mercoledì, dicembre 21, 2011

Alessia - Un racconto 73


La canzone l'ho già utilizzata, lo so: ma io la trovo bellissima (n.d.r).


Un giorno il dottor Oscar Zamboni decise che non sarebbe mai più stato in uno studio dell'Asl della sua città, e che avrebbe abbandonato la professione medica che ormai praticava da diversi anni.
Quel mattino che aveva maturato la scelta, infatti, decise che la sua vita sarebbe stata nel ballo, e precisamente nel ballo moderno.

Così, consegnate le dimissioni all'amministratore della mutua dove lavorava, si iscrisse a un corso specializzato dove avrebbe potuto apprendere i rudimenti della danza, e dove avrebbe potuto conoscere un sacco di persone interessanti più giovani di lui con cui condividere quella passione così particolare.La cosa lo prese non poco, portandogli da subito notevoli risultati.

Era così sicuro di sè, che ogni sera del week end il dottor Oscar Zamboni dismetteva i panni del praticante ballerino e si trasformava in una specie di John Travolta del 2000, frequentando le discoteche più trendy della città.

La cosa gli dava molta gioia, soprattutto perché quando era in pista il suo corpo risultava essere più armonico, sensuale, fra le movenze della danza e i suoi sguardi carichi di impegno e piacere. Il suo segreto, credeva, era il danzare con gli occhi totalmente chiusi, in modo da concentrare tutti i suoi sensi solo sullo spazio intorno a sé e sulla musica che usciva dagli altoparlanti.

Questo lo portava a risultare un bello spettacolo alla vista, come ci fosse un cuscino d'aria intorno a lui, e a vederlo da fuori appariva come fosse vivo di energia e speranza: questo la gente che lo circondava riusciva a vederlo, tanto che in molti si fermavano ad applaudirlo alla fine di ogni brano.

Una sera, il dottor Oscar Zamboni si recò nella famosa discoteca Vaniglia, frequentata per lo più da professionisti e over 30 e come al solito, dopo aver bevuto il suo cocktail preferito e conversato un po' con chi gli capitava a tiro, si buttò in pista.

Cominciò a muovere coordinato le gambe, facendo sì che nessun piede finisse sotto il suo e rimanendo concentrato sulla musica, che una volta era house, una volta tribal, una volta un leggerissimo dubstep molto melodioso quasi da non sembrare dubstep.

Fu quella sera che, in una delle rare occasioni in cui aprì gli occhi durante la sua danza sfrenata,
il dottor Oscar Zamboni vide una ragazza.

Stava poggiata al mur
o, vestita di abiti scuri e con poca scollatura, una gonna corta ma non troppo, stivali alti e tacco poco marcato, i capelli lasciati slegati e un viso dolce ma, per certi versi, impassibile e senza espressione.

La ragazza
si guardava attorno, le mani poggiate dietro la schiena, una gamba che teneva il tempo con il piede, in silenzio. Intorno a lei, nessuno.

Lì per lì, il dottor Oscar Zamboni non fece molto caso a quanto fosse graziosa, anche se i suoi occhi, da quel momento, non si richiusero più.

Ballò ancora un poco, poi preso dalla stanchezza e anche da un po' di curiosità, lasciò la pista.

La ragazza era sempre poggiata lì, dove l'aveva notata. Il dottor Oscar Zamboni, allora, si recò al bar, ordinò due dei suoi cocktail preferiti, poi le si avvicinò.

- Buonasera, la salutò.

Lei fece un mezzo sorriso, poi tornò a guardarsi intorno.

- Mi chiamo Oscar, volevo offrirti un cocktail, posso?

Lei non rispose con la voce, lo guardò ringraziando con un secondo sorriso, ma con la mano fece gesto di no.

- Come ti chiami? chiese il dottor Oscar Zamboni.
- Alessia, rispose lei, e poi ci fu silenzio.

La musica intanto continuava. Il dottor Oscar Zamboni sorseggiava da uno dei due bicchieri ordinati poco prima, e si guardava intorno.

- Sei da sola? chiese ad Alessia, ma Alessia non rispose.

Fece un'altra, lunga sorsata di cocktail, poi senza salutare il dottor Oscar Zamboni se ne tornò a ballare.

