giovedì, ottobre 13, 2011

ZTL - Un racconto 65



Fra le auto spuntano i capelli di un bambino. Ha la testa piccola, è magro, trascina un trolley con i disegnini stampigliati sopra, le rotelle cigolano e in mano ha anche una valigetta.
Lo guardo e penso che quand'ero piccolo c'erano gli zaini. Poi qualcuno ha pensato di metterci le rotelle e tutto è diventato più semplice.

O forse lo hanno fatto pensando che così i bambini assomiglieranno di più ai loro genitori. Vai a capire cosa passa a chi si inventa le borse.

Respiro.

C'è l'asfalto che puzza di piscio. Ieri sera mentre tornavo ho visto due slavi che pisciavano uno su un furgone e l'altro sul marciapiede, verso le 19.30. Ridevano, e pisciavano. Poi quando hanno finito se ne sono andati, continuando a ridere. Il loro piscio ha incrostato l'asfalto, l'ha sporcato più di quello che già era. Ma basta poco a lasciarsi dietro quell'odore, basta l'aria del mattino, fresca.

È ottobre. C'è quel fresco che si sente i primi giorni di scuola, alla mattina. Quello non fastidioso, quello che basta il giubbotto di jeans e che devi tenere le mani in tasca.

L'aria è buona. Generosa quasi, nel dare spazio ai nostri polmoni. Ogni respiro, è fresco. Copre anche l'odore di piscio.

Non saprei dire quanto è distante la piazza di fronte alla stazione: saranno 300 metri, massimo 400. Arriva fino a qui il frastuono dei clacson, e mi chiedo che cazzo si suonano a quest'ora del mattino.


Ogni giorno è così. Dalla piazza ascolto il caos.

Vedo un ragazzo, poco distante da me. Anche lui lo vedo ogni mattino. È un marocchino. Ogni giorno a quest'ora tira fuori da una saracinesca uno scaffale con le rotelle, una specie di carrello, pieno di vasi con dentro piantati fiori di ogni qualità. Lavora là, in mezzo alla via dove fanno il mercato, e ogni mattina lo vedo tirare fuori quell'armadio di latta pieno di vasi di fiori. Passo davanti alla sua saracinesca tirata su, è un garage molto piccolo, pieno di fiori. Stanno al buio, arriva aria più fredda, e profumata da là dentro. E i fiori, quelli sembrano tutti neri, tutti morti. Non sono più fiori, lì dentro.

Poi escono. L'aria di Torino sembra ravvivare pure loro.

Ed è un'aria sporca,  è quello che è strano: lo sappiamo tutti, che qui c'è smog. Eppure anche i fiori si ravvivano.

Il marocchino con il carrello porta i fiori al suo banco del mercato. Lì vicino c'è un bar, la gente entra ed esce, fa colazione. Stanno tutti racconti vicini, parlano. Io neanche m'avvicino, eppure ci guardiamo.

Passo fra i banchi del mercato, il primo è sempre quello dei salumi e dei formaggi. Già serve i clienti mentre gli altri montano. Signore di mezza età fumano, mentre uomini grossi, vestiti con felpe con la zip e i jeans, montano i banchi ancora senza merce. Mancano quelli della frutta e della verdura, chissà se hanno già fatto il loro carico dai contadini.

Poco distante ci sono due tizi, e uno dei due ad un certo punto mi chiama.
 

- Ragazzo - urla - che hai che sei giù?

Il suo vicino ride, forse non parlano con me.

Ma è come se stesse parlando a me. Mi sento come stesse parlando a me.

Guardo l'ora: sono solo le 7.12. Passa un altro ragazzino, questo ha lo zaino a tracolla, uno zaino come quelli che avevano i ragazzini quando facevo io le elementari.

Quasi scintillante, è grigio e ha le bande colorate vicino alla marca. Sembra pesare molto.

Il ragazzino cammina veloce, gli si avvicina un altro ragazzino poco distante e si salutano, sorridono. Ridono, vanno via camminando veloce.

Camminano più veloce di me.

Ripenso ai bambini, di come oggi assomiglino ai genitori.

Da dietro, più distante, quel tizio di prima urla di nuovo.

- Ragazzo, rispondimi! Perchè quella faccia?

Perché questa cazzo di città è troppo piccola, ecco perché. Eppure è anche troppo grande, per girarla a piedi, per respirare, per fidarsi delle persone. Ha le zone dove posso transitare e dove non posso entrare. Ha perso le speranze e le ha fatte perdere anche a me. Perché c'erano sogni e c'era l'aria pulita, negli zaini senza rotelle quando io non sarei mai somigliato a mio padre, quando avevo sette anni: perché ero solo un bambino, e non sapevo che sarei cresciuto. Perché non c'è più fiducia, ci sono solo email. Questa città ha perso le parole come le canzoni di Ligabue, e non le ha sostituite. Questa città è come la nonna che sta per morire, la ami ma sai che sta finendo così, fra la puzza di piscio che nessuno riuscirà mai a scrostare, perché nessuno ci fa più caso alla gente che piscia agli angoli delle strade. Ha perso consapevolezza, è diventata egoista. Crede d'esser migliore di quello che è, o forse crede d'esser diventata migliore di ciò che era, ma prima era perfetta. Prima di cosa, poi, non saprei dirlo, mentre cammino fra questo fresco d'autunno, il caldo che sappiamo tornerà anche in autunno, e penso che sì, ci hanno tolto anche quello, il tempo.

- Ragazzo! -

Il tizio urla un'ultima volta, io continuo a non voltarmi.

Guardo un cartello, ci passo di fianco e lo leggo con la coda dell'occhio.
Lì vicino c'è la mia auto, apro la porta, ci salgo, metto in moto, parto.



Odio questa città. O forse la amo, e il mio è solo il fatto che non mi piace cosa è diventata. Forse, cosa sono diventato io.







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