martedì, ottobre 25, 2011

Torino e una casa - Life in Technicolor part 162



Piove su Torino. Quella pioggia che raccoglie il senso dei portici e delle strade che s'allagano, il Po che s'ingrossa e quasi straborda come tazze di caffèlatte bevute la mattina presto, di corsa, quando fuori da freddo e c'è una vita fuori che aspetta chiunque.

Piove su Torino e gli edifici sono più grigi, le cimici aspettano fra le pieghe delle tende, i bus sono pieni e gli odori si mescolano. 

Piove su Torino e sulle zone a traffico limitato, fra i semafori e i venditori di giornali con l'ombrello e la carta bagnata in braccio. Piove sulla gente affacciata alle finestre, sui fumatori che tremano sui balconi facendo lunghi tiri di sigaretta, piove sui brividi dell'aria di ottobre e sul novembre sabaudo che entra fra le pieghe della pelle prima d'esser arrivato.

Piove su Torino e sui dubbi dell'esistenza, piove sugli alberi del Valentino e sui ponti dove le code non si sprecano, mai. Piove sulla pioggia, piove sull'acqua che sembra non finirà mai, piove sulle sicurezze e sui pensieri che sovvengono quando ti piove addosso e le gocce non ti danno fastidio.

Piove su Torino, la città perfetta, superba, immaginifica, suona con le canzoni dei Subsonica e con la musica che non ti basta mai, in un solo iPod.

Piove su Torino e sugli sguardi di chi s'innamora e non sa che parte cominciare. Piove sulle paure, e Torino e abilissima a ricordarti che le tue, di paure, stanno dappertutto. Piove sugli altri e talvolta piove dentro di te, che guardi dal cavalcavia la ferrovia che porta sempre a un posto che sogni più bello, ma che più bello non è.

Piove su Torino, chissà se piove anche su Milano e su altre città, ma no: oggi guardiamo solo piovere qui e pazienza se Torino non è la città che hai sempre sognato.

Piove non solo dal cielo, piove come se fosse tempesta di passati che si mescolano, piove come se ci fosse un mosaico di rimpianti e di speranze, piove come se Torino non fosse altro che uno scenario dove ognuno è il protagonista e la pioggia apre il sipario, e allora recita a più non posso, e spera che lo spettacolo duri abbastanza.

Piove su Torino e fa freddo anche negli edifici, i termosifoni sono caldi e ti ci puoi anche sedere sopra alla ricerca di quel tepore che hai lasciato appena sveglio, senti che fa freddo, freddo quel tanto che basta che l'unica cosa che sai dire è che vuoi tornare a casa, dove non troverai pareti, non troverai porte, troverai solo la gioia che hai sempre sognato.

Piove su Torino, la Torino più bella che c'è, mentre torni in un posto che posto non è.





venerdì, ottobre 21, 2011

Ho fretta di vivere - Un racconto 66



C'era freddo, quel mattino.

Mentre camminavo, notai sull'altro lato della strada l'Uomo che portava l'Acqua.
 

C'era una lunga coda sulla strada, ma notai che aveva parcheggiato il suo quadriciclo a motore, credo si chiami così quel camioncino blu che usano quelli come lui, in doppia fila.

Era carico di acque di tutte le marche, c'era la Ferrarelle, c'era la Sant'Anna, c'era la San Benedetto, c'era la Lete, e altre che non ricordo. Forse c'erano tutte le acque che si possono comprare al supermercato e io non l'ho mai saputo, anche perché non avrei potuto vederle. Però son sicuro, erano tante, e il quadriciclo a motore, chissà se si chiama così quel camioncino, aveva le gomme che si piegavano sotto quel peso.


Lui, L'Uomo che portava l'Acqua. Lo vidi uscire da un negozio d'alimentari lì di fronte compassato, non agitato. Era sulla cinquantina, aveva i baffoni, i capelli grigi arruffati, la camicia a quadretti e un maglioncino nero sopra, niente giubbotto, i jeans scuri senza taglio, delle scarpe da ginnastica chiare come quelle che si usano per correre ma tutte grigie di polvere.