Alessia lo osservò mentre la lasciava sola, continuando a ballare da ferma, il piede che teneva il tempo, le mani dietro la schiena poggiate al muro, senza dire nulla.

Quella sera al Vaniglia finì così.

Qualche giorno più tardi, il dottor Oscar Zamboni, ripensando a quanto accaduto, fu preso da una sorta di imbarazzo retroattivo. Pensava di aver fatto una pessima figura con quella ragazza e si sentì profondamente in difetto, visto anche la sue età, che secondo quel punto di vista così pudico adottato da gran parte delle persone non giustificava un approccio tanto azzardato.

Si mise così a cercare fra le pagine del sito web del Vaniglia le foto della serata cui aveva partecipato. Le trovò in una delle gallery nella sezione "eventi", e si mise a sfogliare ad ogni click fra le centinaia di scatti se fosse stato in grado di risalire all'identità di Alessia.

Trovò solo uno scatto dove era ritratta, e la posizione era quella dove l'aveva trovata e dove l'aveva lasciata. Sotto, una microdidascalia recitava solamente "L'avete invitata a ballare?".

Sì, rispose ad alta voce il dottor Oscar Zamboni, ma mi sa che non ha accettato.

La didascalia non riportava il cognome della ragazza, fu così che dovette smettere di cercare, non avendo altre informazioni ne un amico in comune cui chiedere informazioni.

Nonostante quella consapevolezza, però, il dottor Oscar Zamboni si rese conto di come gli era impossibile smettere di pensare ad Alessia.

Voleva ritrovarla.

Così, il sabato successivo, venendo meno a una regola che si era posto all'inizio di quel suo viaggio nella danza moderna secondo cui non sarebbe dovuto tornare nello stesso posto due volte di seguito, decise di andare nuovamente al Vaniglia.

Entrò, ordinò il suo cocktail preferito, parlò un po' con le persone che passavano di lì senza che ci fosse particolare ordine o motivo, poi si ributtò in pista.

Teneva gli occhi aperti, guardando in continuazione il punto dove aveva notato Alessia, ma della ragazza nessuna traccia.

Il dottor Oscar Zamboni ballò fino a che nella pista non ci fu più nessuno, ma la misteriosa fanciulla, quella sera, non comparve.


Per i sabati successivi, deciso a rivedere Alessia, il dottor Oscar Zamboni tornò al Vaniglia continuando a ballare fino allo sfinimento con gli occhi aperti.

Ma di Alessia nessuna traccia.

Quella latitanza cominciò a renderlo poco tranquillo, farlo ballare male. E quell'ariosità che portava con sè nei suoi movimenti, era diventata una specie di peso insormontabile, tanto che era tornato a sembrare
una specie di negato del ballo, come neanche era sembrato quando aveva cominciato il corso.

Passarono i mesi, e tutti i progressi che lo avevano portato a essere un ballerino sicuro di sé misteriosamente si annullarono.

Una sera, al corso che continuava a seguire, il dottor Oscar Zamboni si rese conto che il ballo non lo soddisfaceva più proprio perché i risultati che si aspettava non erano più alla sua portata.

Così, una mattina di un venerdì, dopo l'ennesima serata passata a muoversi fuori tempo, come se non ci fosse più aria da plasmare fra passi e movenze di mani, il dottor Oscar Zamboni decise di smettere di ballare e tornare a praticare la professione per cui aveva tanto studiato.

Aprì uno studio privato nel centro della città, e non tornò mai più a ballare.

Nella sua mente c'era un qualcosa di insoddisfacente, oltre che l'immagine del viso di Alessia mentre le si allontava, quella sera al Vaniglia. Seppur a malincuore, sentendosi un fallito, smise ad un certo punto di cercarla.

Ne soffrì per un po', poi negli anni si dimenticò di tutto quanto e passò la sua vita tranquilla a curare le persone, come aveva sempre fatto.

Il dottor Oscar Zamboni, però,
non poteva sapere che quella sera Alessia era lì al Vaniglia dopo una settimana in cui aveva deciso, dopo anni di difficile coesistenza con il suo fidanzato ballerino, di ricominciare a tracciare il suo cammino su un altro sentiero: quel sabato mattina che aveva deciso di lasciarlo, Alessia si era prefissata di dare l'addio al locale dove aveva conosciuto il suo compagno, il Vaniglia appunto.

