era formata una coppia, loro invece sembravano fare bene gl'amiconi.

Paolo, dicevo, mi chiama e mi dice: "Ti devo parlare".
Ci vediamo al pub sotto casa sua, poi mi dice: "Senti, negro, c'hai la casa libera sabato?".
"Sì, che vuoi fare?".
"Ce lo vediamo un film da te?"
"Ok, dai. Che film?".
"Boh, lo porto io. Però senti, devo chiederti un favore.".
"Dimmi.".
"Senti, mi presti il letto?".

Camera mia vantava nella gamma d'arredamento il mio letto e un divano enorme, pronto per guardare i film. Era la location perfetta per vedere la tv.

"Ma tu con chi vieni?".
"Eh, tu porti Cla e io ci porto Fra".

Il telefono risquillò. Era un sms di Paolo che recitava: "Oh, non mi mettere solo giocatori della Juve".
Sorrisi. Anche quella sera insultò la Juve, appena entrò in camera mia. 
Poi si mise sul letto e io sul divano, e mettemmo su il film. Un filmaccio brutto, di quelli tipo horror serie Z con un manichino che prendeva vita e uccideva tutti. Io e Claudia c'addormentammo.

Qualche mese dopo io e Claudia rompemmo. Fra e Paolo, invece, smisero di nascondersi per tenersi la mano quando uscivano, perché si misero insieme ufficialmente.

La TV continuava a parlare, mentre ripensavo a 10 anni prima, a quella sera. Dopo qualche tempo, Paolo mi confessò che avevano deciso di mettersi insieme sul mio letto.

Risquillò il cellulare, era un altro sms di Paolo: "Ah, comunque sto andando a Taormina per l'anniversario. Senza.".



Sorrisi. Spensi la TV e misi su un cd.

Già, Paolo e Francesca. Stavano partendo per il loro decimo anniversario, e non so perché quella cosa mi rendeva molto felice. Forse perché quando sono felici gli amici, sei felice pure tu.

Non gliel'ho mai detto, che quel letto avrei voluto regalarglielo. Perché fra amici si fanno richieste strane, ma i regali possono battere qualunque cosa, basta che abbiano un senso.


martedì, settembre 13, 2011

Al parco - Un racconto 59



Quel giorno decisi di pranzare da solo.

Così scesi al bar per prendere un toast e recarmi a mangiare al parco vicino all'ufficio.

Entrai e ordinai alla signora che serviva le pietanze un toast al prosciutto e formaggio, e mi misi al banco in attesa che fosse pronto.

In quel momento, entrò un signore di mezza età, avrà avuto cinquant'anni. Era vestito con un gillet di quelli che si usano per lavorare, multitasca, con la scritta Nikon gialla sulla schiena e le macchie di vernice addosso. 

Il barista lo chiamò per nome: - Claudio, ti faccio il caffè?

Lui disse di sì, le braccia poggiate sul banco, il viso come inespressivo. Aveva gli occhi chiari, forse azzurri, i capelli brizzolati e spettinati, le mani grosse e le braccia impolverate.

Vicino mi passò un altro avventore, un signore sulla quarantina, vestito con una bella camicia e un paio di jeans stretti. S'avvicinò alla vetrina delle vivande, e chiese un toast e una piadina. 

- La piadina non la bruci troppo, è per mio figlio - chiese.

La barista che serviva i piatti caldi fece un sorriso ed annuì, poi prese la piadina dalla vetrinetta e la mise a scaldare sulla piastra.

- Vada, gliela porto io al tavolo - gli disse.

Il signore ringraziò e andò a sedersi a un tavolo nel dehor, dove erano già accomodati una signora e due bambini.

Io stavo al banco e mi guardavo intorno, in attesa del mio toast.

- Eccolo qui - mi disse il barista.

Mi porse un pacchetto di carta, dentro il mio sandwich. Attraverso l'involucro potevo sentirne il calore della piastra, quasi la fragranza del pane.

Pagai e uscii.

Mentre uscivo, guardai con la coda dell'occhio il signor Claudio che pagava il suo caffè all'uomo della cassa, un elegante sessantenne gentile con tutti, sempre sorridente.

Presi la strada che portava al parco, per mangiare.

