martedì, gennaio 31, 2012

Canzone di ricordi - Life in technicolor part 166



Io ricordo i miei ricordi. Erano sogni ed erano musica, erano sospiri ed erano viaggi fatti per tutto il mondo, erano immagini e cartoline scritte di fretta sui tavolini di bar sparsi sulle spiagge del mondo.

Io ricordo la mia anima, quella che non ho visto. Era colorata di frasi dette senza badare all'eco che lasciano nella vita di ogni giorno, mentre la neve cade, quando la pioggia non vede.

Io ricordo Paolo Conte e tutte le volte che non l'ho ascoltato fino in fondo. Io ricordo la fiducia, che mai sono riuscito a dare. Io ricordo l'amore che chiedevo, l'amore che se n'è andato, e chissà se ritorna.

Io ricordo le auto che viaggiano in fretta, mai abbastanza per lasciar indietro le tue paure mentre guidi senza aspettarti granché.




Io ricordo il bambino che vorrò, ricordo mentre lo guardo tenendolo in braccio, lo guardo come chi non ha trovato altro senso nella vita se non lui.

Io ricordo il pallone sgonfio, mio nonno che gioca con me, quella ringhiera di metallo che sembrava sempre troppo alta.

Io ricordo le mie paure, ricordo tutto il tempo che mi assilleranno.

Io ricordo le fughe e i confini che non ho ancora attraversato, chissà se mai ce la farò. La musica che non sai suonare, i palchi da solcare quando hai 19 anni e dopo si chiudono sotto i tuoi occhi, non sono più palchi ma solo nuvole e cielo e altri mille tetti su cui non si può salire.

Io ricordo che non c'è mai una spiegazione logica, non c'è mai un vero motivo per cui le storie che scrivi cominciano in quel punto lì, se hanno senso per qualcuno, se avranno senso almeno per te.

Io ricordo gli amici che avevo e che non ho più, che banalità ricordarli ora, dopo le lotte passate fianco a fianco, il tradimento dato e concesso, la gente che non basta mai per quella che è. Io ricordo che c'era speranza, fratellanza, rispetto, un tempo che è passato, un tempo che è servito per essere vissuto.

Io ricordo mia mamma, e mio padre: e queste sono le parole che bastano.

Io ricordo che non ci sono molte ragioni per il cuore, non ci sono molte strade per la vita, non c'è altro da aggiungere quando tutto è stato detto.

Io ricordo che c'è vento per tutti, basta solo aver la pazienza di aspettarlo.

Io ricordo le notti passate a immaginare gli abiti da sposa, le feste e i balli senza fretta, e la gioia che sembra non finire mai.

Io ricordo che dentro siamo tutti fragili, che tutti lo sappiamo, alcuni sanno far fronte a sè stessi, altri no.

Io ricordo il tempo che non è ancora venuto, il futuro che ricordi senza fretta seduto sul divano, intento ad aspettare.

Io ricordo che oggi è già domani, se soltanto si chiudono gli occhi per un istante.

Io ricordo che non ho mai scritto per parlare sul serio, se lo avessi fatto a qualcosa sarebbe servito.





mercoledì, gennaio 25, 2012

Metropolis - Un racconto 78



Fra i palazzi sfrecciano le macchine volanti. C'è un sottile strato di polvere su ogni vetro, è l'elettrosmog che si condensa in una massa sottile sottile, grigia, quasi senza odore. Il cielo è una specie di grumo nuvoloso senza sole, dove la luce è quella che filtra dalle miliardi di finestre di quel mare senza spiaggia.

La gente non passeggia sui marciapiedi che non esistono più, ora tutto è un grattacielo e non c'è più terra su cui camminare.


Questa è la realtà di un anno qualsiasi del futuro che nessuno avrebbe mai voluto, chissà perché quel futuro oggi è qui. Se lo chiedono in tanti, in un attimo che è disperso fra i secoli che verranno. Io, con loro, non ho mai capito come avessimo fatto a trasformare il nostro mondo in un posto dove non c'era più terra o mare, ma solo immense costruzioni.

Non si fantastica più. Non si scrivono più storie, non ci sono più sogni. Abbiamo raggiunto il sogno più grande, il cielo. Perché continuare, se tutto è realtà?



Mi chiederanno i miei nipoti cosa mi ha spinto a cominciare a scrivere di nuovo, immagini e suggestioni, desideri e percorsi che mai si potranno intraprendere.

Beh, sono i ricordi che ancora non ho vissuto. O che se ho vissuto posso considerare le uniche esperienze che valga la pena raccontare.

Il protagonista di tutto questo è l'ultimo uomo sulla terra che ascolta musica, Ludovico.

Nessuno la ascolta più, nel mondo. Nessuno ricorda più cosa sia, il fermarsi ad apprezzare la voce del canto, la melodia del suono. Nessuno sa più cosa sia un concerto, un'opera. Che mondo abbiamo costruito, che non sa più fermarsi a sentire quello che c'è di bello.

Ludovico l'ho conosciuto per caso, un giorno che con la mia auto volante decisi di scendere oltre il confine delle nuvole, oltre i duecentesimi piani degli immensi grattacieli della città.