E in quell'addio, aveva deciso che l'uomo della sua vita avrebbe dovuto sapersi muovere nel cammino della vita con la calma della roccia, senza la frenesia di un ritmo moderno che, seppur piacente all'ascolto, rimaneva sempre confinato nel rumore della notte che anche se può sembrare eterna ad un certo punto finisce.

Alessia aveva pensato all'identikit della persona che cercava, realizzando d'esser sempre stata affascinata dai medici, ma non ne aveva mai conosciuto uno.

Purtroppo, si disse, al Vaniglia sarebbe stato impossibile trovarne uno. Per questo aveva deciso di smettere d'andarci, quando quel sabato notte pagò la sua consumazione e uscì senza guardarsi indietro.



giovedì, dicembre 15, 2011

Cento paesi immaginari che mi piacerebbe visitare prima dei 50 anni - Un racconto 72



Un giorno conobbi un uomo a cui piaceva scrivere le liste.

Fin da quando era piccino, aveva sempre raccolto in lunghi listati tutto ciò che lo riguardava. Aveva cominciato con i giocattoli, poi era passato ai cibi preferiti, alle sue magliette, ai parenti, alle auto che aveva posseduto suo papà (poche, per la verita, fu una lista molto breve), alle torte che gli piacevano, alle vie che preferiva della sua città, ai pullman che aveva preso e che avrebbe voluto prendere, ai paesi che aveva visitato, le donne che aveva conosciuto e che gli erano piaciute, i giorni in cui aveva visto una nuvola che l'aveva colpito, gli elettrodomestici che non avrebbe mai comprato, tutte le stazioni che aveva visitato e così via.

Alcune liste duravano poco e le scriveva in pochi minuti, altre venivano cominciate e si concludevano dopo anni, altre ancora non avrebbero mai visto la fine.

Le raccoglieva nella scrivania della sua camera da letto e ne aveva accumulate un bel po', circa 800, non sembrava ci sarebbe mai stata fine a quella raccolta.

L'uomo aveva 37 anni. Una sera, accompagnato da un amico, si recò in un locale dove c'erano molte persone, e conobbe una donna.

Fu subito preso dalla passione, e se innamorò perdutamente appena la vide.

Lei, dal canto suo, non comprese subito, o forse dissimulò molto bene, perché agli inizi respinse le sua avances. Lo contattava raramente, e quel poco che si sentivano lei era distaccata e poco propensa a lasciargli qualche possibilità.

Lui, invece, continuava a sperare.

Una sera, chissà perché, lei cedette e acconsentì a vederlo a cena.

L'uomo stilò una lunga lista di ristoranti della città in cui gli sarebbe piaciuto andare con una donna, perché aveva sì una lista dei suoi locali preferiti, ma non quelli indicati per portarci una signora.

Ne uscirono fuori circa 23, che per l'occasione sistemò ordinatamente in colonna partendo da quello che gli piaceva di più a quello che lo convinceva meno.

Riuscì a prenotare, fortunatamente, già al terzo che contattò. Prese un tavolo secondo le caratteristiche che aveva segnato qualche anno prima, nella lista che aveva intitolato "location perfette dove chiedere a una donna di sposarlo", che aveva scritto da solo sul letto una notte in cui aveva pianto un po'.


Il tavolo doveva essere in una sala panoramica con una bella vista, e aveva espressamente richiesto che al loro arrivo fosse subito portata una bella bottiglia di Arneis, perché era una di quelle cose che aveva segnato in un'altra lista compilata quella famosa notte, "come chiedere a una donna di sposarlo: momenti della serata".

La sera dell'appuntamento l'uomo si recò a prendere la donna lievemente in ritardo: era indeciso su come vestirsi e per rassicurarsi aveva stilato una lunga lista sugli "abiti giusti da indossare per chiedere a una donna di sposarlo", che era un pezzo che in effetti gli era sfuggito quella notte in cui aveva pianto un po'.

Quando la vide uscire dal portone, la donna era radiosa di graziosa bellezza, e lui sentì come una sorta di feroce paura che quell'occasione potesse andare sprecata. Fortunatamente, aveva stilato una lista dal titolo "Bei pensieri per essere sicuri di sé", che per praticità aveva imparato a memoria e che adoperava per mantenere una sorta di calma apparente perenne.

