giovedì, dicembre 01, 2011

#skypemoment - Un racconto 71



Ero andato a passeggiare, un giorno di quelli in cui non mi sentivo adatto al mondo. C'era la sera di Torino e il Valentino sembrava quasi accogliente in quel suo imbrunire fatto di gente che corre e gente che staziona sulle panchine, chissà perché, fumando da sola.

Il tutto era cominciato quand, per un attimo m'ero sentito fuori dal mondo.

Avevo scelto di camminare un po', per cercare fuori i motivi per sentirmi pronto ad amare, il grande cruccio. Come si potesse amare sapendo discernere dalla propria anima che perennemente prova paura: guidare le emozioni che rimangono silenziose e che dovrebbero guidare la vita di ognuno.

Ero sempre stato uno di quelli che hanno paura. Non avevo mai smesso di averne, neanche quando l'amore era entrato nella mia vita rivoluzionandola dolcemente. Stavo in piedi di fronte ad esso, e non riuscivo a muovermi.

Cercavo significati fra i marciapiedi ingrigiti dallo smog di Torino e dall'imbrunire di una fredda, troppo fredda, serata di un autunno qualsiasi. Che ci fosse spazio per i sogni di un vissuto senza paure, l'obiettivo che mi ero sempre prefissato e che non ero mai riuscito a raggiungere. Guardavo qua e là le persone e mi chiedevo se qualcuno avrebbe potuto raccontarmi le proprie, di paure. Qualcuno dove trovare le parole che io non ero mai riuscito a dirmi da solo.

Risalii la salita che porta su ponte Isabella, quando tutto ad un tratto al lato della strada, notai che c'era un mimo completamente vestito di bianco, che tentava di intrattenere gli automobilisti incolonnati quando il semaforo era rosso.

Passeggiava fra le auto e i fumi dei gas di scarico sorridendo, muovendosi come una specie di robottino, la faccia che emergeva dal trucco bianco e gli occhi vivi.

Mi colpì non tanto quel suo portamento così tipico dei mimi quanto il fatto che nessuno, ma proprio nessuno, gli desse una moneta. Il mimo rimaneva lì davanti ai finestriti alzati, e neanche uno sembrava dargli confidenza.


Così mi ci avvicinai, rimanendo sul marciapiede gli urlai mentre provava a intenerire l'ennesimo automobilista scazzato.

- Ehi tu, ti muovi come un automa - gli dissi.
Lui si voltò con quel sorriso che riservava a tutti quelli gli scorrevano attorno, la mano alzata a palmo aperto, rimanendo in silenzio.

- Oh, automa - gli urlai nuovamente - dammi un pezzo del tuo sorriso, se ti riesce.




E lui s'avvicinò, sempre sorridendo, e cominciò a guardarmi. Ed era uno sguardo strano, come se ci fosse di fronte a me una persona serena. Allora gli sorrisi anche io.



- Scherzavo, quando ti chiamavo automa - dissi - anche se vorrei un pezzo del tuo sorriso.

Lui continuava a sorridermi, senza rispondermi.

- È che c'è poca gente che sappia sorridere, oggi.

Niente. Guardava prima me poi il traffico, poi le auto poi tornava con i suoi occhi su di me. E sorrideva.

- Mimo, dimmi perché la gente secondo te oggi non ti risponde.

Lui scosse lievemente la testa,con quella sua espressione ermetica. Presi dalla tasca una Pall Mall Blu e me l'accesi.



- Vuoi fumare, Mimo?

Lui acconsentì. Presi una seconda sigaretta, gliela porsi e gli diedi da accendere. Lui prese la sigaretta tenendola delicatamente fra i le dita dei guantini bianchi, s'appoggiò a uno dei piloni del ponte, il traffico continuava a scorrere.

- Fumi con me?

Fece di nuovo sì con la testa.

- Scusa se ti faccio perdere tempo, Mimo.

Scosse le spalle, come a dire che non importava.

- Quando la gente non ti dà moneta anche tu ti senti inadatto, vero?

Fece il segno dell'ok, poi fece un lungo tiro di Pall Mall Blu.

- Perché in fondo siamo tutti su un ponte, aspettando che passi quello che ci dà la moneta giusta.

