mercoledì, dicembre 07, 2011

Fughe - Life in Technicolor 164



Immaginandomi da qui a 10 anni non ho molto chiaro quali saranno i contorni. Così come mi chiedo, ricordandomi da oggi a 10 anni fa, quali fossero allora i segni che mi ero tracciato intorno, con cui avevo dato spazio all'immaginario, con cui avevo gestito i miei desideri.




Quanto tempo è trascorso e quanto ne deve ancora trascorrere: che cosa spaventosa è la vita.

Ti prende e ti colpisce, ti scompone e ti ripiglia, poi riparti, ti specchi in paure e in desiderata che assumono sembianze di persone ed episodi con cui hai intrecciato per un attimo o per tutto il percorso legàmi profondi, superficiali, hai fuso respiri, hai invocato nuovi inizi.

Che cosa spaventosa è vivere, spaventosa da morire, ma non fa paura sul serio: più che altro, vivere è solo una grande, immensa responsabilità e questo pesa sulle spalle di tutti, tranne che degli inconsapevoli.

Ognuno può scegliere di vivere secondo quei contorni, rimanendo fedele al suo essere monolitico - o presunto tale - forte che nessuno, ma proprio nessuno, è interessato a farti cambiare idea.

Poi un giorno ti rendi conto che qualcosa va fatto. Che devi sfumare quei contorni, rimodularli, ristrutturarli. Che è ora di fare un passo oltre. Ed è lì che ognuno prende la propria strada, sceglie il percorso migliore, e chi cazzo se ne frega se per anni quei contorni sono rimasti così.


Ci sono quelli che scelgono di fare un taglio netto, magari di notte quando nessuno vede, riempiono una valigia e scappano senza salutare: ed è questo il mezzo che ho sempre preferito, lasciare la scia di domande ha un qualcosa di poetico, suona anche maleducato ma è talvolta l'unica risposta che si può consegnare agli altri.

Sono saturo, non ho più la forza. Mi fermo qui, gente: io vado, riparto da là, e vogliate scusarmi se la mia etichetta è diversa dalla vostra, se lo sparire è come un mandare a 'fanculo quei 10 anni, 20 anni, 30 anni e quanti cazzo ne volete, perché non è un annullare, è un ricominciare. Abbiate pazienza se non capite, vi chiedo scusa se vi sembrerò cinico: ma io oggi ho in testa solo una cosa, che è fare per la prima volta la cosa giusta per me. Per questo faccio quello che faccio.

Parole pronunciate di notte, quando nessuno vede e si cerca di imitare la voce del protagonista che abita il libro preferito, si apre la porta cercando di non svegliare nessuno, si lasciano le chiavi, si prende la valigia, si scendono le scale senza che qualcuno possa vederti, fermarti, chiederti dove vai.

Poi fuori è la notte, fuori è ripartire, fuori è guardarsi intorno, magari si ha paura ma quel silenzio è la cosa che cercavi mentre scendevi le scale e tutto si faceva serio. Volevi camminare? Ora cammina. E allora si va verso la macchina, si carica la valigia nel bagagliaio, si respira a fondo per l'ultima volta quella strada che hai abitato per il tempo che hai sentito necessario. Sali in macchina, con quel respiro ancora addosso. Metti in moto, parti, ed è in quel momento che senti che il cammino è ricominciato.

Le scappatoie sono quelle che ci si trova sul selciato mentre si cammina ad occhi bassi, ma questo non è il caso.

Qui è questione che ripartire costa fatica, talvolta molta, ma è profondamente utile. Ed è un senso innato, marchiato come il fatto che tutti, ma proprio tutti e di questo sono sicuro, amano l'amore che è poi l'esercizio che fanno i ragazzini quando cercano d'innamorarsi solo per sentirsi in quel modo lì: poi quando l'amore è offrire tutto, i più si spaventano.

Cosa mi spinga oggi a parlarne così, io non lo so. Sto guardando fuori dalla finestra da chissà quanto tempo che ancora non mi spiego da dove sia sorto questa voglia di rimettere in discussione tutto, fino alle fondamenta e oltre.

Forse che c'era quella voglia di vivere di cui parlo da quasi 7 anni da queste parti, in questo blog, e finalmente per la prima volta, fra le mie mani s'è palesata una possibilità perché tutto questo accada.

Una possibilità che immagino abbia la forma di un viaggio, e questa volta non fatto di notte ma alla luce del giorno, mentre si sta in auto e non si ha fretta di arrivare, intorno scorrono i paesaggi, ci sono mani che si incrociano mentre a parlare resta solo un po' di musica e quello basta, si torna a casa e chissà se quella casa sarà la stessa di quando sei partito.

È un'immagine così reale, così vivida. Sta con me da chissà quanto, forse è appena arrivata, ma c'è e vorrei fosse così per tutto il cammino che mi aspetta fino alla fine, quando i contorni si spengono, si dissolvono in spazi che non si possono raggiungere.









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