La accolse in macchina, e partirono alla volta del ristorante.

La cena fu galante e molto piacevole. L'uomo conversò amabilmente su temi quali la situazione internazionale, la produzione di vino e i grandi libri di Murakami, poi passò agevolmente a rispondere alle tesi riguardanti la vita coniugale proposte dalla donna, la quale si rivelò essere oltre che una splendida signora anche una persona profonda e sincera.

Quando uscirono dal locale, decisero di passeggiare un poco.

L'uomo era teso per via di quel momento che tutti gli uomini insicuri temono, che si sarebbe dovuto tramutare secondo la magia della serata in un magnifico bacio. Pensava e ripensava a una lista che aveva scritto un giorno in cui era particolarmente felice, in cui aveva appuntato "I migliori modi per baciare una donna per la prima volta", correlati di descrizione minuziosa di luoghi, tempi e modi.

In effetti, ricordava che al punto 4) si parlava di un ponte e di una battuta sul fiume che scorreva di sotto, e mentre passeggiavano si rese conto d'esser proprio su un bel ponte della città, sotto cui scorreva un bellissimo fiume calmo. A memoria, citò il punto 4) della lista con battuta, e fu così che riuscì a baciare la donna. Fu un bacio molto bello e appassionato, cui seguì una deliziosa notte d'amore a casa di lui.





La mattina, mentre lui dormiva ancora, lei si rese conto di doversi soffiare il naso e cominciò a rovistare nei cassetti alla ricerca di un fazzoletto. Guardò nella cassettiera della scrivania e trovò così la montagna di liste scritte dall'uomo.

Erano raccolte in ordine cronologico, la grafia prendeva la piega del tempo mano a mano che gli anni passavano. Da quelle scritte in tenera età il cui oggetto erano "i miei fiori preferiti" e "gli animali estinti che mi piacerebbe vedere" fino a quelle realizzate più in là negli anni, da "i miei piatti di pesce preferiti" a "frasi da dire se mai acquisterò un auto di lusso, pagandola in contanti". La donna rimase seduta a leggere con attenzione, mentre l'uomo dormiva.

Smise dopo un po' di tempo, che in effetti non seppe quantificare. Trovò in compenso il fazzoletto, si soffiò il naso e si risdraiò vicino a lui, come se nulla fosse.

Non fece parola di quella scoperta, quando lui si destò e si mise a preparare la colazione. In compenso, decise comunque di frequentarlo ancora.

Una sera, qualche tempo dopo, l'uomo le chiese di sposarlo. Lo fece in un posto speciale, in un modo che la donna trovò originale ed efficace, tanto che senza rifletterci più di tanto rispose "sì".

Quella sera, dopo aver vissuto una serata magica in giro per la città fantasticando su come sarebbe stata la loro vita insieme, lei gli chiese se poteva scriverle i motivi per cui aveva scelto di farle quella proposta.

L'uomo lì per lì non seppe rispondere. Allora lei le chiese se non l'avesse già fatto, e lui giurò e spergiurò di non averci mai lontanamente pensato.

La donna, però, non cedette, e rivelò quello che aveva trovato quella mattina nei cassetti della scrivania.

L'uomo se ne scusò imbarazzato, disse che era un gioco senza importanza che faceva da tutta la vita, ma che in quell'occasione non si era sentito di dover fare.

Lei allora, credendogli, disse che per il giorno del matrimonio le sarebbe piaciuto lo facesse, e in particolare le sarebbe piaciuto che leggesse quella lista di fronte a tutti gli invitati.

Lui acconsentì.

Il giorno delle nozze, in chiesa, tutto si svolse regolarmente. L'uomo indossava un bel completo blu scuro, le scarpe lucidate, i capelli pettinati a regola d'arte, i testimoni al fianco. La donna, dal canto suo, era vestita di bianco come sposa classica che si rispetti, con le sue testimoni e un bellissimo bouquet pieno di fiori colorati uno diverso dall'altro. Tutto, insomma, era in perfetto ordine. 



Durante il pranzo, i brindisi si susseguirono, le portate vennero servite senza alcun ritardo, la gente applaudiva e gridava inni alla felicità.

Poi, nel chiasso della giornata, a bassa voce la donna chiese all'uomo se poteva leggere quella lista.