C'era la Legge della Città, recitava che nessuno poteva volare oltre quella linea in basso. Nessuno doveva vedere da dove venivamo.

Ma io no, io volevo scoprirlo.

Per questo, un giorno, decisi di volare laggiù, in basso dove nessuno voteva tornare e poteva arrivare.


Scesi e mi addentrai dove ormai non credevo vivesse più nessuno. Il mondo ora è tutto in cielo, abbiamo voluto raggiungere vette così alte che non c'è stato spazio per chiederci se lo meritassimo sul serio: ma laggiù, mi dissi, laggiù noi abbiamo cominciato a credere di poter vivere dove un tempo potevamo soltanto sognare d'arrivare.
 
Volai con la mia macchina e nessuno, dico nessuno, vidi passare di lì. Non c'era altro che il buio, sotto le nuvole.

Quei palazzi che in alto erano vivi là erano vuoti. Erano le fondamenta della nostra civiltà, e non si vedevano come in un tempo remoto non si vedevano i blocchi di cemento che sostenevano i muri. Le fondamenta della nostra civiltà erano i luoghi dove avevamo vissuto, e che oggi non meritavano più di ospitarci.


Fui attratto da una luce, qualche ora dopo che veloce schizzavo fra gli edifici dove non credevo si potesse ancora stare.


In quel nugolo di nulla, buio assoluto e silenzio assordante, vidi una luce.

Avvicinai la mia macchina volante al bordo del muro, aprii il portellone dell'abitacolo, m'avvicinai, bussai.

Fu allora che sentii provenire da dietro il vetro la musica. Da quanto non la sentivo. Da quanto non ascoltavo, pensai.


Bussai e bussai, ma nessuno inizialmente venne ad aprirmi.

Poi, una sagoma scura si mosse da dietro le tende. Una piccola sagoma ingobbita s'avvicinò, scostò i drappi, aprì il vetro. Era un uomo, un vecchio di chissà quanti anni.

- Chi sei? - mi chiese.
- Sono uno che viene dall'alto - risposi io con tono austero, credendomi un dio, o un angelo, con fare quasi provocatorio.
- E perché sei qui? - mi rispose lui.
- Volevo vedere cosa ci fosse in basso.

- C'è vita, amico mio. Entra, non restare lì.

Seguii l'uomo nella sua casa, piena di mobili in legno, oggetti in porcellana, tovaglie fatte all'uncinetto, poltrone rivestite di stoffa con fiori colorati, un tappeto caldo, e su una grossa cassettiera, un enorme grammofono dove girava un disco in vinile, con la puntina che vi rimbalzava impercettibile sopra. Da una stanza vicina veniva vapore, e odore di thè. Ed tutto era un tepore.

Che musica proveniva da là, amici miei. Che musica splendida e così nuova, per me.

- Cosa ascolti, vecchio? - chiesi all'uomo che mi aveva aperto.
- Musica - rispose lui, che aggiunse - e chiamami pure Ludovico.
- Cosa mangi quaggiù? Perché non vieni anche tu nel cielo?

- Ascolta - mi rispose lui - ascolta.

S'accomodò su una delle poltrone di quel piccolo salottino, socchiuse gli occhi, i capelli erano lunghi e grigi, la barba incolta, le rughe marcate su un viso smagrito e bianco. Mi fece segno di sedermi, e lo feci.

-Ludovico, vivere qui è contro la Legge.
- Quale legge?
- Nessuno può vivere sotto le nuvole.
- Cosa si fa, lassù?
- Viviamo.
- Come?


Pensai a cosa ero io, alla fantasia che s'era persa. Vivevamo in un posto pieno di polvere e senza sole, anche se c'è luce in abbondanza.

- Cosa fai quaggiù?
- Vivo.

- Non puoi farlo con noi, lassù?

Lui sorrise, e non rispose.



- Questa è musica, vero?

- Dici quello che stiamo ascoltando?
- Sì, esatto.

- Sì, lo è.
- Nessuno ascolta più musica, lassù.

- E dovrebbe essere il cielo - rispose lui, prima di scoppiare a ridere.



- Il cielo - disse - il cielo dovrebbe essere il paradiso, è diventato solo il rovescio del mondo. Sai perché non si ascolta più musica, lassù?


Non seppi rispondere. Nessuno lo avrebbe saputo fare, in realtà.



Ascoltammo e ascoltammo, insieme, nell'unica luce che c'era sotto le nuvole. Chissà quanto tempo passò.

Rimasi là ancora un po', con Ludovico. Non parlammo, non ci dicemmo cosa fosse il mondo o cosa avrebbe dovuto essere. Semplicemente, ascoltammo.

Poi ad un certo punto mi alzai, senza dir nulla. Lo guardai forse una volta, lui teneva gli occhi chiusi.

Quando uscii dalla finestra, Ludovico non mi salutò. Continuò ad ascoltare musica, da un vecchio grammofono con la puntina che macinava e macinava dischi in vinile.

Ripartii, e non tornai mai più. La Legge si fece più restrittiva, non c'era spazio per tornare alle fondamenta. Ora che abbiamo il cielo, non dobbiamo più porci domande.

