mercoledì, gennaio 18, 2012

Un briciolo d'aria - Un racconto 77



Quel giorno, alla radio qualcuno interruppe le normali trasmissioni per annunciare che nel cielo della città era apparso una specie di oggetto volante non identificato.

Era una grande macchia colorata di scuro, di forma ovoidale, che ricordava in tutto e per tutto quello che nell'immaginario di tutti era un UFO. Così, dalle finestre degli uffici, sui terrazzi dei palazzi residenziali e nelle piazze, la gente stava con il naso all'insù a osservare quella specie di chiazza volante di natura ignota.

Le troupe delle TV di tutto il Paese si misero a fare collegamenti speciali, i giornalisti con toni apocalittici annunciavano l'imminente scoppio di una guerra intergalattica, e in molti spergiuravano che gli ignoti visitatori erano già scesi a terra, li avevano visti camminare armi spianate rubando ogni genere di articolo terrestre.

Quando il fenomeno si manifestò, Ludovico era in ufficio come molti altri come lui.

E mentre i suoi colleghi si affannavano alle finestre e a scendere per strada per guardare la strana macchia del cielo, lui non seppe far altro che rimanere fermo alla sua postazione, continuando come se nulla fosse a lavorare.

Ad un certo punto, però, si alzò, e senza essere notato scese in strada, raggiunse la macchina e partì.

Sulle strade le auto erano ferme ai lati della carreggiata, i loro conducenti tutti ammucchiati in campanelli a guardare il cielo. La macchia scura non si muoveva, o reagiva. Intorno aveva tanti elicotteri, dell'esercito e delle emittenti televisive internazionali, ma non c'era alcuna reazione. Eppure, le persone rimanevano lì, a guardare.

Ludovico percorse tutto la strada che conduceva poco fuori città. Non trovò traffico, perché anche i vigili guardavano su, senza stare a condurre il normale codazzo di auto - che comunque non c'era.

Uscito dal centro abitato, si trovò su una lunga via che arrivava nella zona industriale, dove stava un grosso complesso industriale, disperso nel niente.
Ci mise poco ad arrivare, rispetto alle altre volte che aveva percorso quella strada.

Fuori dai cancelli, tanti manager e donne in carriera, tutti elegantemente vestiti stavano a guardare il cielo, dove nel mezzo di un azzurro che con il passare del giorno era diventato bello e avvolgente, c'era quell'immobile oggetto scuro.

Parcheggiò poco distante dall'entrata, scese dall'auto e percorse gli ultimi metri a piedi.

Si fece largo fra la folla chiedendo permesso, e quando fu all'entrata del grosso complesso, prese il cellulare dalla tasca e inviò un sms.

Poi, si accese una sigaretta, rimanendo in attesa.

Dopo un po', fra la folla, spuntò una donna. Era Isabella.

- Meno male che sei arrivato.
- Che stavi facendo?
- Niente, finivo due cose.
- Possiamo andare, ora?
- Direi proprio di sì.

Ludovico e Isabella, incuranti della gente che rimaneva ferma sul marciapiede di fronte alla grossa palazzina, si avviarono all'auto. Poi, partirono.

La macchina prese l'autostrada, dove non trovò il casello chiuso nè un'auto in corsia.
Erano tutti fermi, a guardare il cielo.

Il viaggio durò qualche ora, e fu molto piacevole. Non parlarono molto, a dire il vero, ma sorrisero sempre, e si fecero una grande, sincera risata quando di fronte a loro si palesò, in tutta la sua calma, il mare.

In giro non c'era nessuno, ma proprio nessuno nessuno: era come se il paesello dove erano arrivati fosse disabitato.

Nonostante questo Ludovico e Isabella, incuriositi più che spaventati, scesero sulla sabbia, si tolsero le giacche, le scarpe e le calze, e a piedi nudi si misero a ballare sul bagnasciuga. Così, senza musica.

Prima lenti, fermi sul posto, poi via via sempre più veloce, fino a che non si misero a correre e rincorrersi uno con l'altra, ridendo. Poi ad un certo punto Ludovico decise che era ora di fare quella cosa lì, prese Isabella fra le braccia e insieme si buttarono in acqua, cominciando a buttarsi gli schizzi addosso e nuotando là dove l'acqua era più profonda.

Rimasero a giocare là fino a che il sole non calò, scaldandosi al caldo del pomeriggio e dormendo sulla sabbia, senza che ci fosse bisogno di farsi spazio nella calca.

Poi, quando cominciò a tirare un po' di aria fresca e il tramonto stava per cominciare, decisero di rivestirsi e tornarono all'auto.
Quando ripartirono, notarono che in giro non c'era ancora nessuno. Trovarono solo qualcuno poco prima di entrare in autostrada, un contadino con un cane al seguito e al casello, dove c'era un impiegato della società autostrade che diede loro il biglietto per pagare il pedaggio.

Sulla strada, qualche macchina viaggiava lenta, ma non ci fecero molto caso.

Arrivarono in città quand'era già sera inoltrata. La vita sembrava essere ripresa normale, il traffico era sostenuto ma non caotico, la gente passeggiava per i marciapiedi per andare nei locali, a un semaforo lampeggiante un vigile faceva funzionare bene le precedenze.

Ludovico e Isabella non se ne mostrarono particolarmente stupiti.

Quando furono a casa, si fecero una doccia, poi mangiarono un piatto di pasta al pomodoro senza lavare i piatti, non accesero la TV ma andarono subito a letto, dove fecero l'amore e si addormentarono, felici.

Non si chiesero mai cosa fosse successo quel giorno, in città.













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