mercoledì, gennaio 25, 2012

Metropolis - Un racconto 78



Fra i palazzi sfrecciano le macchine volanti. C'è un sottile strato di polvere su ogni vetro, è l'elettrosmog che si condensa in una massa sottile sottile, grigia, quasi senza odore. Il cielo è una specie di grumo nuvoloso senza sole, dove la luce è quella che filtra dalle miliardi di finestre di quel mare senza spiaggia.

La gente non passeggia sui marciapiedi che non esistono più, ora tutto è un grattacielo e non c'è più terra su cui camminare.


Questa è la realtà di un anno qualsiasi del futuro che nessuno avrebbe mai voluto, chissà perché quel futuro oggi è qui. Se lo chiedono in tanti, in un attimo che è disperso fra i secoli che verranno. Io, con loro, non ho mai capito come avessimo fatto a trasformare il nostro mondo in un posto dove non c'era più terra o mare, ma solo immense costruzioni.

Non si fantastica più. Non si scrivono più storie, non ci sono più sogni. Abbiamo raggiunto il sogno più grande, il cielo. Perché continuare, se tutto è realtà?



Mi chiederanno i miei nipoti cosa mi ha spinto a cominciare a scrivere di nuovo, immagini e suggestioni, desideri e percorsi che mai si potranno intraprendere.

Beh, sono i ricordi che ancora non ho vissuto. O che se ho vissuto posso considerare le uniche esperienze che valga la pena raccontare.

Il protagonista di tutto questo è l'ultimo uomo sulla terra che ascolta musica, Ludovico.

Nessuno la ascolta più, nel mondo. Nessuno ricorda più cosa sia, il fermarsi ad apprezzare la voce del canto, la melodia del suono. Nessuno sa più cosa sia un concerto, un'opera. Che mondo abbiamo costruito, che non sa più fermarsi a sentire quello che c'è di bello.

Ludovico l'ho conosciuto per caso, un giorno che con la mia auto volante decisi di scendere oltre il confine delle nuvole, oltre i duecentesimi piani degli immensi grattacieli della città.

C'era la Legge della Città, recitava che nessuno poteva volare oltre quella linea in basso. Nessuno doveva vedere da dove venivamo.

Ma io no, io volevo scoprirlo.

Per questo, un giorno, decisi di volare laggiù, in basso dove nessuno voteva tornare e poteva arrivare.


Scesi e mi addentrai dove ormai non credevo vivesse più nessuno. Il mondo ora è tutto in cielo, abbiamo voluto raggiungere vette così alte che non c'è stato spazio per chiederci se lo meritassimo sul serio: ma laggiù, mi dissi, laggiù noi abbiamo cominciato a credere di poter vivere dove un tempo potevamo soltanto sognare d'arrivare.
 
Volai con la mia macchina e nessuno, dico nessuno, vidi passare di lì. Non c'era altro che il buio, sotto le nuvole.

Quei palazzi che in alto erano vivi là erano vuoti. Erano le fondamenta della nostra civiltà, e non si vedevano come in un tempo remoto non si vedevano i blocchi di cemento che sostenevano i muri. Le fondamenta della nostra civiltà erano i luoghi dove avevamo vissuto, e che oggi non meritavano più di ospitarci.


Fui attratto da una luce, qualche ora dopo che veloce schizzavo fra gli edifici dove non credevo si potesse ancora stare.


In quel nugolo di nulla, buio assoluto e silenzio assordante, vidi una luce.

Avvicinai la mia macchina volante al bordo del muro, aprii il portellone dell'abitacolo, m'avvicinai, bussai.

Fu allora che sentii provenire da dietro il vetro la musica. Da quanto non la sentivo. Da quanto non ascoltavo, pensai.


Bussai e bussai, ma nessuno inizialmente venne ad aprirmi.

Poi, una sagoma scura si mosse da dietro le tende. Una piccola sagoma ingobbita s'avvicinò, scostò i drappi, aprì il vetro. Era un uomo, un vecchio di chissà quanti anni.