L'uomo rispose di sì, si alzò dal suo posto e andò su un palco dove suonava un simpatico musicista ungherese per accompagnare il banchetto, lo fece smettere di suonare e parlando al microfono chiese silenzio.

Disse che doveva leggere qualcosa per la sua signora, una cosa cui teneva moltissimo. Poi, estrasse dal taschino un foglio e se lo mise di fronte al naso, pronto a leggere.

Tutti gli invitati applaudirono e fecero silenzio. Un silenzio che continuò, qualcuno urlava di cominciare, ma l'uomo continuava a rimanere in silenzio, prima guardando il foglio bianco, poi guardando la platea. Aveva un bel sorriso, felice, e il suo sguardo continuava a essere sì verso la platea, ma nel segreto della sua anima concentrato sulla donna.

Lei, dal canto suo, rimase impassibile al suo posto a fissare la scena. Passò qualche minuto, minuti eterni di un silenzio irreale, poi l'uomo disse semplicemente d'aver concluso e che quello era tutto ciò che doveva dire, quel giorno, alla sua signora.

Nessuno capì, tranne lei.

Mentre la gente rideva e applaudiva, gridandogli che era ubriaco e che doveva rispettare i doveri coniugali che la prima notte di nozze richiedeva, lui si avvicinò a sua moglie e gli chiese se aveva capito il senso di ciò che aveva fatto.

Lei rispose di sì, gli sussurrò all'orecchio che lo amava, e lo baciò appassionatamente di fronte a tutti.

L'uomo scrisse ancora due liste nella sua vita, da quel giorno. Una fu dedicata a "I migliori nomi da dare al proprio primo figlio" e "Dove essere seppellito per essere ricordato come una brava persona".

Le mise accuratamente nel cassetto dove stavano le altre 800 circa, e lì rimasero finché un giorno, molti anni dopo, un nipote le trovò e, dopo averle pacioccate per un po', per gioco le strappò tutte.




mercoledì, dicembre 07, 2011

Fughe - Life in Technicolor 164



Immaginandomi da qui a 10 anni non ho molto chiaro quali saranno i contorni. Così come mi chiedo, ricordandomi da oggi a 10 anni fa, quali fossero allora i segni che mi ero tracciato intorno, con cui avevo dato spazio all'immaginario, con cui avevo gestito i miei desideri.




Quanto tempo è trascorso e quanto ne deve ancora trascorrere: che cosa spaventosa è la vita.

Ti prende e ti colpisce, ti scompone e ti ripiglia, poi riparti, ti specchi in paure e in desiderata che assumono sembianze di persone ed episodi con cui hai intrecciato per un attimo o per tutto il percorso legàmi profondi, superficiali, hai fuso respiri, hai invocato nuovi inizi.

Che cosa spaventosa è vivere, spaventosa da morire, ma non fa paura sul serio: più che altro, vivere è solo una grande, immensa responsabilità e questo pesa sulle spalle di tutti, tranne che degli inconsapevoli.

Ognuno può scegliere di vivere secondo quei contorni, rimanendo fedele al suo essere monolitico - o presunto tale - forte che nessuno, ma proprio nessuno, è interessato a farti cambiare idea.

Poi un giorno ti rendi conto che qualcosa va fatto. Che devi sfumare quei contorni, rimodularli, ristrutturarli. Che è ora di fare un passo oltre. Ed è lì che ognuno prende la propria strada, sceglie il percorso migliore, e chi cazzo se ne frega se per anni quei contorni sono rimasti così.


Ci sono quelli che scelgono di fare un taglio netto, magari di notte quando nessuno vede, riempiono una valigia e scappano senza salutare: ed è questo il mezzo che ho sempre preferito, lasciare la scia di domande ha un qualcosa di poetico, suona anche maleducato ma è talvolta l'unica risposta che si può consegnare agli altri.

Sono saturo, non ho più la forza. Mi fermo qui, gente: io vado, riparto da là, e vogliate scusarmi se la mia etichetta è diversa dalla vostra, se lo sparire è come un mandare a 'fanculo quei 10 anni, 20 anni, 30 anni e quanti cazzo ne volete, perché non è un annullare, è un ricominciare. Abbiate pazienza se non capite, vi chiedo scusa se vi sembrerò cinico: ma io oggi ho in testa solo una cosa, che è fare per la prima volta la cosa giusta per me. Per questo faccio quello che faccio.