Quando arrivai, passeggiai un poco sul prato pieno di persone, fino a che trovai una panchina all'ombra, dove mi sedetti.

Aprii il pacchetto e presi il mio toast, che era stato diviso in due parti uguali di forma triangolare.

Il formaggio fuso sbordava fuori dalla fetta di pane, e il prosciutto era diventato una striscia sottile

Lo addentai, guardandomi intorno.
Il cielo era terso, gli alberi belli, c'era gente sdraiata sul prato, una leggera brezza fresca di fine estate.

Era tutto bello, in quel giardino.

Cercavo quella solitudine da un po'. Perché era strano sentirsi soli in un mondo dove ogni angolo nasconde qualcosa che valga la pena guardare. Ripensai a quegli avventori e alla tenerezza che sanno generare le persone che non conosci e che percepisci vive, come lo sei tu, come lo è tutto ciò che ti circonda.

Avevo sempre pensato che essere soli significasse non aver nessuno con cui parlare. Negli anni avevo maturato una paura innaturale verso il sentirsi abbandonati, quasi fossi una specie in via d'estinzione che, con il passare del tempo, vede ridursi il numero dei propri simili.

Avevo provato a lottare, contro quel senso. Ma non avevo vinto la battaglia.

Stavo ancora chiedendomi quali fossero le storie che nascondevano quelle persone che avevo intravisto al bar, quando poco distante notai il signor Claudio camminare verso una panchina libera. Lo guardai sedersi, prendere il telefono in mano, comporre un numero e cominciare a parlare fitto fitto.

Non gesticolava, i piedi ben piantati a terra, la schiena un po' ricurva, la testa ripiegata in avanti, come se stesse per addormentarsi. Poi, ad un certo punto, la mano libera s'avvicinò al viso, il telefonino si staccò dall'orecchio. Da lontano, mi parve si fosse messo a piangere.

Alle mie spalle sentii un gruppo di ragazze ridere. Una coppia di signori, avranno avuto 60 anni, passò sul viale vicino alla mia panchina in bici, veloce. Qualcuno faceva jogging.

Claudio stava lì, con la fronte poggiata sulla mano, il cellulare ancora impugnato nell'altra.

Lontano, lo riconobbi solo dal colore della camicia, passò con i bambini e la moglie il signore che aveva ordinato la piadina. Ridevano, tutti e quattro. Uno dei bimbi correva avanti e indietro, l'altro teneva la mano del papà, e gli camminava al fianco.

Sentii come una sorta di piacevole sofferenza guardando quella scena. Mi chiesi se erano sempre stati così felici. Cominciai a chiedermi come si poteva, essere così felici.

Poi tornai a guardare Claudio, che intanto aveva alzato la testa e s'era poggiato sullo schienale, le braccia conserte, lo sguardo fisso avanti a sè.

Sentii una tristezza infinita, guardandolo.

Avrei voluto chiedergli cosa fosse capitato, oppure semplicemente dirgli che non era solo.

Volevo farlo, nonostante io per primo non avrei saputo offrirgli altro che una parola più che una speranza.

Ma non lo feci. Claudio rimase seduto per un po' fino a che non s'alzò e andò via, verso il centro città.

Intanto avevo finito il mio toast. Avevo sete.

Mi guardai ancora un po' intorno, poi tornai in ufficio.




mercoledì, settembre 07, 2011

Lettera - Un racconto 58



Il fatto che io non scriva mai lettere, questo non significa che abbia dimenticato come si fa. E non parto con il "cara" perché tanto sai che è per te, che scrivo.


Una sera di qualche tempo fa, saranno passati mesi e io non me ne rendo conto, ti ho chiesto di darmi una storia che valesse la pena scrivere. Te lo dissi mentre spolveravi una mensola e non ti rendevi conto che c'era già stato un passaggio oltre le cose, che non m'importava che stessi pulendo o che quello non era il momento che tutte le donne sognano per parlare di massimi sistemi in amore.


Tu non hai fatto molto altro, che girarti e guardarmi, sorridermi e chiedermi che cosa intendessi con "una storia". E io non ti ho più risposto. E sei tornata a pulire, io seduto, entrambi sorridendo, entrambi silenziosi.


