sabato, aprile 28, 2012

Tutto in tutto - Life in Technicolor part 168

Casa è quel posto dove le strade non finiscono mai in posti che non conosci.

Dove gli odori si mescolano ai sapori delle cene e dei ricordi che si ritrova nell'aria profumata che sta sulle scale che porta ai piani superiori, che ricorda quand'eri piccolo e di dubbi non ce n'erano. 



Casa è quel luogo dove ti permetti di avere paura, di fermarti a guardare fuori dalla finestra chiedendoti quale sia la scelta migliore per te.

Dove ci sono spazi solo per te, a dispetto di quanto ti abbiano insegnato quando ti dicevano che il mondo spazi per te ne ha, ma molto piccoli.

Casa è quel luogo dove per un attimo riesci persino a pensare che in fondo in fondo stai bene.

Dove le frasi non saranno mai abbastanza giuste, e le parole, quelle non le troverai mai.

Casa si trova nei viaggi in macchina su strade che costeggiano panorami dove stanno tutti i paesaggi che avevi visto prima, e dove ti ricordi perché da bambino ti piaceva pensare al verde come al tuo colore preferito.

Dove ti senti abbastanza a tuo agio da riuscire a pensare a quanto le scelte migliori siano quelle che fanno più male.

Casa è una parola, qualcuno ti disse che a volte ha le sembianze di una persona ed è quella una delle definizioni più belle che tu abbia mai sentito.

Dove in fondo in fondo definizione non c'è, ecco che qualcuno te l'ha servita.

Casa è quella dove non ti pesano le notti insonni, a ripensare a quanti posti hai visitato nella tua vita, a quanto ti fossero cari nonostante tutto, a quante cose sono nate e lì rimangono, anche dove non sei più. Casa è quella che ti guarda ricordare a tutto, sapendo che sei lì anche grazie a quei ricordi.

Casa è tutto il resto, con la voglia di andare e sbattere la porta e piangere e ringraziare, poi guardare in alto, ricordando tutti gli attimi della tua vita finché non si muore un giorno per caso, tanto sei a casa perché in tutto il mondo c'è un po' di casa tua, basta solo guardare nel modo giusto e il senso si trova.







venerdì, aprile 13, 2012

7 anni, con te.



Caro Diario,
sembra ieri. Sabato 16 aprile 2005, ero in camera mia, e solo perché avevo sentito parlare di "blog" decisi di aprirne uno.

Scrissi su Google "Blog", il primo link che uscì fu www.blogger.com.

Entrai, feci tutta la procedura, ti aprii. Niente di più semplice.

Beh, poi tanto semplice non fu, a dirla tutta.

Il casino fu quando ho dovuto sceglierti il nome. Già, il nome. Il blog era un "diario", all'epoca. Un diario on line. E io in effetti un diario lo volevo, ancora non sapevo per farci che, dato che di costanza nella mia vita per riempirne uno non ne ho mai avuta.

Poi ho pensato a quella parola lì, "vita". Diario della vita, no. Una vita in un diario, nemmeno. E poi mi dissi: "Ma io, vivo davvero?". Ecco perché ti ho chiamato così: perché la risposta fu "Ci provo. Aspiro a".

Quando ci fu da scegliere la tua URL, mi chiesi se magari non ci andasse un indirizzo personalizzato.

Costava, e già allora il mio problema erano quelle che paternamente erano state battezzate "Le pezze al culo". E nonostante quel .blogspot.com non mi piacesse tanto, mio malgrado, ti accetai così com'eri. In prima battuta scelsi franzk, uno dei miei pseudonimi, ma era occupato.

E poi mi sembrava poco, riduttivo: per quello ci aggiunsi il 62 di fianco, perché era il pullman che mi portava a scuola, alle superiori. E su quel pullman mi capitò di sognare, tante volte, grazie a una ragazza di quelle che guardi da lontano per tutti gli anni della scuola e ci parli un paio di volte al massimo, giusto per chiedere "permesso" e "prego" quando qualcosa le cade e tu ti avventi a raccoglierla, per porgergliela e guardarla negli occhi da vicino una volta sola.

franzk62.blogspot.com: eccoti qui, con l'http:// davanti. Uno dei motivi per cui, quando qualcuno mi chiedeva se potevo dargli l'indirizzo del mio blog, mi toccava fare lo spelling. Una url che indicizza un cazzo ed è pure difficile da trascrivere: ma allora di web ne capivo decisamente meno di adesso.

Caro Diario di chi aspira a vivere, sono così tanti i ricordi di quel pomeriggio che mi sembra veramente non sia passato tutto questo tempo.

E da piccolo-spazio-senzapubblicità sei diventato un amico vero.

Come il dolore, più del futuro. Mi rispecchio in te più di quanto faccia in tutto il resto del mondo.

Con te e attraverso te ho parlato, per 7 anni. Di Torino, d'amore, di auto da rottamare, di Nichelino. Ti ho raccontato dei lavori che andavano e delle Scuole che arrivavano e che ad un certo punto, finivano.