Aprì il vano di quel suo strano veicolo, prese due casse d'acqua, poi altre due e altre due, e in un gesto che aveva un qualcosa di meccanico le portava nel negozio. Tutto con la stessa espressione, come se non avesse un viso sotto. Una maschera che era d'indifferenza o forse solo di rassegnazione, o almeno così mi sembrava. Come se fosse triste, ecco.


Non m'ero accorto che nel freddo del marciapiede ero rimasto fermo, ad osservarlo. Me ne resi conto quando dismise i panni del robot, cessò di caricare altre due casse d'acqua e vicino al suo quadriciclo a motore, credo si chiami così quel suo strano mezzo, prese di tasca un cellulare e si mise a parlare fitto fitto. Lo vidi anche sorridere. Poi, dopo un po', chiuse la chiamata e riprese il suo giro. E quella sua espressione di prima, non c'era più.



Guardai l'ora.

M'incamminai verso l'ufficio guardandolo un'ultima volta continuare quel suo giro, le casse d'acqua che sembravano non mutare in numero.

Quando arrivai, salii ed era presto. Guardai l'ora, non erano neanche le 8.

Non mi accorsi che era già arrivata Sara finché non fu lei a farsi vedere.



Le chiesi che ci facesse lì a quell'ora, di solito lei arrivava più tardi, almeno due ore dopo. Lei sorrise e disse semplicemente che non aveva dormito molto. Fu da come sorrise che capii che non era stata una brutta notte.



Dalle finestre entrava poca luce. Fuori il cielo era spento, da ottobre. Di quelli che non sai bene dire se siano belli o brutti, ma ti piacciono e basta.

Mi venne sete, per questo ripensai all'Uomo che portava l'Acqua. Alla sua espressione. Al fatto che di solito la gente come lui non la nota nessuno, quelli che vivono come se camminassero in punta di piedi tutta la vita.

Poi una mattina, decidono che possono smettere di lavorare per un attimo e magari telefonare. Cambiare quell'espressione, chissà perché sempre uguale, e dire che non è tutto un andare e venire da un quadriciclo a motore, chissà se anche l'Uomo che portava l'Acqua chiama così il suo veicolo, e che c'è spazio anche per quella telefonata che aspettavi.

Ripensai a tutte le volte che attendevo una telefonata e che c'era qualcosa di mostruoso sia quando arrivava, sia quando il telefono rimaneva zitto. Da tanto, non mi capitava.


Mi alzai e andai da Sara. Lavorava al computer, silenziosa. Sorridente. 


Era bello vederla così.

Le chiesi se fosse felice. Lei rispose di sì, con la testa, senza dire nulla.

Poi mi disse una cosa bella, disse che non si sa mai se ci si innamora la mattina dopo che si è stati svegli tutta la notte. Si hanno dubbi, e si è stanchi: ma è una stanchezza che non pesa, anzi rende leggeri. E che quando in quelle mattine ci si alza e si cammina per la città che ancora si sta risvegliando non ci si chiede se c'è domani, perchè è uno di quei momenti in cui non conta più di tanto.

Io non le risposi, non fui così forte o profondo da dire qualcosa che potesse completare quel discorso. Perché quel punto di vista era già completo per i fatti suoi, non c'era altro da aggiungere. E io, era troppo tempo che non m'alzavo la mattina e mi trovavo a camminare per la città, senza rendermi conto che è troppo presto.

Tornai a sedermi alla mia scrivania. Chissà quanta gente, quel mattino, s'era alzata e non c'era un domani perché il mattino conteneva già tutto ciò che serviva. Chissà se l'Uomo che portava l'Acqua stava vivendo una di quelle mattine. Chissà se, dopo tanti anni, qualcuno lo aveva chiamato quando lui se l'aspettava. Chissà se era una di quelle mattine, anche per lui, come era stato per Sara.