Quanti silenzi ci siamo lasciati intorno, sparsi fra le stanze di una casa che guardi e riesci solo a sentire come troppo disordinata. I silenzi stanno fra gli abiti buttati e le sedie sotto il tavolo, la polvere negli angoli che non ci dà fastidio e quel perenne senso di pulizia, fra il rumore del traffico che entra dalla finestra e le lenzuola tutte disordinate che sistemi sempre prima d'andare a dormire, quando la sera provi a rimanere sveglia per parlarmi, e io faccio altrettanto fino a quando senza rendercene conto smettiamo di parlare e ci addormentiamo, vicini. Stanno nella mia mano sul tuo viso, quelle volte che passandoti vicino mi fermo e ti faccio una carezza. E tu, chissà perché, inclini il viso come a rendermi quel gesto più semplice, senza che nessuno debba dire nulla.


Quella domanda è rimasta in sospeso, cosa intendessi io non te l'ho mai detto. 


Una storia. Che cos'è, una storia?


Sta in mezzo alla gente, è una parola e un modo di pensare, la storia: quella con la "s" minuscola che vivi tutti i giorni. In mezzo alle colonne del supermercato, nel traffico quando dici che corro con la macchina, quando cammini e alzi la voce quando parli di qualsiasi argomento, ma senza urlare, semplicemente parlando forte, e io non faccio altro che sorridere perché m'intenerisci.


Ecco, accumulo ricordi. E ognuno è un episodio di questa storia.


Sì, insomma, capita così. Che tutto ciò che si ricorda può diventare una storia: le vite, sono storie. Poi scegli di metterle al sicuro fra le pagine che puoi scrivere, o in un mare di foto che puoi scattare in ogni posto ti capita di visitare. 

Se non che io ho scelto di prendere tutto questi pezzi di tempo e metterli insieme. Senza rendermi conto che ci fossi tu, di mezzo: perché, che ci creda oppure no, non me ne sono reso conto subito. 

Quando ti parlai per la prima volta del Libro, dissi che era un sogno che coltivavo fin da bambino: che era una di quelle cose che dicevo che avrei fatto, prima o poi, solo con lo scopo di lasciare una specie di traccia di ciò che avevo vissuto. 


E tu avevi sempre scherzato su questo, in maniera amorevole. Dicendo che era bello sentirmi leggere ad alta voce, non chiedendomi mai se fosse il caso di serbare sogni che, il più delle volte, non conducono a nulla.


E io guardavo fuori da questo mio sogno e ne vedevo un altro ad aspettare, ed eri tu. Banale, dici? Certo, questa è una frase banale, e so che non ti piace sentirti dire frasi banali. Scritte poi su carta, ancora peggio. 


Però era così, che andavano le cose. Che ogni giorno che passava e che passa quello, sogno, è l'unico termine che trovavo e che trovo, per parlarmi di te. Di quotidianità che stava in discorsi lasciati a metà e di cene dove provavo a inventarmi ogni sera un piatto nuovo da prepararti, per il solo gusto di stupirti anche in quelle piccole cose lì, che fanno scena molto nelle serie americane ma chissà come mai, non sempre nella vita reale contano.

Così, ho scelto di scrivere una storia. Sì, proprio così, su di noi: e non fare quella faccia, che tanto è lo stesso.


Ho deciso di scriverla pensando a quando parlo di te in quel sogno, quando passeggio il mattino prima d'andare in ufficio e tu non ci sei. A tutte le volte che non sono riuscito a darti una risposta, alla domanda che mi facevi, perché non sapevo quali fossero le parole. Sì, anche questa è una cosa banale: però è proprio così, che andavano le cose.


Ho deciso di scriverla pensando a come è andata, a cosa è capitato quando ti ho visto la prima volta, al fatto che ci si può innamorare ogni attimo che si passa insieme, invece che un'unica, pazzesca volta all'inizio.


Sarà una storia dove l'incipit sarà lungo 100 pagine. Ci saranno dame e cavalieri, anche se tu li odi. Ci saranno guerre, baci al tramonto, e ci saranno paesaggi infiniti. Ci saranno animali e mari e ancora, ci sarà musica e baccano, ci metterò dentro tutti gli ingredienti del romanzo d'azione, ci sarà passione, sesso di quello torbido e ci sarà religione, dubbi amletici e personaggi spiritosi, ci saranno orizzonti lontani e quelle scene epiche in cui tutta la verità viene a galla in un colpo di scena da far impazzire il lettore e lo spettatore al cinema, se mai ci gireranno un film.