Parole pronunciate di notte, quando nessuno vede e si cerca di imitare la voce del protagonista che abita il libro preferito, si apre la porta cercando di non svegliare nessuno, si lasciano le chiavi, si prende la valigia, si scendono le scale senza che qualcuno possa vederti, fermarti, chiederti dove vai.

Poi fuori è la notte, fuori è ripartire, fuori è guardarsi intorno, magari si ha paura ma quel silenzio è la cosa che cercavi mentre scendevi le scale e tutto si faceva serio. Volevi camminare? Ora cammina. E allora si va verso la macchina, si carica la valigia nel bagagliaio, si respira a fondo per l'ultima volta quella strada che hai abitato per il tempo che hai sentito necessario. Sali in macchina, con quel respiro ancora addosso. Metti in moto, parti, ed è in quel momento che senti che il cammino è ricominciato.

Le scappatoie sono quelle che ci si trova sul selciato mentre si cammina ad occhi bassi, ma questo non è il caso.

Qui è questione che ripartire costa fatica, talvolta molta, ma è profondamente utile. Ed è un senso innato, marchiato come il fatto che tutti, ma proprio tutti e di questo sono sicuro, amano l'amore che è poi l'esercizio che fanno i ragazzini quando cercano d'innamorarsi solo per sentirsi in quel modo lì: poi quando l'amore è offrire tutto, i più si spaventano.

Cosa mi spinga oggi a parlarne così, io non lo so. Sto guardando fuori dalla finestra da chissà quanto tempo che ancora non mi spiego da dove sia sorto questa voglia di rimettere in discussione tutto, fino alle fondamenta e oltre.

Forse che c'era quella voglia di vivere di cui parlo da quasi 7 anni da queste parti, in questo blog, e finalmente per la prima volta, fra le mie mani s'è palesata una possibilità perché tutto questo accada.

Una possibilità che immagino abbia la forma di un viaggio, e questa volta non fatto di notte ma alla luce del giorno, mentre si sta in auto e non si ha fretta di arrivare, intorno scorrono i paesaggi, ci sono mani che si incrociano mentre a parlare resta solo un po' di musica e quello basta, si torna a casa e chissà se quella casa sarà la stessa di quando sei partito.

È un'immagine così reale, così vivida. Sta con me da chissà quanto, forse è appena arrivata, ma c'è e vorrei fosse così per tutto il cammino che mi aspetta fino alla fine, quando i contorni si spengono, si dissolvono in spazi che non si possono raggiungere.









venerdì, dicembre 02, 2011

La non storia degli uccellini - Life in Technicolor part 163




Stamattina avevo voglia di scrivere. Mi capita spesso, perché a me scrivere piace proprio tanto.

Che poi,
io non so più perché scrivo, se per te che leggi, per me che sto da questa parte del monitor e dentro questa pagina ci metto qualcosa a cui tengo, non so neanche se scrivo per le persone che stanno dentro i miei scritti e a volte manco sanno di starci.

Però lo faccio, di solito. Lo faccio e basta, just do it sembra che mi dica in terza persona.

Così, siccome avevo questa voglia qui, sono uscito fuori sul balcone che 
era mattina presto, saranno state le sette e mezzo, non era ancora venuto giorno pieno. Mi sono acceso una sigaretta e ho cominciato a pensare che avevo tanta voglia di scrivere e che mi serviva una storia subito. Ma la storia non mi veniva, e allora il momento è passato e non ho più scritto nulla, ho buttato la sigaretta e cominciato a lavorare.

Anche se, a dire la verità, che poi forse non è tutta la verità ma lo è in buona parte, una storia ce l'avevo.

Perché stamattina mentre fumavo ho visto una coppia di uccellini che volavano in coppia. Hanno svolazzato un po' intorno al mio terrazzo, s
i vedevano quelle due sagome che svolazzavano vicine e mi è sembrata una bella cosa. Allora ho pensato: "Se avessi una macchina fotografica, ora farei loro una foto e la userei per scriverci un post". Era un'immagine molto carina, chissà quante volte si vedono coppie di volatili che volano chissà dove e la gente non ci fa più caso.

Poi gli uccellini sono volati via, io la macchina fotografica non ce l'avevo, e tutto è finito lì. Ecco, è proprio così che è andata, e la storia non l'ho scritta.