All'improvviso mi resi conto che era troppo tempo che non vivevo mattine così.

Fuori faceva freddo, c'era il cielo di quelli che non sai se piacciono oppure no, era autunno.


Guardai il telefono, che restava silente. Avevo fretta.




giovedì, ottobre 13, 2011

ZTL - Un racconto 65



Fra le auto spuntano i capelli di un bambino. Ha la testa piccola, è magro, trascina un trolley con i disegnini stampigliati sopra, le rotelle cigolano e in mano ha anche una valigetta.
Lo guardo e penso che quand'ero piccolo c'erano gli zaini. Poi qualcuno ha pensato di metterci le rotelle e tutto è diventato più semplice.

O forse lo hanno fatto pensando che così i bambini assomiglieranno di più ai loro genitori. Vai a capire cosa passa a chi si inventa le borse.

Respiro.

C'è l'asfalto che puzza di piscio. Ieri sera mentre tornavo ho visto due slavi che pisciavano uno su un furgone e l'altro sul marciapiede, verso le 19.30. Ridevano, e pisciavano. Poi quando hanno finito se ne sono andati, continuando a ridere. Il loro piscio ha incrostato l'asfalto, l'ha sporcato più di quello che già era. Ma basta poco a lasciarsi dietro quell'odore, basta l'aria del mattino, fresca.

È ottobre. C'è quel fresco che si sente i primi giorni di scuola, alla mattina. Quello non fastidioso, quello che basta il giubbotto di jeans e che devi tenere le mani in tasca.

L'aria è buona. Generosa quasi, nel dare spazio ai nostri polmoni. Ogni respiro, è fresco. Copre anche l'odore di piscio.

Non saprei dire quanto è distante la piazza di fronte alla stazione: saranno 300 metri, massimo 400. Arriva fino a qui il frastuono dei clacson, e mi chiedo che cazzo si suonano a quest'ora del mattino.


Ogni giorno è così. Dalla piazza ascolto il caos.

Vedo un ragazzo, poco distante da me. Anche lui lo vedo ogni mattino. È un marocchino. Ogni giorno a quest'ora tira fuori da una saracinesca uno scaffale con le rotelle, una specie di carrello, pieno di vasi con dentro piantati fiori di ogni qualità. Lavora là, in mezzo alla via dove fanno il mercato, e ogni mattina lo vedo tirare fuori quell'armadio di latta pieno di vasi di fiori. Passo davanti alla sua saracinesca tirata su, è un garage molto piccolo, pieno di fiori. Stanno al buio, arriva aria più fredda, e profumata da là dentro. E i fiori, quelli sembrano tutti neri, tutti morti. Non sono più fiori, lì dentro.

Poi escono. L'aria di Torino sembra ravvivare pure loro.

Ed è un'aria sporca,  è quello che è strano: lo sappiamo tutti, che qui c'è smog. Eppure anche i fiori si ravvivano.

Il marocchino con il carrello porta i fiori al suo banco del mercato. Lì vicino c'è un bar, la gente entra ed esce, fa colazione. Stanno tutti racconti vicini, parlano. Io neanche m'avvicino, eppure ci guardiamo.

Passo fra i banchi del mercato, il primo è sempre quello dei salumi e dei formaggi. Già serve i clienti mentre gli altri montano. Signore di mezza età fumano, mentre uomini grossi, vestiti con felpe con la zip e i jeans, montano i banchi ancora senza merce. Mancano quelli della frutta e della verdura, chissà se hanno già fatto il loro carico dai contadini.

Poco distante ci sono due tizi, e uno dei due ad un certo punto mi chiama.
 

- Ragazzo - urla - che hai che sei giù?

Il suo vicino ride, forse non parlano con me.

Ma è come se stesse parlando a me. Mi sento come stesse parlando a me.

Guardo l'ora: sono solo le 7.12. Passa un altro ragazzino, questo ha lo zaino a tracolla, uno zaino come quelli che avevano i ragazzini quando facevo io le elementari.

Quasi scintillante, è grigio e ha le bande colorate vicino alla marca. Sembra pesare molto.

Il ragazzino cammina veloce, gli si avvicina un altro ragazzino poco distante e si salutano, sorridono. Ridono, vanno via camminando veloce.

Camminano più veloce di me.

Ripenso ai bambini, di come oggi assomiglino ai genitori.

Da dietro, più distante, quel tizio di prima urla di nuovo.

- Ragazzo, rispondimi! Perchè quella faccia?

Perché questa cazzo di città è troppo piccola, ecco perché. Eppure è anche troppo grande, per girarla a piedi, per respirare, per fidarsi delle persone. Ha le zone dove posso transitare e dove non posso entrare. Ha perso le speranze e le ha fatte perdere anche a me. Perché c'erano sogni e c'era l'aria pulita, negli zaini senza rotelle quando io non sarei mai somigliato a mio padre, quando avevo sette anni: perché ero solo un bambino, e non sapevo che sarei cresciuto. Perché non c'è più fiducia, ci sono solo email. Questa città ha perso le parole come le canzoni di Ligabue, e non le ha sostituite. Questa città è come la nonna che sta per morire, la ami ma sai che sta finendo così, fra la puzza di piscio che nessuno riuscirà mai a scrostare, perché nessuno ci fa più caso alla gente che piscia agli angoli delle strade. Ha perso consapevolezza, è diventata egoista. Crede d'esser migliore di quello che è, o forse crede d'esser diventata migliore di ciò che era, ma prima era perfetta. Prima di cosa, poi, non saprei dirlo, mentre cammino fra questo fresco d'autunno, il caldo che sappiamo tornerà anche in autunno, e penso che sì, ci hanno tolto anche quello, il tempo.

- Ragazzo! -

Il tizio urla un'ultima volta, io continuo a non voltarmi.

Guardo un cartello, ci passo di fianco e lo leggo con la coda dell'occhio.
Lì vicino c'è la mia auto, apro la porta, ci salgo, metto in moto, parto.



Odio questa città. O forse la amo, e il mio è solo il fatto che non mi piace cosa è diventata. Forse, cosa sono diventato io.







lunedì, ottobre 10, 2011

Casa - Un racconto 64


 

Il bambino stava in piedi su uno sgabello, vicino al papà, in cucina. Lo osservava appoggiato al lavello, mentre mentre sciacquava le pentole. Dal basso, gli era sempre sembrato estremamente alto, e da quando si ricordava si era chiesto - il bambino - se un giorno sarebbe riuscito ad essere così alto, senza che ci fosse bisogno di uno sgabello.



La mamma intanto dormiva:
aveva cucinato la carne impanata e delle patate fritte, e dopo le pietanze aveva servito la crostata alla marmellata che era avanzata dal pranzo della domenica.

Poi, come da consuetudine, s'era sdraiata sul divano addormentandosi di fronte alla televisione.

Il bambino, ogni tanto, le rivolgeva un'occhiata fugace. Voleva molto bene alla mamma, così come a suo papà.

- Papà, tu da quanto conosci la mamma?
- Da tanti anni, da prima che tu nascessi.
- E anche voi eravate piccoli?
- Sì, certo. Anche noi lo siamo stati.

Il bambino non aveva mai capito come mai le persone avessero bisogno di qualcuno, per stare bene. E non avrebbe saputo dire come mai, più il tempo passava, più le persone crescevano.

- E tu sei stato basso?
- Sì, che lo sono stato.
- Come me?

- Ma tu non sei mica basso!
- Ma ancora non sono alto come te!
- Eh, aspetta qualche anno e vedrai.


