lunedì, gennaio 02, 2012

Rumori - Un racconto 74





Il divano era sempre stato uno dei punti dolenti della casa. Ludovico era stato scettico sul suo acquisto fin da quando Isabella l'aveva scelto, un pomeriggio di qualche anno prima che avevano dedicato allo shopping e all'arredamento.


Erano andati in un elegante negozio del centro e avevano chiesto al commesso di vedere uno di quei sofà con l'angolo, un po' bassi, di colore scuro; ne avevano alla fine acquistato uno di colore marroncino, quasi beige, senza angolo e molto soffice, neanche poi tanto basso.


Ma a Isabella piaceva, e molto. L'aveva visto e, nel voltarsi verso Ludovico, senza parlare lo guardò per dire che aveva scelto. Lui non fece altro che sorridere.


Quando l'avevano portato, venti giorni dopo l'acquisto, era stato a osservare gli operai montarlo con solerzia, riempiendo lo spazio del soggiorno che era stato lasciato volutamente libero. 


L'effetto cromatico lo lasciava un po' interdetto, così come quella forma classica e per certi versi prevedibile, ma con Isabella non ne aveva fatto parola. Piaceva a lei, alla fine. E di solito, compiacerla nella ricerca del gusto era sempre stata una delle priorità che si era dato.


Ripensava a come erano andate le cose ogni volta che ci si sedeva. Era l'unico motivo per cui riusciva a non imprecare ogni volta che lo vedeva, ripensare a quello sguardo di Isabella e alla sua soddisfazione la sera che, tornando a casa dall'ufficio, lo aveva trovato montato.


Come ogni volta che ci si accomodava, però, non poteva fare a meno di notare un particolare, quel rumore di strofinio fra il cotone dei suoi pantaloni e quella specie di tessuto zigrinato, quasi caldo alla vista e di soffice comodità: un qualcosa che non aveva mai sopportato. Ogni respiro, un movimento impercettibile, quel frusciare che era diventato abilissimo a distinguere, fin quasi a comprendere i movimenti delle molle che sostenevano i cuscini e tutto l'impianto di pannelli in legno, braccioli imbottiti, viti e chissà che altro ancora.


Quel pomeriggio, in particolare, quel frusciare lo infastidiva non poco. Stava seduto lì, in mezzo, i piedi ben piantati per cercare di muoversi il meno possibile, le ginocchia rigide, le braccia conserte: eppure, ogni tanto il fruscio emergeva, cresceva, spuntava, lo stuzzicava.


Isabella si muoveva di fronte alla televisione, prendendo un DVD ogni tanto dalla lunga fila di film e serie TV che stava sulla mensola. Esaminava ogni titolo, quasi lo sceglieva per l'attenzione e la cura che metteva nel ricordare, senza parlare, quale fosse la provenienza dell'acquisto, la trama, i protagonisti del pellicole. Ludovico poteva vederne i lineamenti farsi forma d'espressione, leggendo questo o quel titolo, facendo emergere per un attimo il pensiero. 


Quando ne prendeva uno, Isabella lo passava nella mano sinistra, dove teneva tutto il mucchio alla maniera con cui si tengono i libri quando si va a lezione senza cartella, vicini al corpo. Uno, due, tre, Ludovico dal divano ne vedeva un po' ma non capiva quanti fossero, anche se era sicuro sarebbero stati pochi.


Faceva caldo, in casa: e in particolare, sul divano. Aveva sempre fatto caldo, soprattutto d'inverno, quasi un paradosso. Si poteva sentire il sudore colare sulla pelle delle gambe nelle notti passate a guardare la televisione, come quando si mette una coperta che poi toglie con le gambe perché di caldo ce n'è già abbastanza. Forse quel calore inutile era stato uno degli elementi che l'aveva portato ad odiare ancor di più quel divano; a lui il caldo non piaceva.


Isabella si mosse dalla mensola, una pila di scatole di DVD in mano, e andò in camera. 


La seguì con lo sguardo come faceva sempre, come sempre aveva fatto fin da quando l'aveva intravista, per la prima volta, una sera di tanti anni prima, forse non così tanti: ma a Ludovico piaceva far finta di non sapere il numero preciso, piaceva rimanere sui numeri ipotizzati, tanto, poco, molto, nulla, sempre, unità di tempo sparse qua e là in quella casa, fra il tavolo che avevano scelto appena deciso di andare a vivere là, fino agli angoli dei pavimenti che ogni volta si passava la cera rimanevano sporchi.