Però credo sarebbe stata una bella storia, tutto qua.





giovedì, dicembre 01, 2011

#skypemoment - Un racconto 71



Ero andato a passeggiare, un giorno di quelli in cui non mi sentivo adatto al mondo. C'era la sera di Torino e il Valentino sembrava quasi accogliente in quel suo imbrunire fatto di gente che corre e gente che staziona sulle panchine, chissà perché, fumando da sola.

Il tutto era cominciato quand, per un attimo m'ero sentito fuori dal mondo.

Avevo scelto di camminare un po', per cercare fuori i motivi per sentirmi pronto ad amare, il grande cruccio. Come si potesse amare sapendo discernere dalla propria anima che perennemente prova paura: guidare le emozioni che rimangono silenziose e che dovrebbero guidare la vita di ognuno.

Ero sempre stato uno di quelli che hanno paura. Non avevo mai smesso di averne, neanche quando l'amore era entrato nella mia vita rivoluzionandola dolcemente. Stavo in piedi di fronte ad esso, e non riuscivo a muovermi.

Cercavo significati fra i marciapiedi ingrigiti dallo smog di Torino e dall'imbrunire di una fredda, troppo fredda, serata di un autunno qualsiasi. Che ci fosse spazio per i sogni di un vissuto senza paure, l'obiettivo che mi ero sempre prefissato e che non ero mai riuscito a raggiungere. Guardavo qua e là le persone e mi chiedevo se qualcuno avrebbe potuto raccontarmi le proprie, di paure. Qualcuno dove trovare le parole che io non ero mai riuscito a dirmi da solo.

Risalii la salita che porta su ponte Isabella, quando tutto ad un tratto al lato della strada, notai che c'era un mimo completamente vestito di bianco, che tentava di intrattenere gli automobilisti incolonnati quando il semaforo era rosso.

Passeggiava fra le auto e i fumi dei gas di scarico sorridendo, muovendosi come una specie di robottino, la faccia che emergeva dal trucco bianco e gli occhi vivi.

Mi colpì non tanto quel suo portamento così tipico dei mimi quanto il fatto che nessuno, ma proprio nessuno, gli desse una moneta. Il mimo rimaneva lì davanti ai finestriti alzati, e neanche uno sembrava dargli confidenza.


Così mi ci avvicinai, rimanendo sul marciapiede gli urlai mentre provava a intenerire l'ennesimo automobilista scazzato.

- Ehi tu, ti muovi come un automa - gli dissi.
Lui si voltò con quel sorriso che riservava a tutti quelli gli scorrevano attorno, la mano alzata a palmo aperto, rimanendo in silenzio.

- Oh, automa - gli urlai nuovamente - dammi un pezzo del tuo sorriso, se ti riesce.




E lui s'avvicinò, sempre sorridendo, e cominciò a guardarmi. Ed era uno sguardo strano, come se ci fosse di fronte a me una persona serena. Allora gli sorrisi anche io.



- Scherzavo, quando ti chiamavo automa - dissi - anche se vorrei un pezzo del tuo sorriso.

Lui continuava a sorridermi, senza rispondermi.

- È che c'è poca gente che sappia sorridere, oggi.

Niente. Guardava prima me poi il traffico, poi le auto poi tornava con i suoi occhi su di me. E sorrideva.

- Mimo, dimmi perché la gente secondo te oggi non ti risponde.

Lui scosse lievemente la testa,con quella sua espressione ermetica. Presi dalla tasca una Pall Mall Blu e me l'accesi.



- Vuoi fumare, Mimo?

Lui acconsentì. Presi una seconda sigaretta, gliela porsi e gli diedi da accendere. Lui prese la sigaretta tenendola delicatamente fra i le dita dei guantini bianchi, s'appoggiò a uno dei piloni del ponte, il traffico continuava a scorrere.

- Fumi con me?

Fece di nuovo sì con la testa.

- Scusa se ti faccio perdere tempo, Mimo.

Scosse le spalle, come a dire che non importava.

- Quando la gente non ti dà moneta anche tu ti senti inadatto, vero?

Fece il segno dell'ok, poi fece un lungo tiro di Pall Mall Blu.

