giovedì, gennaio 12, 2012

Valzer senza tempo - Un racconto 76



C'era silenzio, un elegante gelido silenzio, tutto sembrava essere pronto per cominciare.

Ludovico e Isabella stavano fermi uno di fronte all'altra, le braccia avvolte ai fianchi dell'altro, le mani che si stringevano; lo sguardo di lui era senza espressione e freddo, come fredda era quell'enorme sala
con il pavimento in legno, i muri tutti ricoperti di specchi, drappi di stoffa colorata che partivano dal tetto e spiovevano di qua e di là, come miriadi di festoni di capodanno. Lei, invece, teneva il viso piegato in avanti, gli occhi rivolti al pavimento.
Si mossero all'improvviso, proprio nel momento in cui doveva muoversi. La musica sa sempre quando deve cominciare.

Isabella sentì contrarsi i muscoli quando vide Ludovico muovere le gambe, dando il via. Alzò lo sguardo e lo vide rigido, impaurito.

Seguendo il ritmo, mulinavano tenendo le mani intrecciate e sospese, tagliando in due l'aria della stanza. Due passi due passi due passi fermi. Due passi due passi due passi, fermi. 



- Stammi vicino, disse piano Isabella.
Ludovico si avvicinò a lei, continuando a muoversi senza smettere di guardarla.
- Perché siamo qui, Isabella? le chiese.

La donna non rispose. Odorava intorno al viso dei suoi capelli, sempre freschi e profumati. Aveva quell'aroma che Ludovico pensava fosse raccontato da tutti gli scrittori del mondo in tutte le storie ne aveva letto, tanta la bellezza di annusarlo. La guardava ammirato, mentre lei sembrava serena, quasi lieta.

I passi erano leggeri, sul legno un rumore appena abbozzato. Le distanze si sprecavano, i loro occhi fermi sull'altro. Era un volteggiare leggero, simile allo sviluppo di una trama di tessuto che si forma da matassa senza forma.

Due passi due passi due passi, fermi. Due passi due passi due passi, fermi.

- Parlami, Isabella.

Lei no, rimaneva zitta. Le labbra ferme, il respiro che seguiva i gesti del corpo.

La musica era dolce, leggera, veloce, accogliente.

- Stammi vicino, Ludovico.
- Voglio sapere perché siamo qui.
- Siamo io e te.
- Dimmelo, dove siamo?

La stanza girava intorno a loro, ferma. Ludovico non aveva mai ballato, prima di quel momento. Isabella, chissà.

- Perché me lo chiedi? Non ti piace ballare? chiese Isabella.

Gli specchi riflettevano i loro corpi, si poteva quasi vedere la musica. Ludovico rimase in silenzio mentre guardava quel mare di immagini sul muro.

- Dimmi che ti piace ballare, disse Isabella, ma Ludovico continuò a rimanere zitto. La musica però non cessava.

Ludovico le strinse ancor di più la mano, il braccio intorno ai fianchi le fece sentire dolore, gli occhi negli occhi.

- Quanto tempo abbiamo? chiese Ludovico, e Isabella sorrise.

I loro visi s'avvicinarono, le labbra si sfiorarono senza toccarsi, due passi due passi due passi, fermi.

- Balla, stammi vicino, disse Isabella.
- I balli quando finiscono?
- Certi no.

Parole, e silenzio: intanto, la musica continuava. Sui muri, negli specchi grandi dal pavimento al tetto rimanevano i loro riflessi. La sala era vuota, fra le stoffe e il legno non c'era nient'altro che il vuoto, nessuno che potesse raccontare.

- Fuori il mondo prende fuoco, disse Ludovico.
- Rimaniamo finché finisce la musica, rispose Isabella, e poi balleremo ancora.

- E poi?
- Poi non importa.
- Questa sala da ballo...
- È solo nostra, disse Isabella.

Nessuno saprebbe spiegare perché fossero lì, ovunque fosse "lì". 








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