giovedì, novembre 03, 2011

Nuvole - Un racconto 67

- Siamo alti.

Guardo fuori dal finestrino, mi viene da dire solo questo. C'è un mare di nuvole, è una metafora consumata, c'è tutto quel bianco che sembra non finire mai.

Il cielo visto da quassù è una distesa di ghiacciai, di iceberg che si disperdono alla vista, quassù è un panorama fatto di libertà e aria, l'aria è leggera.

La tua testa fra me e quella libertà, i capelli che divengono neri al contatto con la luce, l'orizzonte è il tuo viso, ora lo è veramente: anche se quando lo immagino vedo solo te.

Stai con lo sguardo fuori, il tuo viso si mescola a quel mare.

Quando siamo partiti quella spinta dal davanti mi ha fatto impressione. Era dolce e potente, invitante e paurosa.

Si ha sempre paura, quando c si stacchi da terra.

Ho preso la tua mano, tu hai intrecciato le mie dita con le tue. Ho sorriso, tu hai sorriso per come la mia paura ha disegnato quell'espressione. Ho guardato un po' quella presa, poi ho preso coraggio e ho guardato fuori.

Il carrello s'è staccato da terra ed è stato lì che è cominciato l'alluvione di questo cielo. Piano piano le case diventavano sempre più piccole, la terra diventava grande, e c'era il sole. 


Quando si guarda l'azzurro dal basso è come dovesse piovere, ma quassù non piove mai, quassù siamo sopra anche quello.

Ti volti e il tuo viso è ancora l'orizzonte, il tuo naso disegna un monte, la tua bocca disegna una pianura, i tuoi lineamenti diventano la mappa del viaggio. C'è lo scroscio di silenzio quando ti guardo, un momento solo, poi un sobbalzo.



- È una corrente d'aria - dici - non è successo nulla.
- Quanto saremo alti? - ti domando io - Saranno una decina di kilometri almeno.

Mi prendi la mano, di nuovo. Non è importante l'altezza, per quello non rispondi. 


Quello lo vedo chiaramente, sono i tuoi occhi che si mescolano al vuoto di quelle sfumature fatte di pulito, sembrano lenzuola appena stese al sole che sono grandi tanto da contenere questo grosso aereo e la destinazione che ci aspetta, il punto di partenza e la strada che strada non è: perché nel cielo la strada non esiste, esiste solo il silenzio, la voce della radio che gracchia: "Signori, stiamo per atterrare.".


- Di già?
- Voliamo da quasi un'ora.
- Neanche me ne sono accorto.



Ancora silenzio. Ancora nuvole, ancora laghi di ghiaccio che sono aria e vapore, sembra che ti ci puoi sedere sopra, lo sento dire anche a quelli dietro. Nel cielo è tutto uguale, per tutti.

- Mi spiace quasi - dico  - smettere di guardare tutto quel ghiaccio lì.

- Preferisci l'atterraggio o la partenza?
- Preferisco non volare proprio, mi fa paura volare.
- Perché? Non ti piace tutto quello che si vede da qui?



Sì, mi piace. E mi piace vedere il tuo profilo che guarda fuori, quando non sai che in quel momento è tutto unito per i miei occhi che stanno poco dietro di te, fra il buio del tuo viso e l'azzurro del cielo. 


L'orizzonte mi ha affascinato, sempre. E sempre ho cercato di guardarlo da terra. Ho preso aerei, guardato cieli, ma mai orizzonti.

Ed è un attimo ricordare tutto questo, mentre ti tengo la mano, sentiamo l'aereo scendere, e in silenzio salutiamo quell'azzurro lì, oggetto del gioco di trovare la somiglianza più banale e poetica, dirla ad alta voce e ridere di quanto si è semplici a trovare somiglianze quando si vola a 10 kilometri d'altezza e ci stai dentro, al cielo.

- Stiamo scendendo.

- Siamo ancora alti.


Siamo in alto anche quando arriviamo, quando l'orizzonte si scompone e rimane il tuo viso, un orizzonte che solo io scorgo quando le nuvole ritornano in alto e il cielo non è più strada, non è più a forma di mare o di ghiacciaio, quando il carrello si posa sull'asfalto ed non è più volo ciò che vedo oltre un finestrino che tu non sai essere metafora di qualcosa che non riuscirò mai a dire, neanche lassù, quando prendi la mia mano, senti la paura, mi sorridi.







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