- Perché in fondo siamo tutti su un ponte, aspettando che passi quello che ci dà la moneta giusta.

Per un attimo, un impercettibile animo, il suo sorriso s'incrinò. Non so se volesse dire proprio quello, ma pensai che mi volesse dare ragione.

- Io la tua forza di volontà non ce l'avrei - e sull' "avrei" la voce mi si spense, e feci un lungo tiro di sigaretta per smorzare quel senso d'impotenza.


Il Mimo buttò la sigaretta ormai finita, si voltò verso di me facendo un gesto con la mano, tipo aspettami qui. Poi, appena scattò il rosso si mise a camminare fra le auto, facendo mezzi inchini, sempre con quel sorriso e con quella postura da automa.

Nessuno gli dava una moneta, io lo seguivo con lo sguardo e ne rimanevo intenerito.

- Ehi, Mimo.

Non sentì, scattò il verde e le auto gli passarono intorno. Rimase fermo fino a quando s'aprì uno spiraglio fra la corsa delle vetture, tornò sul marciapiede, mi si avvicinò. Presi un euro dalla tasca, lui allungò la mano con il palmo aperto e gli poggiai la moneta sopra.

Allargò quel suo sorriso così misterioso, mi fece un inchino e mi diede una pacca sul braccio.

Poi mise l'euro in tasca, mi fece segno d'aspettare, poi fece quel gesto che fanno i mimi quando devono fingere d'aver avuto un'idea, estrasse fuori da un taschino che aveva nel giacchino bianco una foto, e me la porse.

Quando la vidi, ebbi un sussulto dentro. La guardai a lungo, cercando di memorizzarne ogni dettaglio, i colori, le espressioni, le forme. Credo fosse una delle foto più semplici e più belle che io abbia mai visto in tutta la mia vita.

Lui sorrideva, e impercettibile la sua testa mi diceva "sì", una, due, tre volte.

- Io, Mimo non so se sono fatto per questo - gli dissi, restituendogli la foto.

Lui la prese, la mise nel taschino poi sorrise nuovamente, e questa volta fece sì con la testa.

- Mi sono innamorato. E vorrei abbandonarmi in questo senso.

Sorrise. Era come un bambino, di quelli che sorridono la mattina di Natale. Ci sono immagini, pensai, che sono uguali per tutti. Ci sono immagini che non passano anche se sono banali.

- Come faccio ad amare così tanto? - gli chiesi.

Unì le mani e me le mise davanti agli occhi, le dita intrecciate che sembravano inseparabili. Provò a tirarle in direzione opposte come staccarle, ma quelle mani rimasero unite, i guanti bianchi che sfregavano fra loro, ma non c'era verso di separarle.

Poi in un attimo le mani si staccarono, il Mimo sorrise mentre le lasciava librare nell'aria per farle rincontrare in una presa dolce di quelle che conoscono gli innamorati quando di notte, abbracciandosi, trovano le proprie braccia una sopra l'altra e le mani diventano l'incipit di un sonno ristoratore.

Poi mi fece un gesto come a dirmi "ciao", lentamente si voltò e camminò via.

Sentii il vuoto dentro.

Riguardai il film del suo rimanere su una strada, e mi sembrava che non ci fosse solo lui ma tutta la gente del mondo in mezzo al traffico, quando tutti i finestrini rimangono chiusi di fronte a te e non c'è altro che provare, e provare, e provare, e aver paura di tornare a casa e non aver la forza d'uscire il giorno dopo, a riprovare.

Lo riguardai prendere la foto nel taschino, ripensai a quelle sfumature e quei ricordi fra le immagini, là dove tutto deve tornare, anche se stava in mezzo a un traffico che non si ferma mai e dove nessuno ti regala nulla.



Ripensai al suo sorriso, a come non c'erano dubbi in quel che faceva, e soprattutto al perché.

Ripensai al mio perché.

Non mi resi conto che la mia mano era poggiata là dove ci sarebbe dovuto essere il mio taschino. Toccai, e non sentii una superficie di carta, ma il tessuto dei vestiti.

Ripensai a come mi ero innamorato. Ripensai a quella foto, una dovevo averne anche io.

Per un attimo, il mio respiro fu pieno e sazio di vita.

Mi accesi un'altra sigaretta, tornai a casa. Ponte Isabella continuava ad essere pieno di auto.