Per un attimo, un impercettibile animo, il suo sorriso s'incrinò. Non so se volesse dire proprio quello, ma pensai che mi volesse dare ragione.

- Io la tua forza di volontà non ce l'avrei - e sull' "avrei" la voce mi si spense, e feci un lungo tiro di sigaretta per smorzare quel senso d'impotenza.


Il Mimo buttò la sigaretta ormai finita, si voltò verso di me facendo un gesto con la mano, tipo aspettami qui. Poi, appena scattò il rosso si mise a camminare fra le auto, facendo mezzi inchini, sempre con quel sorriso e con quella postura da automa.

Nessuno gli dava una moneta, io lo seguivo con lo sguardo e ne rimanevo intenerito.

- Ehi, Mimo.

Non sentì, scattò il verde e le auto gli passarono intorno. Rimase fermo fino a quando s'aprì uno spiraglio fra la corsa delle vetture, tornò sul marciapiede, mi si avvicinò. Presi un euro dalla tasca, lui allungò la mano con il palmo aperto e gli poggiai la moneta sopra.

Allargò quel suo sorriso così misterioso, mi fece un inchino e mi diede una pacca sul braccio.

Poi mise l'euro in tasca, mi fece segno d'aspettare, poi fece quel gesto che fanno i mimi quando devono fingere d'aver avuto un'idea, estrasse fuori da un taschino che aveva nel giacchino bianco una foto, e me la porse.

Quando la vidi, ebbi un sussulto dentro. La guardai a lungo, cercando di memorizzarne ogni dettaglio, i colori, le espressioni, le forme. Credo fosse una delle foto più semplici e più belle che io abbia mai visto in tutta la mia vita.

Lui sorrideva, e impercettibile la sua testa mi diceva "sì", una, due, tre volte.

- Io, Mimo non so se sono fatto per questo - gli dissi, restituendogli la foto.

Lui la prese, la mise nel taschino poi sorrise nuovamente, e questa volta fece sì con la testa.

- Mi sono innamorato. E vorrei abbandonarmi in questo senso.

Sorrise. Era come un bambino, di quelli che sorridono la mattina di Natale. Ci sono immagini, pensai, che sono uguali per tutti. Ci sono immagini che non passano anche se sono banali.

- Come faccio ad amare così tanto? - gli chiesi.

Unì le mani e me le mise davanti agli occhi, le dita intrecciate che sembravano inseparabili. Provò a tirarle in direzione opposte come staccarle, ma quelle mani rimasero unite, i guanti bianchi che sfregavano fra loro, ma non c'era verso di separarle.

Poi in un attimo le mani si staccarono, il Mimo sorrise mentre le lasciava librare nell'aria per farle rincontrare in una presa dolce di quelle che conoscono gli innamorati quando di notte, abbracciandosi, trovano le proprie braccia una sopra l'altra e le mani diventano l'incipit di un sonno ristoratore.

Poi mi fece un gesto come a dirmi "ciao", lentamente si voltò e camminò via.

Sentii il vuoto dentro.

Riguardai il film del suo rimanere su una strada, e mi sembrava che non ci fosse solo lui ma tutta la gente del mondo in mezzo al traffico, quando tutti i finestrini rimangono chiusi di fronte a te e non c'è altro che provare, e provare, e provare, e aver paura di tornare a casa e non aver la forza d'uscire il giorno dopo, a riprovare.

Lo riguardai prendere la foto nel taschino, ripensai a quelle sfumature e quei ricordi fra le immagini, là dove tutto deve tornare, anche se stava in mezzo a un traffico che non si ferma mai e dove nessuno ti regala nulla.



Ripensai al suo sorriso, a come non c'erano dubbi in quel che faceva, e soprattutto al perché.

Ripensai al mio perché.

Non mi resi conto che la mia mano era poggiata là dove ci sarebbe dovuto essere il mio taschino. Toccai, e non sentii una superficie di carta, ma il tessuto dei vestiti.

Ripensai a come mi ero innamorato. Ripensai a quella foto, una dovevo averne anche io.

Per un attimo, il mio respiro fu pieno e sazio di vita.

Mi accesi un'altra sigaretta, tornai a casa. Ponte Isabella continuava ad essere pieno di auto.




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