Ho messo musica ed elenchi, e sogni, cazzo quanti sogni che ho messo qui.

Ti ho guardato e in certi momenti ti ho voluto chiudere, perché non sei diventato grande come il blog di Beppe Grillo e importante come quello di Luca Sofri. Forse perché io non sono loro, ed è anche giusto così.

Certe sere a farmi compagnia c'eri solo tu. Nessuno che potesse o volesse ascoltarmi. Solo tu, e io. Come in quelle sere in via Paesana 4, quando talvolta rimanevo seduto al mio tavolo, la tua pagina davanti e il tempo passato arileggere ciò che pensavo qualche anno prima, a riflettere se la strada fosse quella giusta.

L'autunno del 2009 mi hai tenuto a galla solo tu, mentre scrivo e ci ripenso forse lì sei stato veramente decisivo, per andare avanti.

Ti stimava molto Pietro, alias Larochelle. Ti stima ancora, lo sai? Puoi considerarlo uno zio, per certi versi.

E poi: tutti quei blogger che sono trascritti sulla tua spalla, da kr3pa che mi ha ricordato che era il tuo compleanno (e lui ha un blog di un giorno più vecchio di te, pensa che coincidenza) a colombina, che oggi un blog non lo ha più ma che so per certo sia diventata grande. E poi tanti altri, come Cico, Viola, notedibordo e Faith, con cui siamo diventati amici veri e con cui, da lontano e contemporaneamente vicino, ho condiviso periodi speciali e molte storie.

Tu per loro sei stato qualcosa, a tempi alterni ti hanno visitato e ti hanno apprezzato. Grazie a te ho potuto conoscerli, e di questo ti sono grato.

Mi hai ospitato il giorno in cui se n'è andato nonno: solo a te sono riuscito a dire quello che avevo dentro.

E poi, ancora: tutte quelle volte che ho ringraziato gli amici, o che ho scritto pensieri che hanno stupito anche me. Da te sono nati 2 reading, grazie a te ho scelto di sfidare il futuro e qui dovrei forse linkare mille e mille post, ma tanto tu sai quali e non perderò tempo a elencarli tutti.

Qui ho provato a immaginare una Life in Technicolor.

Oggi è uno di quei giorni perfetti per stare con te, e anche se il tuo compleanno è fra 3 giorni io il post d'auguri te lo scrivo lo stesso. Perché in fondo sei qui, ad attendermi, quando guardo fuori e mi sento solo, non solo in quel senso che capiscono tutti, no, solo nel modo in cui guardo il mondo e non capisco il perché delle cose.

E so che se ci sei è per fare in modo che possa stare in un posto senza sentirmi così e in un luogo dove riesco a capire, e che non ti offenderai se gli auguri arrivano in anticipo.

Grazie di tutto, Diario di chi aspira a vivere.




giovedì, aprile 05, 2012

Tempo di lettura, min. 2 - Life in Technicolor part 167



Sei invecchiato, Old Boy. Sei invecchiato tu e la tua barba che ha i pelucchi bianchi, i capelli sono sempre più a forma d'adulto e fatichi a dimagrire come quando eri ragazzino.

Sei sempre tu,
Old Boy. Ti chiami con quel modo lì che usava l'ispettore Bloch per Dylan Dog, a te gli zombie piaceva cacciarli nelle strade della tua città, erano i morti viventi raccolti fra i campi di cemento e i sogni che non s'avvereranno mai.

Sei diverso da allora,
Old Boy. Non t'arrendi all'idea che i sogni appassiscono se non sai metterci una pezza e modellarli, una volta pensavi fossero fatti di ghisa.

Sei padrone di quel modo lì,
Old Boy. Quello di fermare il sole e il respiro proprio quando c'è quell'odore di libertà là. Quello che ti colpisce dentro e ti fa venire voglia di piangere perché non sai spiegarti da dove venga il senso di compassione quando spunta qualcosa di bello.

Balli sulle carcasse dell'odio,
Old Boy. Suoni canzoni di vociare infinito, sono tutti invidiosi quando davanti spunta qualcuno che sa dove guardare.

Sogni sempre le stesse cose,
Old Boy. Non ti stuferai mai di raccontare in spazi talmente brevi che stanno in pochi attimi e rimangono impressi, intagliati nelle speranze di chi non ha voluto che facessi parte del grande giro.

Nonostante questo ti piace ancora,
Old Boy. E ci metti le facce, le voci, le parole e i gesti che preferisci, ogni volta suona diverso e allora falla suonare quella musica, old boy, alla fine son sempre soltanto una manciata di secondi, anche se durano anni e la vita scorre senza che ci sia un modo per fermarsi un attimo e dire quella frase che ti piace tanto ripetere a bassa voce, tanto bassa che nessuno può sentirti e ricordarti che un po' è una citazione, un po' è roba del tuo sacco: "Fermatevi pure qui, fatemi scendere. Voglio vivere ancora un po".


Ancora un po',
Old Boy. Sai tu, quanto.