Ma io ricordo.

Fu questa la mia esperienza più bella. L'ho vissuta fra i sobborghi della città vecchia che ancora è costruita di vecchi stabili dove gli ascensori non vanno oltre il dodicesimo piano, in quelle case di antica costruzione che non svettano nello skyline e che non vogliono farsi vedere.

Ludovico sta fermo
nel suo stanzino, l'unica finestra nel buio della città vecchia, sempre. Sono sicuro che sia ancora lì. Io l'ho visto, l'ho conosciuto, gli ho parlato.

Io so che esiste, e so che nessuno saprebbe dirmi mai che senso abbia essere arrivati al cielo, se poi il cielo ha smesso di essere tale.


- dai diari multitecnologici dello Scrittore F - 


mercoledì, gennaio 18, 2012

Un briciolo d'aria - Un racconto 77



Quel giorno, alla radio qualcuno interruppe le normali trasmissioni per annunciare che nel cielo della città era apparso una specie di oggetto volante non identificato.

Era una grande macchia colorata di scuro, di forma ovoidale, che ricordava in tutto e per tutto quello che nell'immaginario di tutti era un UFO. Così, dalle finestre degli uffici, sui terrazzi dei palazzi residenziali e nelle piazze, la gente stava con il naso all'insù a osservare quella specie di chiazza volante di natura ignota.

Le troupe delle TV di tutto il Paese si misero a fare collegamenti speciali, i giornalisti con toni apocalittici annunciavano l'imminente scoppio di una guerra intergalattica, e in molti spergiuravano che gli ignoti visitatori erano già scesi a terra, li avevano visti camminare armi spianate rubando ogni genere di articolo terrestre.

Quando il fenomeno si manifestò, Ludovico era in ufficio come molti altri come lui.

E mentre i suoi colleghi si affannavano alle finestre e a scendere per strada per guardare la strana macchia del cielo, lui non seppe far altro che rimanere fermo alla sua postazione, continuando come se nulla fosse a lavorare.

Ad un certo punto, però, si alzò, e senza essere notato scese in strada, raggiunse la macchina e partì.

Sulle strade le auto erano ferme ai lati della carreggiata, i loro conducenti tutti ammucchiati in campanelli a guardare il cielo. La macchia scura non si muoveva, o reagiva. Intorno aveva tanti elicotteri, dell'esercito e delle emittenti televisive internazionali, ma non c'era alcuna reazione. Eppure, le persone rimanevano lì, a guardare.

Ludovico percorse tutto la strada che conduceva poco fuori città. Non trovò traffico, perché anche i vigili guardavano su, senza stare a condurre il normale codazzo di auto - che comunque non c'era.

Uscito dal centro abitato, si trovò su una lunga via che arrivava nella zona industriale, dove stava un grosso complesso industriale, disperso nel niente.
Ci mise poco ad arrivare, rispetto alle altre volte che aveva percorso quella strada.

Fuori dai cancelli, tanti manager e donne in carriera, tutti elegantemente vestiti stavano a guardare il cielo, dove nel mezzo di un azzurro che con il passare del giorno era diventato bello e avvolgente, c'era quell'immobile oggetto scuro.

Parcheggiò poco distante dall'entrata, scese dall'auto e percorse gli ultimi metri a piedi.

Si fece largo fra la folla chiedendo permesso, e quando fu all'entrata del grosso complesso, prese il cellulare dalla tasca e inviò un sms.

Poi, si accese una sigaretta, rimanendo in attesa.

Dopo un po', fra la folla, spuntò una donna. Era Isabella.

- Meno male che sei arrivato.
- Che stavi facendo?
- Niente, finivo due cose.
- Possiamo andare, ora?
- Direi proprio di sì.

Ludovico e Isabella, incuranti della gente che rimaneva ferma sul marciapiede di fronte alla grossa palazzina, si avviarono all'auto. Poi, partirono.

La macchina prese l'autostrada, dove non trovò il casello chiuso nè un'auto in corsia.
Erano tutti fermi, a guardare il cielo.

Il viaggio durò qualche ora, e fu molto piacevole. Non parlarono molto, a dire il vero, ma sorrisero sempre, e si fecero una grande, sincera risata quando di fronte a loro si palesò, in tutta la sua calma, il mare.

In giro non c'era nessuno, ma proprio nessuno nessuno: era come se il paesello dove erano arrivati fosse disabitato.

Nonostante questo Ludovico e Isabella, incuriositi più che spaventati, scesero sulla sabbia, si tolsero le giacche, le scarpe e le calze, e a piedi nudi si misero a ballare sul bagnasciuga. Così, senza musica.

Prima lenti, fermi sul posto, poi via via sempre più veloce, fino a che non si misero a correre e rincorrersi uno con l'altra, ridendo. Poi ad un certo punto Ludovico decise che era ora di fare quella cosa lì, prese Isabella fra le braccia e insieme si buttarono in acqua, cominciando a buttarsi gli schizzi addosso e nuotando là dove l'acqua era più profonda.

Rimasero a giocare là fino a che il sole non calò, scaldandosi al caldo del pomeriggio e dormendo sulla sabbia, senza che ci fosse bisogno di farsi spazio nella calca.

Poi, quando cominciò a tirare un po' di aria fresca e il tramonto stava per cominciare, decisero di rivestirsi e tornarono all'auto.
Quando ripartirono, notarono che in giro non c'era ancora nessuno. Trovarono solo qualcuno poco prima di entrare in autostrada, un contadino con un cane al seguito e al casello, dove c'era un impiegato della società autostrade che diede loro il biglietto per pagare il pedaggio.

Sulla strada, qualche macchina viaggiava lenta, ma non ci fecero molto caso.

Arrivarono in città quand'era già sera inoltrata. La vita sembrava essere ripresa normale, il traffico era sostenuto ma non caotico, la gente passeggiava per i marciapiedi per andare nei locali, a un semaforo lampeggiante un vigile faceva funzionare bene le precedenze.

Ludovico e Isabella non se ne mostrarono particolarmente stupiti.

Quando furono a casa, si fecero una doccia, poi mangiarono un piatto di pasta al pomodoro senza lavare i piatti, non accesero la TV ma andarono subito a letto, dove fecero l'amore e si addormentarono, felici.

Non si chiesero mai cosa fosse successo quel giorno, in città.













lunedì, gennaio 16, 2012

Quel dolore alla spalla - Life in Technicolor part 165


Non avevo mai portato una bara, prima di sabato. Pensavo che il peso si distribuisse su tutti quelli che la reggevano, in fondo i becchini quando portano il feretro sembrano essere agili, forzuti, di quelli che non pesa ciò che sostengono.

Quando ce l'hanno poggiata addosso, ho sentito come se tenessi tutto il peso sul mio lato destro. Mi sono messo al fondo, "i più alti in fondo" ci hanno detto, io ero fra i più alti, mi sono messo dalla parte dove c'era la testa.

Avevo immaginato che un giorno mi sarebbe toccato farlo, quando ero bambino, immaginavo di farlo tenendo il peso con le braccia, grazie a quelle maniglie d'ottone che stanno attaccate ai lati della bara, e invece no, ce l'hanno poggiata sulle spalle, le mani tenevano da sotto, stabilizzavano quell'involucro di legno ed era il mio lato destro a tenere tutto su.

Dentro c'eri tu. Che fosse solo questione di tempo, lo sapevamo, perché tutti sappiamo che il tempo scorre e che un giorno o l'altro ci tocca andare via. Nonna aveva detto, prima di salutarti, che non potevi andare via ora, te l'ha chiesto piangendo e quel pianto era il nostro, non dovevi andare via in quel momento che hai deciso di prendere e partire, per chissà dove.

Io che ho studiato come raccontare le cose, non avrei saputo trovare una frase migliore per chiederti di restare ancora un poco con noi, quel tanto che bastava per vederci come hai sempre sognato: padri, madri, un inizio di quello che ci hai sempre detto essere il sogno per noi. Volevi per noi ciò che la vita ha dato a te, credo che fosse quello il senso delle tue parole.

Sei stato giovane, pescatore, contadino, muratore, operaio. Sei stato uomo dei campi e dei monti, quando hai combattuto come Partigiano. Sei stato uomo libero, sempre. Padre, modello, poi nonno e memoria di chi stava incontro. Sei stato scrittore e senza saperlo, voce della coscienza. Anzi, forse lo sapevi, ma sei sempre stato umile e per questo non hai mai fatto pesare il fatto che tu eri il migliore di noi.

Quando papà, mio papà, è salito sul pulpito e ha detto come hai vissuto di fronte a tutta quella gente, tutti noi abbiamo pensato che non abbiamo mai detto parole scontate, che tu sei sempre riuscito ad evitare tranne che in rarissime occasioni, come "grazie", o "vi voglio bene".

Le dicevi quando ci portavi il vino dalla cantina, oppure quando ai pranzi in famiglia, silenzioso, ci ascoltavi e prendevi parola per raccontare come era il punto di vista di qualcuno che ne ha viste tante e che tante può raccontarne.

Non hai mai fatto vanto di quella volta che sei sceso giù in un fossato, soldato poco più che ventenne, per recuperare un tuo amico morto sotto le armi perché non meritava di rimanere a marcire laggiù.

Non hai mai mostrato orgoglio o presunzione nel dire che per 3 volte i nazisti potevano ucciderti, e mai ce l'hanno fatta. Mai ti sei vantato di aver guidato la tua pattuglia al posto del caposquadra una notte del '44, quando in un campo di grano la mitragliatrice "tagliava a pezzi le spighe, e nella notte ci cadevano addosso e io avevo paura ma non potevo farmi vedere pauroso, perché gli altri sennò si fermavano e ci prendevano": così me l'avevi raccontata, una domenica mattina di quelle che venivo a trovarti e ti chiedevo semplicemente "Nonno, raccontami qualcosa".