- Chi sei? - mi chiese.
- Sono uno che viene dall'alto - risposi io con tono austero, credendomi un dio, o un angelo, con fare quasi provocatorio.
- E perché sei qui? - mi rispose lui.
- Volevo vedere cosa ci fosse in basso.

- C'è vita, amico mio. Entra, non restare lì.

Seguii l'uomo nella sua casa, piena di mobili in legno, oggetti in porcellana, tovaglie fatte all'uncinetto, poltrone rivestite di stoffa con fiori colorati, un tappeto caldo, e su una grossa cassettiera, un enorme grammofono dove girava un disco in vinile, con la puntina che vi rimbalzava impercettibile sopra. Da una stanza vicina veniva vapore, e odore di thè. Ed tutto era un tepore.

Che musica proveniva da là, amici miei. Che musica splendida e così nuova, per me.

- Cosa ascolti, vecchio? - chiesi all'uomo che mi aveva aperto.
- Musica - rispose lui, che aggiunse - e chiamami pure Ludovico.
- Cosa mangi quaggiù? Perché non vieni anche tu nel cielo?

- Ascolta - mi rispose lui - ascolta.

S'accomodò su una delle poltrone di quel piccolo salottino, socchiuse gli occhi, i capelli erano lunghi e grigi, la barba incolta, le rughe marcate su un viso smagrito e bianco. Mi fece segno di sedermi, e lo feci.

-Ludovico, vivere qui è contro la Legge.
- Quale legge?
- Nessuno può vivere sotto le nuvole.
- Cosa si fa, lassù?
- Viviamo.
- Come?


Pensai a cosa ero io, alla fantasia che s'era persa. Vivevamo in un posto pieno di polvere e senza sole, anche se c'è luce in abbondanza.

- Cosa fai quaggiù?
- Vivo.

- Non puoi farlo con noi, lassù?

Lui sorrise, e non rispose.



- Questa è musica, vero?

- Dici quello che stiamo ascoltando?
- Sì, esatto.

- Sì, lo è.
- Nessuno ascolta più musica, lassù.

- E dovrebbe essere il cielo - rispose lui, prima di scoppiare a ridere.



- Il cielo - disse - il cielo dovrebbe essere il paradiso, è diventato solo il rovescio del mondo. Sai perché non si ascolta più musica, lassù?


Non seppi rispondere. Nessuno lo avrebbe saputo fare, in realtà.



Ascoltammo e ascoltammo, insieme, nell'unica luce che c'era sotto le nuvole. Chissà quanto tempo passò.

Rimasi là ancora un po', con Ludovico. Non parlammo, non ci dicemmo cosa fosse il mondo o cosa avrebbe dovuto essere. Semplicemente, ascoltammo.

Poi ad un certo punto mi alzai, senza dir nulla. Lo guardai forse una volta, lui teneva gli occhi chiusi.

Quando uscii dalla finestra, Ludovico non mi salutò. Continuò ad ascoltare musica, da un vecchio grammofono con la puntina che macinava e macinava dischi in vinile.

Ripartii, e non tornai mai più. La Legge si fece più restrittiva, non c'era spazio per tornare alle fondamenta. Ora che abbiamo il cielo, non dobbiamo più porci domande.

Ma io ricordo.

Fu questa la mia esperienza più bella. L'ho vissuta fra i sobborghi della città vecchia che ancora è costruita di vecchi stabili dove gli ascensori non vanno oltre il dodicesimo piano, in quelle case di antica costruzione che non svettano nello skyline e che non vogliono farsi vedere.

Ludovico sta fermo
nel suo stanzino, l'unica finestra nel buio della città vecchia, sempre. Sono sicuro che sia ancora lì. Io l'ho visto, l'ho conosciuto, gli ho parlato.

Io so che esiste, e so che nessuno saprebbe dirmi mai che senso abbia essere arrivati al cielo, se poi il cielo ha smesso di essere tale.


- dai diari multitecnologici dello Scrittore F - 


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