La gente cresceva, era un fatto. E dire che il bambino non avrebbe saputo dare altre spiegazioni, se non che si deve crescere perché è così che deve andare. Non si può essere sempre piccoli, pensò. Non si può essere sempre bassi.

Prese un piatto poggiato nello scolpiatti, uno strofinaccio e cominciò ad asciugarlo. Il papà lo guardò e sorrise, amorevole.

- E quando eri piccolo tu e la mamma eravate già amici?
- Ci siamo conosciuti quando avevamo già finito la scuola.

- Non eravate più piccoli, allora.
- No, eravamo già abbastanza grandi.
- Però vi siete voluti bene subito?
- Sì, diciamo così.
- Perché?

Il papà, dal canto suo, sciacquava con solerzia le stoviglie, e le riponeva nello scolapiatti cercando di ordinarle per tipo e misura. Guardava il bambino con la coda dell'occhio, e ne rivedeva i tratti della mamma, lo stesso sguardo dolce e determinato, la forma degli occhi, la punta del naso. I capelli e le orecchie, invece, li aveva presy da lui.

- Quando ci siamo conosciuti con la mamma abbiamo deciso che ci saremmo voluti bene dopo un po' di tempo che ci conoscevamo.

Il bambino allora posò il piatto, asciutto, e guardò il papà.

- Perché non vi siete voluti bene subito?
- Beh, non ci abbiamo messo troppo. Però ci è voluto un po', per decidere se eravamo fatti per volerci bene.

- E quando si decide, se due persone possono volersi bene, papà?

Il papà sciacquò l'ultima pentola, una padella, e preso lo strofinaccio dalle mani del bambino, si asciugò le mani. Poi accarezzò la testa del piccolo, e gli sorrise.

- Io e mamma lo decidemmo in macchina, una sera.
- E come si decidono, certe cose? Ci si danno i baci?
- Sì, anche. Ma io e mamma lo decidemmo, semplicemente tenendoci la mano.
- Me lo racconti, papà?

Allora il papà prese in braccio il bambino, uscì dalla cucina e, camminando piano per non svegliare la mamma che dormiva sul divano, portò il piccolo nella sua cameretta. Gli fece indossare il pigiama, lo accompagnò in bagno a lavarsi i denti e a fare pipì, poi lo mise a letto.

- Papà, me lo racconti? - ripetè il bimbo.

L'uomo sorrise e accarezzò il piccolo.

- Io e mamma eravamo in macchina, una sera. Io guidavo, e stavamo parlando. Poi le presi la mano e le dissi solo che volevo una casa dove abitare con lei.
- E la mamma fu contenta?
- Lei mi sorrise e disse solo che era una cosa bella. Poi, quando arrivammo a casa, decidemmo che quella cosa l'avremmo fatta sul serio.
- Papà, la gente quando cresce cerca una casa per stare con una persona, come te e la mamma?
- Quasi sempre, sì.
- E siete venuti subito a vivere qui?
- No, non subito. Ma eravamo a casa comunque.
- Perché? Non è questa casa nostra?
- Certo! Ma casa non è un edificio. La casa è dove stanno le persone a cui vuoi bene.

Il bambino sorrise, e chiuse gli occhi. Provò a replicare, ma s'addormentò.

Il papà gli  accarezzò la testa un altro po', poi spense la luce e uscì dalla cameretta.




giovedì, ottobre 06, 2011

Le mie paure - Un racconto 63





La notte odora del letto, del lenzuolo stropicciato sotto il copriletto rosso, pieno di cuciture.  Ha il sapore del clacson che suona e arriva fin su, dalla strada, e il suono filtra dalla finestra e dalla serranda tirata giù fin quasi alla fine.



Non ho gli occhi aperti, ma è come se avessi tutto davanti a me. È come guardassi il buio e ne trovassi i contorni, nella camera.

Sono sveglio. Ho aperto gli occhi senza tirare su le palpebre, quando è finito un brutto sogno che stavo facendo. Gli incubi. Da bambino quando li fai ti svegli di soprassalto, cercando la mano di tua madre. E ti fanno paura.

