mercoledì, dicembre 21, 2011

Alessia - Un racconto 73


La canzone l'ho già utilizzata, lo so: ma io la trovo bellissima (n.d.r).


Un giorno il dottor Oscar Zamboni decise che non sarebbe mai più stato in uno studio dell'Asl della sua città, e che avrebbe abbandonato la professione medica che ormai praticava da diversi anni.
Quel mattino che aveva maturato la scelta, infatti, decise che la sua vita sarebbe stata nel ballo, e precisamente nel ballo moderno.

Così, consegnate le dimissioni all'amministratore della mutua dove lavorava, si iscrisse a un corso specializzato dove avrebbe potuto apprendere i rudimenti della danza, e dove avrebbe potuto conoscere un sacco di persone interessanti più giovani di lui con cui condividere quella passione così particolare.La cosa lo prese non poco, portandogli da subito notevoli risultati.

Era così sicuro di sè, che ogni sera del week end il dottor Oscar Zamboni dismetteva i panni del praticante ballerino e si trasformava in una specie di John Travolta del 2000, frequentando le discoteche più trendy della città.

La cosa gli dava molta gioia, soprattutto perché quando era in pista il suo corpo risultava essere più armonico, sensuale, fra le movenze della danza e i suoi sguardi carichi di impegno e piacere. Il suo segreto, credeva, era il danzare con gli occhi totalmente chiusi, in modo da concentrare tutti i suoi sensi solo sullo spazio intorno a sé e sulla musica che usciva dagli altoparlanti.

Questo lo portava a risultare un bello spettacolo alla vista, come ci fosse un cuscino d'aria intorno a lui, e a vederlo da fuori appariva come fosse vivo di energia e speranza: questo la gente che lo circondava riusciva a vederlo, tanto che in molti si fermavano ad applaudirlo alla fine di ogni brano.

Una sera, il dottor Oscar Zamboni si recò nella famosa discoteca Vaniglia, frequentata per lo più da professionisti e over 30 e come al solito, dopo aver bevuto il suo cocktail preferito e conversato un po' con chi gli capitava a tiro, si buttò in pista.

Cominciò a muovere coordinato le gambe, facendo sì che nessun piede finisse sotto il suo e rimanendo concentrato sulla musica, che una volta era house, una volta tribal, una volta un leggerissimo dubstep molto melodioso quasi da non sembrare dubstep.

Fu quella sera che, in una delle rare occasioni in cui aprì gli occhi durante la sua danza sfrenata,
il dottor Oscar Zamboni vide una ragazza.

Stava poggiata al mur
o, vestita di abiti scuri e con poca scollatura, una gonna corta ma non troppo, stivali alti e tacco poco marcato, i capelli lasciati slegati e un viso dolce ma, per certi versi, impassibile e senza espressione.

La ragazza
si guardava attorno, le mani poggiate dietro la schiena, una gamba che teneva il tempo con il piede, in silenzio. Intorno a lei, nessuno.

Lì per lì, il dottor Oscar Zamboni non fece molto caso a quanto fosse graziosa, anche se i suoi occhi, da quel momento, non si richiusero più.

Ballò ancora un poco, poi preso dalla stanchezza e anche da un po' di curiosità, lasciò la pista.

La ragazza era sempre poggiata lì, dove l'aveva notata. Il dottor Oscar Zamboni, allora, si recò al bar, ordinò due dei suoi cocktail preferiti, poi le si avvicinò.

- Buonasera, la salutò.

Lei fece un mezzo sorriso, poi tornò a guardarsi intorno.

- Mi chiamo Oscar, volevo offrirti un cocktail, posso?

Lei non rispose con la voce, lo guardò ringraziando con un secondo sorriso, ma con la mano fece gesto di no.

- Come ti chiami? chiese il dottor Oscar Zamboni.
- Alessia, rispose lei, e poi ci fu silenzio.

La musica intanto continuava. Il dottor Oscar Zamboni sorseggiava da uno dei due bicchieri ordinati poco prima, e si guardava intorno.

- Sei da sola? chiese ad Alessia, ma Alessia non rispose.

Fece un'altra, lunga sorsata di cocktail, poi senza salutare il dottor Oscar Zamboni se ne tornò a ballare.

Alessia lo osservò mentre la lasciava sola, continuando a ballare da ferma, il piede che teneva il tempo, le mani dietro la schiena poggiate al muro, senza dire nulla.

Quella sera al Vaniglia finì così.

Qualche giorno più tardi, il dottor Oscar Zamboni, ripensando a quanto accaduto, fu preso da una sorta di imbarazzo retroattivo. Pensava di aver fatto una pessima figura con quella ragazza e si sentì profondamente in difetto, visto anche la sue età, che secondo quel punto di vista così pudico adottato da gran parte delle persone non giustificava un approccio tanto azzardato.

