venerdì, novembre 11, 2011

Presenti - Un racconto 68

Le code sono tutte uguali. Ci sono macchine di tutti i colori, dimensioni, con le ruote grandi e piccole che dagli abitacoli non si vedono.

C'è la musica nelle macchine, in ognuna una diversa. Sono canzoni e parole, sono pensieri e paure, speranze che stanno sul volante e nei display accesi con sintonizzate molte, moltissime stazioni differenti. Tu non lo puoi sapere, ma sai che è così.



Sul mio sedile, squilla il cellulare. È una luce azzurra, nitida nella tappezzeria scura. Anche quel suono è parte della mia canzone.

Mi volto e vicino ho un'Opel Corsa, a bordo un signore, forse un ragazzo invecchiato. Ha la mia stessa mia faccia, in questo preserale di Torino, con corso Casale che straborda di macchine.

Squilla il cellulare e per un attimo non lo sento perché qualcuno suona il clacson. Rombano i motori, ed è rosso al semaforo. Poi il rosso si fa verde, partiamo, l'Opel Corsa scappa via, mi passa a destra anche se non può.

Il cellulare smette di squillare, il display azzurrino rimane acceso ancora un po', fa a pugni con quello arancio della radio.

Corre anche Paul Kalkbrenner e la sua musica, nei miei altoparlanti c'è il pieno di pensieri, quasi fossero sinapsi le note musicali e non variazioni di frequenza.

Tutte le code sono uguali, il verde s'è già rifatto rosso, siamo di nuovo fermi.

Corso Casale a quest'ora è una bolgia, Torino s'anima di caos quando le strade son troppo strette per starci tutti assieme, e allora le corsie si restringono, le auto s'avvicinano, quasi si sfiorano. Sembrano persone, ma le auto questo non lo sanno.

Comincio a guardarmi intorno, lo faccio sempre quando sono in coda, e vedo facce tutte uguali, che uguali però non sono. Vedo espressioni tutte nelle stesse direzioni, e mi sembra che ci si vorrebbe guardare intorno: non lo si fa perché si ha paura di incrociare lo sguardo di un'altra faccia uguale.

Luci, fanali, lampioni, negozi, e ancora display di cellulari che s'accendono, di radio che cambiano, di lunotti con le lancette che smaniano d'alzarsi e partire.

Passa un pedone, anche lui guarda davanti. Sono tutte storie che stanno qui, a metà fra uno sguardo violentato dalla direzione e tante pareti metalliche.

Il cellulare squilla di nuovo, dal sedile lo vedo. Lo prendo, lo guardo, leggo il display, lo poso dov'era.

I dubbi. Sono i dubbi che fottono la gente, rimangono sempre anche se si continua a dire che in realtà sono scomparsi, anche se ci si forza fino ad esaurirsi nel parlare di come le strade, anche quando c'è la coda e si sta fermi, portano sempre da qualche parte.

Ma la gente, quella no, quella guarda dritto e non ha pazienza di attendere il proprio turno. La gente preferisce andare avanti senza che ci sia un semaforo, e se c'è o si fermano controvoglia, oppure lo passano senza fermarsi anche quando è rosso.

Rosso che diventa verde. Accelero, prima, seconda, andiamo avanti per un po', e di nuovo ci fermiamo, verde che diventa rosso.

Ora vedo la collina di Superga, vedo gli alberi del lungo Po, vedo bivi che conosco perché quelle strade chissà quante volte le ho percorse, chissà quante volte.

Il cellulare smette di squillare, continua invece
Paul Kalkbrenner a suonare per me e per una città fra le tante, dove le code sono tutte uguali, fatte da persone diverse, fatte con un magma che non sa d'esser amalgama di mille significati tutti diversi.

Cerco un senso nello specchietto, quando riflesso vedo il viso di una ragazza, oltre il lunotto di una Lancia Ypsilon scura. Tiene il volante, guarda dritto, ora i nostri sguardi si sono incrociati ma lei non lo sa, chissà se vale questo a rompere l'incantesimo. Da qui la vedo sgranarsi nello specchio convesso, poi un lampo.
Rosso che diventa verde. Accellero, prima e seconda e la coda che scompare, quasi per magia, oltre l'incrocio, oltre il semaforo.

Accellero, ora la strada è libera.

Ma in ogni strada si può trovare una coda, un'altra coda uguale all'altra dove le facce stanno rivolte tutte avanti e non c'è spazio per voltarsi un attimo e rendersi conto della storia che sta di fianco a te.

Fiancheggio la collina di Torino, corro perché ora posso accellerare, non mi fa paura il fondo umido, l'asfalto viscido, il fatto che girato l'angolo la strada si potrà restringere ancora.

Non ci sono rossi che diventano verdi o verdi che divengano rossi. Non ci sono, almeno per un po'. I negozi si fanno luci e linee d'ombra, è rimasto solo il mio display dell'autoradio là dove prima ce n'erano molti. Terza, quarta, quinta. 30. 50. 70. 90. Km/h.

Code che non sono più code. Strade che s'allargano.


Torino va veloce, intorno a me, faccio un sorpasso, salgono i giri della ventola, tengo il volante, spingo l'accelleratore,
Paul Kalkbrenner continua a suonare e per un attimo è una fotografia, siamo una fotografia, io, Torino, la coda che non c'è più.

Sorpasso, zig zag fra le auto, anche questa è un'altra coda, solo diluita.

Il cellulare squilla.

Le strade portano sempre da qualche parte, anche se ci sono altri veicoli ad intralciarti la marcia.

Con lo sguardo vedo il display azzurro. So il nome che c'è scritto sopra.

Lo prendo. Rispondo.





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