venerdì, ottobre 21, 2011

Ho fretta di vivere - Un racconto 66



C'era freddo, quel mattino.

Mentre camminavo, notai sull'altro lato della strada l'Uomo che portava l'Acqua.
 

C'era una lunga coda sulla strada, ma notai che aveva parcheggiato il suo quadriciclo a motore, credo si chiami così quel camioncino blu che usano quelli come lui, in doppia fila.

Era carico di acque di tutte le marche, c'era la Ferrarelle, c'era la Sant'Anna, c'era la San Benedetto, c'era la Lete, e altre che non ricordo. Forse c'erano tutte le acque che si possono comprare al supermercato e io non l'ho mai saputo, anche perché non avrei potuto vederle. Però son sicuro, erano tante, e il quadriciclo a motore, chissà se si chiama così quel camioncino, aveva le gomme che si piegavano sotto quel peso.


Lui, L'Uomo che portava l'Acqua. Lo vidi uscire da un negozio d'alimentari lì di fronte compassato, non agitato. Era sulla cinquantina, aveva i baffoni, i capelli grigi arruffati, la camicia a quadretti e un maglioncino nero sopra, niente giubbotto, i jeans scuri senza taglio, delle scarpe da ginnastica chiare come quelle che si usano per correre ma tutte grigie di polvere.

Aprì il vano di quel suo strano veicolo, prese due casse d'acqua, poi altre due e altre due, e in un gesto che aveva un qualcosa di meccanico le portava nel negozio. Tutto con la stessa espressione, come se non avesse un viso sotto. Una maschera che era d'indifferenza o forse solo di rassegnazione, o almeno così mi sembrava. Come se fosse triste, ecco.


Non m'ero accorto che nel freddo del marciapiede ero rimasto fermo, ad osservarlo. Me ne resi conto quando dismise i panni del robot, cessò di caricare altre due casse d'acqua e vicino al suo quadriciclo a motore, credo si chiami così quel suo strano mezzo, prese di tasca un cellulare e si mise a parlare fitto fitto. Lo vidi anche sorridere. Poi, dopo un po', chiuse la chiamata e riprese il suo giro. E quella sua espressione di prima, non c'era più.



Guardai l'ora.

M'incamminai verso l'ufficio guardandolo un'ultima volta continuare quel suo giro, le casse d'acqua che sembravano non mutare in numero.

Quando arrivai, salii ed era presto. Guardai l'ora, non erano neanche le 8.

Non mi accorsi che era già arrivata Sara finché non fu lei a farsi vedere.



Le chiesi che ci facesse lì a quell'ora, di solito lei arrivava più tardi, almeno due ore dopo. Lei sorrise e disse semplicemente che non aveva dormito molto. Fu da come sorrise che capii che non era stata una brutta notte.



Dalle finestre entrava poca luce. Fuori il cielo era spento, da ottobre. Di quelli che non sai bene dire se siano belli o brutti, ma ti piacciono e basta.

Mi venne sete, per questo ripensai all'Uomo che portava l'Acqua. Alla sua espressione. Al fatto che di solito la gente come lui non la nota nessuno, quelli che vivono come se camminassero in punta di piedi tutta la vita.

Poi una mattina, decidono che possono smettere di lavorare per un attimo e magari telefonare. Cambiare quell'espressione, chissà perché sempre uguale, e dire che non è tutto un andare e venire da un quadriciclo a motore, chissà se anche l'Uomo che portava l'Acqua chiama così il suo veicolo, e che c'è spazio anche per quella telefonata che aspettavi.

Ripensai a tutte le volte che attendevo una telefonata e che c'era qualcosa di mostruoso sia quando arrivava, sia quando il telefono rimaneva zitto. Da tanto, non mi capitava.


Mi alzai e andai da Sara. Lavorava al computer, silenziosa. Sorridente. 


Era bello vederla così.

Le chiesi se fosse felice. Lei rispose di sì, con la testa, senza dire nulla.

Poi mi disse una cosa bella, disse che non si sa mai se ci si innamora la mattina dopo che si è stati svegli tutta la notte. Si hanno dubbi, e si è stanchi: ma è una stanchezza che non pesa, anzi rende leggeri. E che quando in quelle mattine ci si alza e si cammina per la città che ancora si sta risvegliando non ci si chiede se c'è domani, perchè è uno di quei momenti in cui non conta più di tanto.

Io non le risposi, non fui così forte o profondo da dire qualcosa che potesse completare quel discorso. Perché quel punto di vista era già completo per i fatti suoi, non c'era altro da aggiungere. E io, era troppo tempo che non m'alzavo la mattina e mi trovavo a camminare per la città, senza rendermi conto che è troppo presto.

Tornai a sedermi alla mia scrivania. Chissà quanta gente, quel mattino, s'era alzata e non c'era un domani perché il mattino conteneva già tutto ciò che serviva. Chissà se l'Uomo che portava l'Acqua stava vivendo una di quelle mattine. Chissà se, dopo tanti anni, qualcuno lo aveva chiamato quando lui se l'aspettava. Chissà se era una di quelle mattine, anche per lui, come era stato per Sara.

All'improvviso mi resi conto che era troppo tempo che non vivevo mattine così.

Fuori faceva freddo, c'era il cielo di quelli che non sai se piacciono oppure no, era autunno.


Guardai il telefono, che restava silente. Avevo fretta.




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