Si mise così a cercare fra le pagine del sito web del Vaniglia le foto della serata cui aveva partecipato. Le trovò in una delle gallery nella sezione "eventi", e si mise a sfogliare ad ogni click fra le centinaia di scatti se fosse stato in grado di risalire all'identità di Alessia.

Trovò solo uno scatto dove era ritratta, e la posizione era quella dove l'aveva trovata e dove l'aveva lasciata. Sotto, una microdidascalia recitava solamente "L'avete invitata a ballare?".

Sì, rispose ad alta voce il dottor Oscar Zamboni, ma mi sa che non ha accettato.

La didascalia non riportava il cognome della ragazza, fu così che dovette smettere di cercare, non avendo altre informazioni ne un amico in comune cui chiedere informazioni.

Nonostante quella consapevolezza, però, il dottor Oscar Zamboni si rese conto di come gli era impossibile smettere di pensare ad Alessia.

Voleva ritrovarla.

Così, il sabato successivo, venendo meno a una regola che si era posto all'inizio di quel suo viaggio nella danza moderna secondo cui non sarebbe dovuto tornare nello stesso posto due volte di seguito, decise di andare nuovamente al Vaniglia.

Entrò, ordinò il suo cocktail preferito, parlò un po' con le persone che passavano di lì senza che ci fosse particolare ordine o motivo, poi si ributtò in pista.

Teneva gli occhi aperti, guardando in continuazione il punto dove aveva notato Alessia, ma della ragazza nessuna traccia.

Il dottor Oscar Zamboni ballò fino a che nella pista non ci fu più nessuno, ma la misteriosa fanciulla, quella sera, non comparve.


Per i sabati successivi, deciso a rivedere Alessia, il dottor Oscar Zamboni tornò al Vaniglia continuando a ballare fino allo sfinimento con gli occhi aperti.

Ma di Alessia nessuna traccia.

Quella latitanza cominciò a renderlo poco tranquillo, farlo ballare male. E quell'ariosità che portava con sè nei suoi movimenti, era diventata una specie di peso insormontabile, tanto che era tornato a sembrare
una specie di negato del ballo, come neanche era sembrato quando aveva cominciato il corso.

Passarono i mesi, e tutti i progressi che lo avevano portato a essere un ballerino sicuro di sé misteriosamente si annullarono.

Una sera, al corso che continuava a seguire, il dottor Oscar Zamboni si rese conto che il ballo non lo soddisfaceva più proprio perché i risultati che si aspettava non erano più alla sua portata.

Così, una mattina di un venerdì, dopo l'ennesima serata passata a muoversi fuori tempo, come se non ci fosse più aria da plasmare fra passi e movenze di mani, il dottor Oscar Zamboni decise di smettere di ballare e tornare a praticare la professione per cui aveva tanto studiato.

Aprì uno studio privato nel centro della città, e non tornò mai più a ballare.

Nella sua mente c'era un qualcosa di insoddisfacente, oltre che l'immagine del viso di Alessia mentre le si allontava, quella sera al Vaniglia. Seppur a malincuore, sentendosi un fallito, smise ad un certo punto di cercarla.

Ne soffrì per un po', poi negli anni si dimenticò di tutto quanto e passò la sua vita tranquilla a curare le persone, come aveva sempre fatto.

Il dottor Oscar Zamboni, però,
non poteva sapere che quella sera Alessia era lì al Vaniglia dopo una settimana in cui aveva deciso, dopo anni di difficile coesistenza con il suo fidanzato ballerino, di ricominciare a tracciare il suo cammino su un altro sentiero: quel sabato mattina che aveva deciso di lasciarlo, Alessia si era prefissata di dare l'addio al locale dove aveva conosciuto il suo compagno, il Vaniglia appunto.

E in quell'addio, aveva deciso che l'uomo della sua vita avrebbe dovuto sapersi muovere nel cammino della vita con la calma della roccia, senza la frenesia di un ritmo moderno che, seppur piacente all'ascolto, rimaneva sempre confinato nel rumore della notte che anche se può sembrare eterna ad un certo punto finisce.

Alessia aveva pensato all'identikit della persona che cercava, realizzando d'esser sempre stata affascinata dai medici, ma non ne aveva mai conosciuto uno.

Purtroppo, si disse, al Vaniglia sarebbe stato impossibile trovarne uno. Per questo aveva deciso di smettere d'andarci, quando quel sabato notte pagò la sua consumazione e uscì senza guardarsi indietro.



2 commenti:

puntoepasta ha detto...

Forse perché mi chiamo Alessia anch'io, ma un po' mi ci sono riconosciuta appoggiata a quel muro...per fortuna ho avuto il coraggio di ritornarci nel locale e di amare di nuovo..forse la stessa persona addirittura.

Francesco Gavatorta ha detto...

Bene, vuol dire che hai scelto la cosa giusta :)