Una volta sola hai detto: "Mi è spiaciuto che non mi abbiano dato una medaglia". Una volta sola, in 91 anni, hai detto che ti era spiaciuto non esser stato riconosciuto del tuo valore. L'ho presa come l'umana sensazione che il mondo non sempre capisce ciò che facciamo, e te ne ho dato atto, oltre che ragione.

Sabato pensavo a tutto questo, mentre portavo quella bara.

Dopo 30 anni che ti conoscevo, chissà se sia stato giusto o sbagliato che fosse proprio quello il momento in cui dovessi andare via.

Solo tu sai dove sei ora, noi lo possiamo sperare, sognare, che sia un posto bello come i luoghi della tua giovinezza, che rimpiangevi non per la paura di morire ma per il fatto che erano giusti, per te e quelli come te.

Posti dove nei ruscelli tutti potevano pescare un pesce da cucinare la domenica, che "davano da mangiare a paesi interi", e che oggi sono acquitrini senza memoria. Una volta mi hai raccontato che eri in grado di riconoscere "quaranta qualità di pesci", oggi "ne saranno rimaste 2, forse 3: che peccato".

Erano parole dette non per dire ma perché figlie di un credo: come quando parlando del lavoro, hai detto: "Oggi non vogliono neanche più aiutare le persone. Ma se tolgono e tolgono, uno come fa ad aiutare l'altro?". Proprio così: non avevi paura per ciò che avrebbero potuto toglierti, ma per ciò che non avresti potuto fare per chi aveva bisogno.

Quanti ricordi che ho. Che giochiamo insieme a pallone nel tuo cortile. Il dubbio che mi è rimasto per tutta la vita, se tu fossi della Juve o del Toro. I tuoi pensieri il giorno in cui ti ho detto che mi laureavo, e il tuo sorriso il giorno in cui sono tornato dal Giubileo dei giovani, nell'estate del 2000, hai preso una risma di fogli dove parlavi di quell'avvenimento e orgoglioso mi hai detto: "Leggi, qui parlo di te", e in quelle frasi c'era orgoglio perché io ero uno dei ragazzi che pregavano anche nel nuovo millennio. Ti ricordo cattolico con garbo, proprio come ha detto il prete durante il funerale. Uomo delle brigate Giustizia e Libertà, orgoglioso ma con modestia di aver liberato il tuo paese. Con i tuoi occhi che chissà se sono stati azzurri o grigi, sempre sorridenti. Quella frase, il giorno del tuo novantesimo compleanno, quando alla tua festa ci hai ringraziato dicendo che ci consideravi la cosa più bella della tua vita, noi, la tua famiglia.

Il tuo nome di battaglia era Mattesù, eri una persona fra le tante che sono eroi e non sanno di esserlo, e se lo sanno non vogliono sembrarlo per vana gloria. 


Eri semplicemente mio nonno, oggi la spalla mi fa male ma non mi fa disperare, è solo un segno sul mio corpo del ricordo di te e di ciò che hai lasciato, la tocco ma quel dolore non mi fa male, mi aiuta solo a capire come vorrei essere io, il giorno che me ne andrò.








giovedì, gennaio 12, 2012

Valzer senza tempo - Un racconto 76



C'era silenzio, un elegante gelido silenzio, tutto sembrava essere pronto per cominciare.

Ludovico e Isabella stavano fermi uno di fronte all'altra, le braccia avvolte ai fianchi dell'altro, le mani che si stringevano; lo sguardo di lui era senza espressione e freddo, come fredda era quell'enorme sala
con il pavimento in legno, i muri tutti ricoperti di specchi, drappi di stoffa colorata che partivano dal tetto e spiovevano di qua e di là, come miriadi di festoni di capodanno. Lei, invece, teneva il viso piegato in avanti, gli occhi rivolti al pavimento.
Si mossero all'improvviso, proprio nel momento in cui doveva muoversi. La musica sa sempre quando deve cominciare.

Isabella sentì contrarsi i muscoli quando vide Ludovico muovere le gambe, dando il via. Alzò lo sguardo e lo vide rigido, impaurito.

Seguendo il ritmo, mulinavano tenendo le mani intrecciate e sospese, tagliando in due l'aria della stanza. Due passi due passi due passi fermi. Due passi due passi due passi, fermi. 



- Stammi vicino, disse piano Isabella.
Ludovico si avvicinò a lei, continuando a muoversi senza smettere di guardarla.
- Perché siamo qui, Isabella? le chiese.

La donna non rispose. Odorava intorno al viso dei suoi capelli, sempre freschi e profumati. Aveva quell'aroma che Ludovico pensava fosse raccontato da tutti gli scrittori del mondo in tutte le storie ne aveva letto, tanta la bellezza di annusarlo. La guardava ammirato, mentre lei sembrava serena, quasi lieta.

I passi erano leggeri, sul legno un rumore appena abbozzato. Le distanze si sprecavano, i loro occhi fermi sull'altro. Era un volteggiare leggero, simile allo sviluppo di una trama di tessuto che si forma da matassa senza forma.

Due passi due passi due passi, fermi. Due passi due passi due passi, fermi.

- Parlami, Isabella.

Lei no, rimaneva zitta. Le labbra ferme, il respiro che seguiva i gesti del corpo.

