martedì, gennaio 10, 2012

Chi siamo - Un racconto 75




L'auto passa fra le corsie leggera e la gente non la vede, mescolata fra tante altre uguali.

La periferia è fatta di fumi che sono l'orizzonte delle montagne, dell'azzurro su Torino dell'inverno con il sole dei 2 gradi e della neve che non arriva mai.

Sui marciapiedi passeggiano gli zingari, portano carretti per la spesa che sembrano rubati alle nonne, chissà se dentro hanno cibo o refurtiva: perché gli zingari si dice che rubano, chissà perché poi alla fine chi sa ancora provare compassione riesce a vederci solo gente che cammina con qualche carretto fra le mani, e basta.

Sorridono gli zingari e anche loro non notano l'auto che intanto procede senza farsi notare, e in lei i passeggeri, loro sì, consapevoli.

Lei guida e lui osserva fuori. C'è odore di bruciato e puzza di smog, è quella specie di fumo che sta là a metà fra l'asfalto e il cielo, le montagne viste da lì hanno la neve sporca sulla cima.

Lui respira, la radio gracchia, lei guida con le mani serrate al volante e gli occhi sulla strada, la mente chissà dove, in silenzio.

C'è il cielo che mi piace, pensa lui, chissà per quanto ancora non nevicherà. Chissà se sogna anche lei, pensa lui. Chissà quanti altri sogni faremo insieme.

Poi le domande si fermano, prima di arrivare a quelle che fanno paura anche a porsele per scherzo.

Poi.

La periferia scorre e le fabbriche stanno a guardare, le macchine no, loro vanno solo avanti e non c'è verso di invertire il senso di marcia.

Scatta il semaforo in lontananza, anche gli zingari si fermano al rosso e i carretti con loro, ma le auto no, vanno avanti e gli zingari rimangono indietro.

Lui guarda lei che non guarda lui, perché c'è la strada da guardare.

Lei che rimane un mistero, il profilo tagliato fra le strade, le auto che sono sempre piene di persone diverse nella la coda, l'auto rallenta, lei frena, incolonnati al fianco altri automobilisti, gli sguardi sono tanti e tutti dispersi, una donna si trucca, un altro guarda fisso, una signora anziana parla con un'altra signora seduta al suo fianco.


Chissà cosa dice il suo silenzio, pensa lui.

Non gli piace non sapere, non piace neanche a lei: ma non è quello, stare in mezzo alle persone?

Scatta il verde, si riparte. La marcia è lenta quando si riparte, pensa lui. Quanti pensieri, quanti sono i pensieri tutti uguali.
Lei guarda le auto sorpassare veloci, mette la freccia senza lasciare il volante e cambia corsia, la radio smette di gracchiare e per un attimo passa anche una bella canzone, come se fosse andato via anche il fumo che svolazza dalle ciminiere alte chissà quante volte una persona. La radio, poi ancora il fumo e sul marciapiede altri zingari, questa volta sono proprio zingari di quelli che tutti sanno come sono fatti, gli uomini spavaldi, le donne con il gonnone colorato e il foulard in testa.

È pieno di zingari, dice ad alta voce lei, non è una bella zona. Le zone non si possono scegliere, dice lui, e il discorso finisce.

Lui allora comincia a immaginare.

Lo sguardo passa oltre, la macchina anche, e quel chissà rimane solo legato al dove.

Chissà dove, eccola, la domanda.

Lui socchiude gli occhi e neanche se ne accorge, poi comincia ad immaginare di rimanere fermo, come quando si sta sul treno e il paesaggio passa fuori ma è come fosse dentro. Immagina di porre quella domanda senza dire una parola, senza che ci sia bisogno sul serio di parlare.

Immagina come se la macchina andasse avanti ancora per un po', senza bisogno di arrivare.

E poi immagina ancora, che ci sia spazio per tutti. Immagina di non guardare più oltre il finestrino senza sapere.

Mi sembra di stare in un quadro quando non guido io, dice lui.
Siamo tutti in un affresco e non lo sappiamo, dice lei.
Lui si volta di scatto, è la prima volta che mi rispondi seria a una roba seria mentre guidi, dice sorridendo.
Lei fa una di quelle espressioni che gli piacciono, infatti ora stai zitto, dice ancora.

Lui allora resta zitto, come dice lei. Sorride ancora, guarda fuori.

Riflette.

Dove va la gente? si chiede mentre pensa ancora come si pensa in un affresco, quando ci si sente fermi ma fermi non si è. Perché abbiamo così paura del tempo che scorre?

Poi si fa silenzio anche in testa, rimane un qualcosa che non si può ascoltare.


È quella domanda, che risuona negli abitacoli e fra i fumi di una periferia fatta di erbacce che crescono vicino ai marciapiedi, fra i rottami che chissà ce li ha buttati là, fra le ferraglie arrugginite e gli zingari che fanno paura come tutto il resto della gente, mentre il fumo sporca il cielo, quanto cazzo è banale dire "cielo" quando non ci sono nuvole e ci si stupisce che sia bello star lì a guardarlo, anche quando c'è fumo, l'odore di sporco sporca tutto, le montagne si vedono ma sono grigie.

Nessun commento: