venerdì, febbraio 10, 2012

Incubi (poi tutto cambiò) - Un racconto 79



Vedeva cose che gli altri non potevano vedere, vedeva scene di mondi che non esistevano. Li vedeva per strada, ballando sui balconi sui fottuti terrazzi in legno, si mangiava i pensieri fra le pieghe della vita.

Era malato di mente, dicevano quelli che non lo conosceva, quando nelle mattine si presentava spaventato negli uffici della sua azienda urlando: "Ho visto il pullman che partiva, e una donna rimaneva pinzata con la testa in mezzo alle porte e il pullman andava e il corpo rimaneva sulla strada, spezzato!".

E gli altri, i colleghi, lo prendevano in giro e si chiedevano perché non fosse stato ancora licenziato.

Sembrava un pazzo, lo era per certi versi. E chissà perché ancora il mondo lo sopportava, così.

Raccontava di immagini raccapriccianti e sogni tremendi, che faceva di notte e che ogni tanto gli comparivano di fronte agli occhi mentre cucinava, mentre lavava per terra, mentre parlava con il vicino di casa, mentre comprava il pane.

Era tutto così delirante, ai suoi occhi, c'era sempre una fuga dalla realtà fatta di corpi maciullati, e incubi su incubi che non lo facevano respirare.

Poi, una sera, camminando fra vicoli incerti della città, incontrò un uomo. Era misterioso, non si capiva com'era vestito. Stava fermo al centro della strada, lo fissava fin da lontano. Mentre gli si avvicinava, lo vedeva sorridere, i contorni si delineavano, dal buio sbucava una faccia con tratti distinti, occhi vivi, pelle secca e scarna, ossa che spuntavano dagli zigomi.

Lo fermò lui, senza chiedere chi fosse prima gli vide alzare le mani, facendo segno di fermarsi.

- Fermati ragazzo, io so che tu vedi cose che gli altri non vedono.
Lui non si scompose.
- E come lo sai?
- Lo so, io sono una di quelle cose.
- Non fai paura.
- No, non la faccio.
- Cosa vuoi da me?

Gli si avvicinò, tanto che poteva sentirne l'odore delle interiora. Gli rise in faccia, a pochi millimetri dalla pelle. E rise e rise e rise, poi cominciò a urlare, ma nessuno poteva sentire.

- A te piace la musica? - gli chiese.
- Sì.
- Vedi cose orribili.
- Vedo cose che non esistono, come te.
- Gli incubi esistono.
- Tutto questo non ha senso.
- E poi cosa capita?
- Cosa?
- Quando niente non ha senso?

Sentì quelle parole, e tutto fu buio.


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La terapeuta lo osservava contorcersi sulla sedia. Teneva il foglio fra le mani, tremava. Il sudore macchiava la carta, c'erano aloni sporchi e unti della sua pelle sui bordi della stampata. Il testo però non s'era rovinato.

- Questo testo che mi ha letto è il suo incubo ricorrente?


Alzò lo sguardo, e fece di sì con la testa.

- Lo alterna con quello del ballo sul terrazzo, vero?

Ridisse sì.

- Cosa prova?
- Ho paura, dottoressa.
- Di lei?
- Sì.
- Cosa la fa star bene?
- Ascoltare musica.
- E crede nei suoi incubi?
- No, quando ascolto musica non ci sono incubi.

La terapeuta sorrise, di un sorriso maligno.

- Quando ascolto musica - ripetè.


Lei lo guardò, il sorriso si fece più cattivo.
- E se i suoi incubi invece fossero reali?

Lo studio cominciò a cambiare forma. La terapeuta divenne senza contorni, vide le mani staccarsi dal corpo e prendere la testa dalle tempie e tirare, il collo che si allungava, le gambe che diventavano oblunghe, la bocca che si disarcionava dal resto, l'espressione che si faceva smorfia, era tutto un quadro. E c'era silenzio.

Poi, dal fondo della mente, ricordò una canzone. Era musica dura, tetra. Ricordò che c'erano artisti che si nascondevano e che lasciavano solo la loro opera: era sempre stato affascinato da quelli che preferivano camminare senza essere riconosciuti. Anche lui avrebbe voluto non essere riconosciuto dalle sue paure, per una volta.

Mentre guardava la materia del corpo umano disgregarsi, sentì la paura che montava. Per un attimo, nella terapeuta ormai diventata capolavoro d'arte moderna rivide l'uomo del sogno. Sorrideva anche lui, di un sorriso che era beffardo.

Ti ho trovato anche qui, sembrava dicesse.

Respirò a fondo, mentre il mondo s'immergeva e tutto perdeva senso, fra realtà che non era tale e incubi che varcavano confini.





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