La musica era dolce, leggera, veloce, accogliente.

- Stammi vicino, Ludovico.
- Voglio sapere perché siamo qui.
- Siamo io e te.
- Dimmelo, dove siamo?

La stanza girava intorno a loro, ferma. Ludovico non aveva mai ballato, prima di quel momento. Isabella, chissà.

- Perché me lo chiedi? Non ti piace ballare? chiese Isabella.

Gli specchi riflettevano i loro corpi, si poteva quasi vedere la musica. Ludovico rimase in silenzio mentre guardava quel mare di immagini sul muro.

- Dimmi che ti piace ballare, disse Isabella, ma Ludovico continuò a rimanere zitto. La musica però non cessava.

Ludovico le strinse ancor di più la mano, il braccio intorno ai fianchi le fece sentire dolore, gli occhi negli occhi.

- Quanto tempo abbiamo? chiese Ludovico, e Isabella sorrise.

I loro visi s'avvicinarono, le labbra si sfiorarono senza toccarsi, due passi due passi due passi, fermi.

- Balla, stammi vicino, disse Isabella.
- I balli quando finiscono?
- Certi no.

Parole, e silenzio: intanto, la musica continuava. Sui muri, negli specchi grandi dal pavimento al tetto rimanevano i loro riflessi. La sala era vuota, fra le stoffe e il legno non c'era nient'altro che il vuoto, nessuno che potesse raccontare.

- Fuori il mondo prende fuoco, disse Ludovico.
- Rimaniamo finché finisce la musica, rispose Isabella, e poi balleremo ancora.

- E poi?
- Poi non importa.
- Questa sala da ballo...
- È solo nostra, disse Isabella.

Nessuno saprebbe spiegare perché fossero lì, ovunque fosse "lì". 








martedì, gennaio 10, 2012

Chi siamo - Un racconto 75




L'auto passa fra le corsie leggera e la gente non la vede, mescolata fra tante altre uguali.

La periferia è fatta di fumi che sono l'orizzonte delle montagne, dell'azzurro su Torino dell'inverno con il sole dei 2 gradi e della neve che non arriva mai.

Sui marciapiedi passeggiano gli zingari, portano carretti per la spesa che sembrano rubati alle nonne, chissà se dentro hanno cibo o refurtiva: perché gli zingari si dice che rubano, chissà perché poi alla fine chi sa ancora provare compassione riesce a vederci solo gente che cammina con qualche carretto fra le mani, e basta.

Sorridono gli zingari e anche loro non notano l'auto che intanto procede senza farsi notare, e in lei i passeggeri, loro sì, consapevoli.

Lei guida e lui osserva fuori. C'è odore di bruciato e puzza di smog, è quella specie di fumo che sta là a metà fra l'asfalto e il cielo, le montagne viste da lì hanno la neve sporca sulla cima.

Lui respira, la radio gracchia, lei guida con le mani serrate al volante e gli occhi sulla strada, la mente chissà dove, in silenzio.

C'è il cielo che mi piace, pensa lui, chissà per quanto ancora non nevicherà. Chissà se sogna anche lei, pensa lui. Chissà quanti altri sogni faremo insieme.

Poi le domande si fermano, prima di arrivare a quelle che fanno paura anche a porsele per scherzo.

Poi.

La periferia scorre e le fabbriche stanno a guardare, le macchine no, loro vanno solo avanti e non c'è verso di invertire il senso di marcia.

Scatta il semaforo in lontananza, anche gli zingari si fermano al rosso e i carretti con loro, ma le auto no, vanno avanti e gli zingari rimangono indietro.

Lui guarda lei che non guarda lui, perché c'è la strada da guardare.

Lei che rimane un mistero, il profilo tagliato fra le strade, le auto che sono sempre piene di persone diverse nella la coda, l'auto rallenta, lei frena, incolonnati al fianco altri automobilisti, gli sguardi sono tanti e tutti dispersi, una donna si trucca, un altro guarda fisso, una signora anziana parla con un'altra signora seduta al suo fianco.


Chissà cosa dice il suo silenzio, pensa lui.

Non gli piace non sapere, non piace neanche a lei: ma non è quello, stare in mezzo alle persone?

Scatta il verde, si riparte. La marcia è lenta quando si riparte, pensa lui. Quanti pensieri, quanti sono i pensieri tutti uguali.
Lei guarda le auto sorpassare veloci, mette la freccia senza lasciare il volante e cambia corsia, la radio smette di gracchiare e per un attimo passa anche una bella canzone, come se fosse andato via anche il fumo che svolazza dalle ciminiere alte chissà quante volte una persona. La radio, poi ancora il fumo e sul marciapiede altri zingari, questa volta sono proprio zingari di quelli che tutti sanno come sono fatti, gli uomini spavaldi, le donne con il gonnone colorato e il foulard in testa.

È pieno di zingari, dice ad alta voce lei, non è una bella zona. Le zone non si possono scegliere, dice lui, e il discorso finisce.

Lui allora comincia a immaginare.

Lo sguardo passa oltre, la macchina anche, e quel chissà rimane solo legato al dove.

Chissà dove, eccola, la domanda.