Gli incubi da adulto diventano poltiglia di dolore. Sono i rimasugli di quello che ci portiamo nel sonno, dalla veglia. Io li guardo e quando mi sveglio sento come solo il sapore di malinconia.

Ho visto paesaggi di montagna fatti di plastica, in quest'incubo. Prima di svegliarmi, sentivo le mani che cercavano di prendere qualcosa, fra il lenzuolo e il copriletto, ma non riuscivano. In quel paesaggio di plastica, con l'erba verde elettrico e le mucche che brucavano meccaniche, c'era una baita in legno e dentro c'erano due signori incravattati. E io che cercavo di convincerli a vendermi una casa in quel posto, che sentivo di odiare. Ma che mi attirava. Ma loro non rispondevano. Loro non mi ascoltavano. E ad un certo punto, mi lasciavano solo.





Sto con gli occhi aperti e le palpebre chiuse e quasi sorrido per quella serie di scene così stupide. Perché un incubo? Non mi faceva paura. Sentivo solo dolore, ma non paura.

Un camion passa sulla strada, e il rumore del motore è come il clacson che ho sentito prima. È un rumore prepotente, innaturale. Come l'erba verde elettrico, quasi mi fa soffrire. Alzo le palpebre, gli occhi sono preparati, nel buio scorgo il verde digitale dell'orologio del lettore DVD, sopra la televisione. 


Sono le 04:12.

È mattina. Presto senti meglio anche il dolore che fa la testa quando dormi poco. Non è un vero e proprio dolore, come quello che provo quando mi sveglio dall'incubo. È più un fastidio, un senso di pesantezza. Come se la testa fosse diventata parte del cuscino, del lenzuolo, del copriletto, e tutto il peso del corpo ci fosse poggiato sopra.



- Dormi?


Ti sei voltata nel buio, ed era l'unica cosa che non potevo vedere, con gli occhi aperti e le palpebre chiuse. Sentivo il tuo respiro, vicino a me, regolare e basso, profondo, gentile con il buio e con gli odori di questo letto, il sapore di questa notte.

Ti passo una mano sulla spalla, è così piccola guardata da qui, anche se sei vicina mi sembra ci separi uno spazio molto più grande di quello che vediamo. Tu non puoi vedermi gli occhi, ma sai che sono sveglio.

Non ti rispondo. Ti passo solo quella mano sulla spalla, cercando di non darti fastidio.

Chiudo le palpebre, tenendo aperti gli occhi. Posso continuare a vedere il buio, la stanza, riesco persino a vederne l'odore perfetto filtrato dai buchi della serranda.

Ti ascolto mentre ti riaddormenti, sento distinto il suono del tuo riposo. Vorrei seguirti.

Poi ti scosti, la mia mano non trova più la tua spalla, ti sento mentre ti allontani e ti raggomitoli nel lenzuolo, stringendo il capo del copriletto, tirandolo su fin quasi agli occhi.

Hai freddo, ma io no. Io non sento, freddo.

In un attimo, senza capire perché, il torpore ritorna. Sento gli occhi chiudersi, sotto le palpebre. Me ne accorgo perché non riesco più a distinguere il buio dal nero. Cerco ancora la tua spalla, ma non la trovo. La mia mano non basta, il mio braccio non è abbastanza lungo. La mattina, quando mi sveglierò, già so che ti chiederò dove fossi in questa notte, e tu non capirai la domanda. Mi chiederai cosa intendessi, ma io non avrò il coraggio di dirtelo.

I prati verde elettrico. I due incravattati. Un posto dove non voglio andare. È tutto una poltiglia di dolore, è solo una poltiglia di dolore. Fa male, e non so il perché.

Perché là ci stanno loro. Perché là, ci sono io.

Poi mi riaddormento ed è come ogni volta, ovattato, dolce, silenzioso. Misterioso.