Ludovico ascoltò muovere le mani della donna fra i cassetti lasciati aperti, riconobbe quello con il fondo lievemente imbarcato che faceva un rumore simile alle cerniere che non si aprono, una specie di voooom detto piano dal mobile, era anche quello un rumore che aveva sempre odiato Ludovico, ma chissà perché non aveva mai fatto nulla per eliminarlo. Ci tenevano le mutande e le calze, lì, e anche le canottiere. Quelle di Isabella stavano al lato sinistro.


Sulla finestra cominciarono a battere le gocce della pioggia, il buio calava nonostante fossero solo le cinque del pomeriggio. Ludovico accese la lampada che stava vicino al divano, il rumore del cotone sul cuscino divenne alle sue orecchie un frastuono che poteva sentire solo un orecchio attento, mentre la luce soffusa cominciò a riscaldare il soggiorno come piaceva a lui. Non era male, per essere una stanza con quel divano lì, soprattutto con la luce di quella lampada così discreta.


Isabella tornò con un mucchio di vestiti ben piegati in mano, li poggiò sul divano poco distante da lui, rimanendo in silenzio e guardandosi intorno, in cerca. 


La vide girarsi rapida, andare in corridoio e svoltare in bagno, sentì le sue mano che aprivano il cassetto vicino al lavandino e il rumore degli oggetti che sbattevano uno sull'altro, piano. Non c'è differenza, pensò Ludovico, di quando la sera prima di uscire ci va per truccarsi, i suoni son sempre uguali. 


Ogni stanza, aveva un rumore. 


Quando erano in cucina, gli odori si riempivano di quello scoppiettare dell'olio in cottura, della ventola del forno, dell'acqua che risciacqua i piatti insaponati e ne porta via la schiuma profumata di limone, dei passi sul tappetino vicino allo sportello dei detersivi che a forza di camminarci sopra con le scarpe era diventato di un grigio appesantito, quasi liso.


Nei ricordi di Ludovico non c'era spazio per la musica o per i respiri, ma solo di oggetti che si scontrano, che si poggiano uno contro l'altro, che non sanno di essere attori in orchestra che ricrea un' armonia senza che ci sia un direttore d'orchestra.


Ludovico si mosse sul divano e ancora una volta sentì quella specie di sfregolio. I jeans facevano lo stesso rumore, anche la pelle sapeva emettere qualche voce quando si strofinava su quei cuscini, nelle notti in cui lui e Isabella rimanevano sdraiati lì, a far l'amore.


Sentì poggiare sul pavimento vicino alla porta la valigia, seppe dire che era aperta perché solo la plastica compatta faceva quel suono quando era poggiata sulle mattonelle in cotto. Isabella rientrò in soggiorno, prese i panni piegati che aveva poggiato lì poco prima e tornò in corridoio. 


Anche il tessuto dei panni piegati di fretta fanno rumore su questo cazzo di divano, pensò Ludovico fra sé, questo cazzo di divano mi ha sempre fatto cagare.


La sentì mentre chiudeva la valigia, poteva riconoscere lo scatto della sicurezza e le rotelle della combinazione ruotare, scattare, click click click, era bello anche da lì quel suono.


Ludovico non le sentiva girare da qualche estate prima, e mentre ci pensava non volle pensare quante.


Isabella fece scattare la serratura, le rotelle della valigia che salutano le mattonelle, la porta che si apre, i cardini che fremono, quello sbattere gentile che sentivano ogni volta che si usciva la mattina per andare a lavorare.


Ludovico respirò a fondo, i polmoni fecero un rumore simile a quello della stoffa su quei cuscini, l'aria frugava fra i canali del suo corpo, uscendo dalle narici e dalla bocca diede nuova voce alla casa, una voce a cui nessuno forse aveva mai fatto caso.


Il respiro si dissolse, anche il divano smise di far rumore, come tutto ciò che si era mosso fino a quel momento.


Rimase lì ad ascoltare il silenzio, per un po'. 

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