E ci sarà gelosia, viaggio, magari un pizzico di dolore autentico, ci sarà il magone di quando sei partita, ci sarà la gioia di quando sei tornata, ci saranno tutte le domande che mi hai fatto e che io, in quelle sere passate sul balcone, ho risposto semplicemente guardando oltre la ringhiera su cui eravamo poggiati, girando lo sguardo, dalla domanda e da te che cercavi le mie parole.

Ci saranno treni e aerei, ci saranno strade e ci sarà anche tutto quel pezzo di mondo che per ora è solo una serie di discorsi. Ci sarà un re di nome Cesare, e anche dei principi e delle principesse di cui ancora devo scegliere il nome. E ci sarà la distanza che collega paesi lontani, non i paesi: proprio la distanza. Ci sarà immaginazione e realtà, futuro e passato, sarà un romanzo storico e insieme sarà anche fantasy e noir. Sarà d'ogni genere, e non è megalomania, ma semplice spazio condensato in un'unica storia.


Ci saremo tu e io, ci sarà anche la tua faccia che stai leggendo questa lettera e che sai che sto parlando proprio a te, e che forse dentro sentirai che è questa l'unica, grande risposta a tutte quelle domande, che io sto qui e posso fare solo questa cosa per dirti quello che è.

--- Dagli archivi dello Scrittore F -

lunedì, settembre 05, 2011

Rispondere - Life in Technicolor part 160



Ci sono domande a cui non riesci a rispondere in un colpo solo.

Di solito sono quesiti molto brevi, appena accennati, che la voce quasi non si sente per quanto sono brevi.

A volte risuona un "Perché?" più che un "Come?", altre volte sono frasi buttate là, apparentemente senza alcuna pretesa, come se fossero più lo stimolo di un pensiero che non una vera e propria richiesta per comprendere.

Quelle domande sono fatte di tempo, e di dolore.

Del tempo che ci vuole per rispondere e del dolore per costruire la fiducia che serve a guardarsi dentro.

Poi ci sono le parole, che devono restituire la complessità di cosa c'è nel senso della risposta, che devono essere belle come essa; talvolta, anzi quasi sempre, che devono giustificarla.

A certe domande non ho mai trovato risposta, pur provando a lasciare uno scritto per ogni volta che me le sono poste. Ad altre mi sono risposto in mille e mille modi diversi, e Dio solo sa quando c'ho azzeccato e quando invece ho sbagliato a rispondere.


Prova a guardarti anche tu dentro, lettore: quali delle tue domande sono ad oggi senza risposta? E quante volte di rispondere non se n'è mai parlato, perché significava aprire quello spazio lì che hai sigillato e che fai finta di non vedere?


Ecco.


C'è che quando capita che si affronta quel blocco, allora apri te e con lui tutto il male che hai lasciato serbare in quel sigillo. Ti confronti con il tuo blocco, e anche non volendo devi polverizzarlo.

Per trovare la tua risposta, per sentirti più leggero.

C'è sempre qualcuno che aspetta che tu risponda, ci conta che sia quella più vera e sincera.


Un pomeriggio, qualcuno mi ha posto una di quelle domande. Mi sono guardato dentro e sembrava che non potessi dire fino in fondo ciò che era: troppo grande il quesito, indescrivibile ciò che avrei voluto dire.


Poi ho aperto quello spazio sigillato.

La risposta sono stato io: ciò che non riuscivo a dire, che non ero mai riuscito a dire, e che mi sembrava impossibile raccontare.


E dopo, solo dopo, mi sono reso conto che era quel sigillo, il problema.

Chissà quante volte capiterà, nella vita. Chissà quanti altri sigilli.

Chissà quante altre volte le mie risposte non basteranno per raccontare tutto ciò che vorrei dire, perché a volte le parole non bastano, a volte serve solo il tempo per rimanere in silenzio, come fosse notte e fuori fa freddo, e c'è solo voglia di star bene.