martedì, novembre 22, 2011

Si nasconde - Un racconto 70



Il treno regionale è quello che è. Ci sono le sedie scomode, i vetri sono sporchi di intemperie, l'odore è di qualcosa a metà fra la plastica e il chiuso. C'è gente, sparsa fra i sedili. Fuori è buio, c'è nebbia, è tutto un misto di luci che scorrono e qualcosa che non si fa vedere.

Sto seduto cercando punti di riferimento in questo viaggio. Fra il rumore della rotaia che è sempre uguale, tranne che quando rallenti.

Tengo l'iPod in mano e scorro i brani. 2 secondi e cambio. Incubus, cambio. Ice Cube, cambio. Pendulum, cambio. The Kovenant, cambio. Apparat, cambio. Burial, cambio. Hans Zimmer, cambio. 




Vorrei il silenzio, mi impongo di ascoltare musica. Mi è sempre stato sul cazzo scorrere le canzoni, sembra che non riesca a trovare un senso quando il senso c'è, quelle canzoni le ho scelte io. Ma non mi bastano.

- Biglietto, prego.


Spengo l'iPod e guardo l'uomo in divisa.

Dicono tutti la stessa cosa. Sono parte del regionale, forse. Con la divisa, hanno lo sguardo stanco e stufo di chiedere sempre se hai pagato per fare il viaggio, se sei salito alla stazione giusta, se hai scelto la direzione sbagliata e se devi pagare di più di quello che hai già dato. I controllori. Li immagino sempre quando tornano a casa, conoscono come fosse casa loro migliaia di tragitti, eppure non guardano mai fuori.

Porgo il mio tagliando, lo buca con quella specie di pinza così retrò. Ok, puoi andare old boy, sembra dirmi con quel buco là. Ora puoi tornare a casa.

No, amico mio, vorrei dire a quel signore che ha la faccia di chi a casa ci torna solo quando di viaggiare non si ha più voglia. Sai qual è la casa? No che non lo sai. Non lo puoi sapere. Nessuno lo sa, qui. Tranne me, off course. L'iPod si ferma su un brano. Di quelle canzoni che raccontano di cose triste, ci sono i violini e sembra sia tu il protagonista delle storie che racconta il cantante. Mi fermo con lui, anche se questa la vorrei saltare.

Il vetro nasconde ancora il cazzo di panorama. Sento il groppo in gola. Ci sei tu dietro quel vetro, che ti nascondi.

C'è che sto viaggiando e ricordo. Ricordo i tuoi sorrisi e ricordo quando c'eri tu a cantare quella canzone, su un balcone, una sera dove non c'era nebbia e il panorama non aveva bisogno di nascondersi.

Passa un ragazzo nel corridoio del regionale, mi distoglie per un attimo da quel mare di nero inframezzato da qualche luce che si riverbera nella nebbia.

Ed è come la gente che ti chiama in realtà che stanno di fianco a ognuno, ma tu le guardi per un attimo e scegli di ributtarti nel nero.

C'è una lacrima, ora, la sento colare e non posso più controllarla. Dico alle altre di stare dove sono.


Tumtum tumtu tumtum tum. Seguo quel rumore, il viaggio continua, anche da soli si è sempre in viaggio. Questa è la vita, old boy, ora sono io a parlare a me stesso.

Sono come quei controllori, ora?

Chiedo il biglietto a me stesso, un biglietto per tornare a casa, casa mia sei tu che ti nascondi dietro al sedile vuoto di fianco a me e dietro quel vetro monco di immagini.

La canzone è finita, ne comincia un'altra ma a quel punto è troppo tardi. Torno a cambiare ogni due secondi. Di silenzio non ce nè più, c'è questo viaggio che non finirà quando arriveremo in stazione.

Il treno regionale è solo un altro spazio disperso in un mondo pieno di case, fatte da mattoni che rimangono nelle parole dette male, fra le rotaie, le luci si smembrano, le sento sciolte prima di guardarle.





2 commenti:

Saxifraga Florulenta ha detto...

...quella canzone, no.

fRa ha detto...

Lo so, però dovevo.