Lui socchiude gli occhi e neanche se ne accorge, poi comincia ad immaginare di rimanere fermo, come quando si sta sul treno e il paesaggio passa fuori ma è come fosse dentro. Immagina di porre quella domanda senza dire una parola, senza che ci sia bisogno sul serio di parlare.

Immagina come se la macchina andasse avanti ancora per un po', senza bisogno di arrivare.

E poi immagina ancora, che ci sia spazio per tutti. Immagina di non guardare più oltre il finestrino senza sapere.

Mi sembra di stare in un quadro quando non guido io, dice lui.
Siamo tutti in un affresco e non lo sappiamo, dice lei.
Lui si volta di scatto, è la prima volta che mi rispondi seria a una roba seria mentre guidi, dice sorridendo.
Lei fa una di quelle espressioni che gli piacciono, infatti ora stai zitto, dice ancora.

Lui allora resta zitto, come dice lei. Sorride ancora, guarda fuori.

Riflette.

Dove va la gente? si chiede mentre pensa ancora come si pensa in un affresco, quando ci si sente fermi ma fermi non si è. Perché abbiamo così paura del tempo che scorre?

Poi si fa silenzio anche in testa, rimane un qualcosa che non si può ascoltare.


È quella domanda, che risuona negli abitacoli e fra i fumi di una periferia fatta di erbacce che crescono vicino ai marciapiedi, fra i rottami che chissà ce li ha buttati là, fra le ferraglie arrugginite e gli zingari che fanno paura come tutto il resto della gente, mentre il fumo sporca il cielo, quanto cazzo è banale dire "cielo" quando non ci sono nuvole e ci si stupisce che sia bello star lì a guardarlo, anche quando c'è fumo, l'odore di sporco sporca tutto, le montagne si vedono ma sono grigie.

lunedì, gennaio 02, 2012

Rumori - Un racconto 74





Il divano era sempre stato uno dei punti dolenti della casa. Ludovico era stato scettico sul suo acquisto fin da quando Isabella l'aveva scelto, un pomeriggio di qualche anno prima che avevano dedicato allo shopping e all'arredamento.


Erano andati in un elegante negozio del centro e avevano chiesto al commesso di vedere uno di quei sofà con l'angolo, un po' bassi, di colore scuro; ne avevano alla fine acquistato uno di colore marroncino, quasi beige, senza angolo e molto soffice, neanche poi tanto basso.


Ma a Isabella piaceva, e molto. L'aveva visto e, nel voltarsi verso Ludovico, senza parlare lo guardò per dire che aveva scelto. Lui non fece altro che sorridere.


Quando l'avevano portato, venti giorni dopo l'acquisto, era stato a osservare gli operai montarlo con solerzia, riempiendo lo spazio del soggiorno che era stato lasciato volutamente libero. 


L'effetto cromatico lo lasciava un po' interdetto, così come quella forma classica e per certi versi prevedibile, ma con Isabella non ne aveva fatto parola. Piaceva a lei, alla fine. E di solito, compiacerla nella ricerca del gusto era sempre stata una delle priorità che si era dato.


Ripensava a come erano andate le cose ogni volta che ci si sedeva. Era l'unico motivo per cui riusciva a non imprecare ogni volta che lo vedeva, ripensare a quello sguardo di Isabella e alla sua soddisfazione la sera che, tornando a casa dall'ufficio, lo aveva trovato montato.


Come ogni volta che ci si accomodava, però, non poteva fare a meno di notare un particolare, quel rumore di strofinio fra il cotone dei suoi pantaloni e quella specie di tessuto zigrinato, quasi caldo alla vista e di soffice comodità: un qualcosa che non aveva mai sopportato. Ogni respiro, un movimento impercettibile, quel frusciare che era diventato abilissimo a distinguere, fin quasi a comprendere i movimenti delle molle che sostenevano i cuscini e tutto l'impianto di pannelli in legno, braccioli imbottiti, viti e chissà che altro ancora.


Quel pomeriggio, in particolare, quel frusciare lo infastidiva non poco. Stava seduto lì, in mezzo, i piedi ben piantati per cercare di muoversi il meno possibile, le ginocchia rigide, le braccia conserte: eppure, ogni tanto il fruscio emergeva, cresceva, spuntava, lo stuzzicava.


Isabella si muoveva di fronte alla televisione, prendendo un DVD ogni tanto dalla lunga fila di film e serie TV che stava sulla mensola. Esaminava ogni titolo, quasi lo sceglieva per l'attenzione e la cura che metteva nel ricordare, senza parlare, quale fosse la provenienza dell'acquisto, la trama, i protagonisti del pellicole. Ludovico poteva vederne i lineamenti farsi forma d'espressione, leggendo questo o quel titolo, facendo emergere per un attimo il pensiero. 


Quando ne prendeva uno, Isabella lo passava nella mano sinistra, dove teneva tutto il mucchio alla maniera con cui si tengono i libri quando si va a lezione senza cartella, vicini al corpo. Uno, due, tre, Ludovico dal divano ne vedeva un po' ma non capiva quanti fossero, anche se era sicuro sarebbero stati pochi.


Faceva caldo, in casa: e in particolare, sul divano. Aveva sempre fatto caldo, soprattutto d'inverno, quasi un paradosso. Si poteva sentire il sudore colare sulla pelle delle gambe nelle notti passate a guardare la televisione, come quando si mette una coperta che poi toglie con le gambe perché di caldo ce n'è già abbastanza. Forse quel calore inutile era stato uno degli elementi che l'aveva portato ad odiare ancor di più quel divano; a lui il caldo non piaceva.


Isabella si mosse dalla mensola, una pila di scatole di DVD in mano, e andò in camera. 


La seguì con lo sguardo come faceva sempre, come sempre aveva fatto fin da quando l'aveva intravista, per la prima volta, una sera di tanti anni prima, forse non così tanti: ma a Ludovico piaceva far finta di non sapere il numero preciso, piaceva rimanere sui numeri ipotizzati, tanto, poco, molto, nulla, sempre, unità di tempo sparse qua e là in quella casa, fra il tavolo che avevano scelto appena deciso di andare a vivere là, fino agli angoli dei pavimenti che ogni volta si passava la cera rimanevano sporchi.


Ludovico ascoltò muovere le mani della donna fra i cassetti lasciati aperti, riconobbe quello con il fondo lievemente imbarcato che faceva un rumore simile alle cerniere che non si aprono, una specie di voooom detto piano dal mobile, era anche quello un rumore che aveva sempre odiato Ludovico, ma chissà perché non aveva mai fatto nulla per eliminarlo. Ci tenevano le mutande e le calze, lì, e anche le canottiere. Quelle di Isabella stavano al lato sinistro.


Sulla finestra cominciarono a battere le gocce della pioggia, il buio calava nonostante fossero solo le cinque del pomeriggio. Ludovico accese la lampada che stava vicino al divano, il rumore del cotone sul cuscino divenne alle sue orecchie un frastuono che poteva sentire solo un orecchio attento, mentre la luce soffusa cominciò a riscaldare il soggiorno come piaceva a lui. Non era male, per essere una stanza con quel divano lì, soprattutto con la luce di quella lampada così discreta.


Isabella tornò con un mucchio di vestiti ben piegati in mano, li poggiò sul divano poco distante da lui, rimanendo in silenzio e guardandosi intorno, in cerca. 


La vide girarsi rapida, andare in corridoio e svoltare in bagno, sentì le sue mano che aprivano il cassetto vicino al lavandino e il rumore degli oggetti che sbattevano uno sull'altro, piano. Non c'è differenza, pensò Ludovico, di quando la sera prima di uscire ci va per truccarsi, i suoni son sempre uguali. 


Ogni stanza, aveva un rumore. 


Quando erano in cucina, gli odori si riempivano di quello scoppiettare dell'olio in cottura, della ventola del forno, dell'acqua che risciacqua i piatti insaponati e ne porta via la schiuma profumata di limone, dei passi sul tappetino vicino allo sportello dei detersivi che a forza di camminarci sopra con le scarpe era diventato di un grigio appesantito, quasi liso.


Nei ricordi di Ludovico non c'era spazio per la musica o per i respiri, ma solo di oggetti che si scontrano, che si poggiano uno contro l'altro, che non sanno di essere attori in orchestra che ricrea un' armonia senza che ci sia un direttore d'orchestra.


Ludovico si mosse sul divano e ancora una volta sentì quella specie di sfregolio. I jeans facevano lo stesso rumore, anche la pelle sapeva emettere qualche voce quando si strofinava su quei cuscini, nelle notti in cui lui e Isabella rimanevano sdraiati lì, a far l'amore.


Sentì poggiare sul pavimento vicino alla porta la valigia, seppe dire che era aperta perché solo la plastica compatta faceva quel suono quando era poggiata sulle mattonelle in cotto. Isabella rientrò in soggiorno, prese i panni piegati che aveva poggiato lì poco prima e tornò in corridoio. 


Anche il tessuto dei panni piegati di fretta fanno rumore su questo cazzo di divano, pensò Ludovico fra sé, questo cazzo di divano mi ha sempre fatto cagare.


La sentì mentre chiudeva la valigia, poteva riconoscere lo scatto della sicurezza e le rotelle della combinazione ruotare, scattare, click click click, era bello anche da lì quel suono.


Ludovico non le sentiva girare da qualche estate prima, e mentre ci pensava non volle pensare quante.


Isabella fece scattare la serratura, le rotelle della valigia che salutano le mattonelle, la porta che si apre, i cardini che fremono, quello sbattere gentile che sentivano ogni volta che si usciva la mattina per andare a lavorare.


Ludovico respirò a fondo, i polmoni fecero un rumore simile a quello della stoffa su quei cuscini, l'aria frugava fra i canali del suo corpo, uscendo dalle narici e dalla bocca diede nuova voce alla casa, una voce a cui nessuno forse aveva mai fatto caso.


Il respiro si dissolse, anche il divano smise di far rumore, come tutto ciò che si era mosso fino a quel momento.


Rimase lì ad ascoltare il silenzio, per un po'.