lunedì, gennaio 16, 2012

Quel dolore alla spalla - Life in Technicolor part 165


Non avevo mai portato una bara, prima di sabato. Pensavo che il peso si distribuisse su tutti quelli che la reggevano, in fondo i becchini quando portano il feretro sembrano essere agili, forzuti, di quelli che non pesa ciò che sostengono.

Quando ce l'hanno poggiata addosso, ho sentito come se tenessi tutto il peso sul mio lato destro. Mi sono messo al fondo, "i più alti in fondo" ci hanno detto, io ero fra i più alti, mi sono messo dalla parte dove c'era la testa.

Avevo immaginato che un giorno mi sarebbe toccato farlo, quando ero bambino, immaginavo di farlo tenendo il peso con le braccia, grazie a quelle maniglie d'ottone che stanno attaccate ai lati della bara, e invece no, ce l'hanno poggiata sulle spalle, le mani tenevano da sotto, stabilizzavano quell'involucro di legno ed era il mio lato destro a tenere tutto su.

Dentro c'eri tu. Che fosse solo questione di tempo, lo sapevamo, perché tutti sappiamo che il tempo scorre e che un giorno o l'altro ci tocca andare via. Nonna aveva detto, prima di salutarti, che non potevi andare via ora, te l'ha chiesto piangendo e quel pianto era il nostro, non dovevi andare via in quel momento che hai deciso di prendere e partire, per chissà dove.

Io che ho studiato come raccontare le cose, non avrei saputo trovare una frase migliore per chiederti di restare ancora un poco con noi, quel tanto che bastava per vederci come hai sempre sognato: padri, madri, un inizio di quello che ci hai sempre detto essere il sogno per noi. Volevi per noi ciò che la vita ha dato a te, credo che fosse quello il senso delle tue parole.

Sei stato giovane, pescatore, contadino, muratore, operaio. Sei stato uomo dei campi e dei monti, quando hai combattuto come Partigiano. Sei stato uomo libero, sempre. Padre, modello, poi nonno e memoria di chi stava incontro. Sei stato scrittore e senza saperlo, voce della coscienza. Anzi, forse lo sapevi, ma sei sempre stato umile e per questo non hai mai fatto pesare il fatto che tu eri il migliore di noi.

Quando papà, mio papà, è salito sul pulpito e ha detto come hai vissuto di fronte a tutta quella gente, tutti noi abbiamo pensato che non abbiamo mai detto parole scontate, che tu sei sempre riuscito ad evitare tranne che in rarissime occasioni, come "grazie", o "vi voglio bene".

Le dicevi quando ci portavi il vino dalla cantina, oppure quando ai pranzi in famiglia, silenzioso, ci ascoltavi e prendevi parola per raccontare come era il punto di vista di qualcuno che ne ha viste tante e che tante può raccontarne.

Non hai mai fatto vanto di quella volta che sei sceso giù in un fossato, soldato poco più che ventenne, per recuperare un tuo amico morto sotto le armi perché non meritava di rimanere a marcire laggiù.

Non hai mai mostrato orgoglio o presunzione nel dire che per 3 volte i nazisti potevano ucciderti, e mai ce l'hanno fatta. Mai ti sei vantato di aver guidato la tua pattuglia al posto del caposquadra una notte del '44, quando in un campo di grano la mitragliatrice "tagliava a pezzi le spighe, e nella notte ci cadevano addosso e io avevo paura ma non potevo farmi vedere pauroso, perché gli altri sennò si fermavano e ci prendevano": così me l'avevi raccontata, una domenica mattina di quelle che venivo a trovarti e ti chiedevo semplicemente "Nonno, raccontami qualcosa".

Una volta sola hai detto: "Mi è spiaciuto che non mi abbiano dato una medaglia". Una volta sola, in 91 anni, hai detto che ti era spiaciuto non esser stato riconosciuto del tuo valore. L'ho presa come l'umana sensazione che il mondo non sempre capisce ciò che facciamo, e te ne ho dato atto, oltre che ragione.

Sabato pensavo a tutto questo, mentre portavo quella bara.

Dopo 30 anni che ti conoscevo, chissà se sia stato giusto o sbagliato che fosse proprio quello il momento in cui dovessi andare via.

Solo tu sai dove sei ora, noi lo possiamo sperare, sognare, che sia un posto bello come i luoghi della tua giovinezza, che rimpiangevi non per la paura di morire ma per il fatto che erano giusti, per te e quelli come te.

Posti dove nei ruscelli tutti potevano pescare un pesce da cucinare la domenica, che "davano da mangiare a paesi interi", e che oggi sono acquitrini senza memoria. Una volta mi hai raccontato che eri in grado di riconoscere "quaranta qualità di pesci", oggi "ne saranno rimaste 2, forse 3: che peccato".

Erano parole dette non per dire ma perché figlie di un credo: come quando parlando del lavoro, hai detto: "Oggi non vogliono neanche più aiutare le persone. Ma se tolgono e tolgono, uno come fa ad aiutare l'altro?". Proprio così: non avevi paura per ciò che avrebbero potuto toglierti, ma per ciò che non avresti potuto fare per chi aveva bisogno.

Quanti ricordi che ho. Che giochiamo insieme a pallone nel tuo cortile. Il dubbio che mi è rimasto per tutta la vita, se tu fossi della Juve o del Toro. I tuoi pensieri il giorno in cui ti ho detto che mi laureavo, e il tuo sorriso il giorno in cui sono tornato dal Giubileo dei giovani, nell'estate del 2000, hai preso una risma di fogli dove parlavi di quell'avvenimento e orgoglioso mi hai detto: "Leggi, qui parlo di te", e in quelle frasi c'era orgoglio perché io ero uno dei ragazzi che pregavano anche nel nuovo millennio. Ti ricordo cattolico con garbo, proprio come ha detto il prete durante il funerale. Uomo delle brigate Giustizia e Libertà, orgoglioso ma con modestia di aver liberato il tuo paese. Con i tuoi occhi che chissà se sono stati azzurri o grigi, sempre sorridenti. Quella frase, il giorno del tuo novantesimo compleanno, quando alla tua festa ci hai ringraziato dicendo che ci consideravi la cosa più bella della tua vita, noi, la tua famiglia.

Il tuo nome di battaglia era Mattesù, eri una persona fra le tante che sono eroi e non sanno di esserlo, e se lo sanno non vogliono sembrarlo per vana gloria. 


Eri semplicemente mio nonno, oggi la spalla mi fa male ma non mi fa disperare, è solo un segno sul mio corpo del ricordo di te e di ciò che hai lasciato, la tocco ma quel dolore non mi fa male, mi aiuta solo a capire come vorrei essere io, il giorno che me ne andrò.








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