martedì, settembre 13, 2011

Al parco - Un racconto 59



Quel giorno decisi di pranzare da solo.

Così scesi al bar per prendere un toast e recarmi a mangiare al parco vicino all'ufficio.

Entrai e ordinai alla signora che serviva le pietanze un toast al prosciutto e formaggio, e mi misi al banco in attesa che fosse pronto.

In quel momento, entrò un signore di mezza età, avrà avuto cinquant'anni. Era vestito con un gillet di quelli che si usano per lavorare, multitasca, con la scritta Nikon gialla sulla schiena e le macchie di vernice addosso. 

Il barista lo chiamò per nome: - Claudio, ti faccio il caffè?

Lui disse di sì, le braccia poggiate sul banco, il viso come inespressivo. Aveva gli occhi chiari, forse azzurri, i capelli brizzolati e spettinati, le mani grosse e le braccia impolverate.

Vicino mi passò un altro avventore, un signore sulla quarantina, vestito con una bella camicia e un paio di jeans stretti. S'avvicinò alla vetrina delle vivande, e chiese un toast e una piadina. 

- La piadina non la bruci troppo, è per mio figlio - chiese.

La barista che serviva i piatti caldi fece un sorriso ed annuì, poi prese la piadina dalla vetrinetta e la mise a scaldare sulla piastra.

- Vada, gliela porto io al tavolo - gli disse.

Il signore ringraziò e andò a sedersi a un tavolo nel dehor, dove erano già accomodati una signora e due bambini.

Io stavo al banco e mi guardavo intorno, in attesa del mio toast.

- Eccolo qui - mi disse il barista.

Mi porse un pacchetto di carta, dentro il mio sandwich. Attraverso l'involucro potevo sentirne il calore della piastra, quasi la fragranza del pane.

Pagai e uscii.

Mentre uscivo, guardai con la coda dell'occhio il signor Claudio che pagava il suo caffè all'uomo della cassa, un elegante sessantenne gentile con tutti, sempre sorridente.

Presi la strada che portava al parco, per mangiare.

Quando arrivai, passeggiai un poco sul prato pieno di persone, fino a che trovai una panchina all'ombra, dove mi sedetti.

Aprii il pacchetto e presi il mio toast, che era stato diviso in due parti uguali di forma triangolare.

Il formaggio fuso sbordava fuori dalla fetta di pane, e il prosciutto era diventato una striscia sottile

Lo addentai, guardandomi intorno.
Il cielo era terso, gli alberi belli, c'era gente sdraiata sul prato, una leggera brezza fresca di fine estate.

Era tutto bello, in quel giardino.

Cercavo quella solitudine da un po'. Perché era strano sentirsi soli in un mondo dove ogni angolo nasconde qualcosa che valga la pena guardare. Ripensai a quegli avventori e alla tenerezza che sanno generare le persone che non conosci e che percepisci vive, come lo sei tu, come lo è tutto ciò che ti circonda.

Avevo sempre pensato che essere soli significasse non aver nessuno con cui parlare. Negli anni avevo maturato una paura innaturale verso il sentirsi abbandonati, quasi fossi una specie in via d'estinzione che, con il passare del tempo, vede ridursi il numero dei propri simili.

Avevo provato a lottare, contro quel senso. Ma non avevo vinto la battaglia.

Stavo ancora chiedendomi quali fossero le storie che nascondevano quelle persone che avevo intravisto al bar, quando poco distante notai il signor Claudio camminare verso una panchina libera. Lo guardai sedersi, prendere il telefono in mano, comporre un numero e cominciare a parlare fitto fitto.

Non gesticolava, i piedi ben piantati a terra, la schiena un po' ricurva, la testa ripiegata in avanti, come se stesse per addormentarsi. Poi, ad un certo punto, la mano libera s'avvicinò al viso, il telefonino si staccò dall'orecchio. Da lontano, mi parve si fosse messo a piangere.

Alle mie spalle sentii un gruppo di ragazze ridere. Una coppia di signori, avranno avuto 60 anni, passò sul viale vicino alla mia panchina in bici, veloce. Qualcuno faceva jogging.

Claudio stava lì, con la fronte poggiata sulla mano, il cellulare ancora impugnato nell'altra.

Lontano, lo riconobbi solo dal colore della camicia, passò con i bambini e la moglie il signore che aveva ordinato la piadina. Ridevano, tutti e quattro. Uno dei bimbi correva avanti e indietro, l'altro teneva la mano del papà, e gli camminava al fianco.

Sentii come una sorta di piacevole sofferenza guardando quella scena. Mi chiesi se erano sempre stati così felici. Cominciai a chiedermi come si poteva, essere così felici.

Poi tornai a guardare Claudio, che intanto aveva alzato la testa e s'era poggiato sullo schienale, le braccia conserte, lo sguardo fisso avanti a sè.

Sentii una tristezza infinita, guardandolo.

Avrei voluto chiedergli cosa fosse capitato, oppure semplicemente dirgli che non era solo.

Volevo farlo, nonostante io per primo non avrei saputo offrirgli altro che una parola più che una speranza.

Ma non lo feci. Claudio rimase seduto per un po' fino a che non s'alzò e andò via, verso il centro città.

Intanto avevo finito il mio toast. Avevo sete.

Mi guardai ancora un po' intorno, poi tornai in ufficio.




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