mercoledì, agosto 29, 2012

Scorci senza tempo - Life in Technicolor part 175

Fu intorno a metà maggio del 2005.

Un pomeriggio, verso le 18 o giù di lì.

Avevo consegnato la tesi da qualche giorno, attendevo che fissassero la data per la discussione; portavo i capelli rasati e una polo, rigorosamente con il colletto alzato, i jeans lunghi e un paio di Adidas Superstar, perché a quel tempo le scarpe le compravo tutte uguali. Ricordo che mi sentivo felice, arrivato, pieno di tranquillità nel cuore e nella mente.

Viaggiavo sulla mia vecchia Fortunella, che a quel tempo non aveva ancora compiuto 10 anni. Credo che nel  vecchio lettore cd Sony passasserro gli Alice in Chains, o comunque musica dei miei anni, dei nostri anni. Anche se sono praticamente certo che fossero gli Alice in Chains, e precisamente Jar of Flies quello che stavo ascoltando.

Andavo a casa di mio padre, per cena. Ero da solo, forse fumavo una sigaretta, o forse no: questo lo ricordo con meno lucidità.

Stavo percorrendo una strada che sta poco fuori Nichelino, che comincia dove c'è una piccola rotonda con al centro una chiesetta, credo che si chiami di San Rocco. Costeggia i campi di basilico dove in molti andavano a lavorare, nelle estati della scuola.

Ora lungo quella strada c'è anche una specie di agrigelateria e qualche villetta in più: ma di fatto, la strada è sempre uguale. Curioso che non mi ricordi mai come si chiama, ma forse è anche meglio così.

Perché quel giorno, passando di lì, ricordo che guardai il cielo e mi sentii completamente sereno.

Tutto era limpido e c'erano le nuvole, e l'azzurro splendeva che sembrava uscito da una foto fatta in montagna e c'era luce a sufficienza per obbligarmi a tenere gli occhiali da sole per poter guardare avanti. E mentre Fortunella andava tranquilla e la musica era sempre lì e io premevo sull'accelleratore, ricordo che osservai il cielo e continui a guardarlo come se non l'avessi mai visto, scorgendo le montagne e tutto il mondo che c'era dietro la curva che sta là, dove ora trovi un campo di calcetto e dove prima c'era solo una vecchia casa dello scorso secolo.

Era come se lì avessi guardato per un attimo futuro, passato e presente e tutto fosse a disposizione nelle mie mani. Respirai a fondo e ricordo che l'aria era più fresca del mattino e non c'erano metafore abbastanza per descrivere che cosa ci avessi trovato, in quello strappo lungo qualche attimo.

Al fondo di quella strada c'è un semaforo. Costeggia il cavalcavia di una provinciale, credo, c'è sempre ombra.

Quando ci arrivai, avevo percorso un viaggio che non credo un acido ti possa concedere. Dovrei chiedere a chi gli acidi li maneggia da più tempo, forse. Anche se sono certo che nessuno sballo possa comparare quella sensazione lì.

Beh. Io ogni volta che passo da quella strada mi viene in mente quel giorno lì, quel senso lì, quello che ero allora e quello che riuscii a immaginare in quell'attimo in cui, guardando da quel tratto di strada l'asfalto, i campi, il cielo, le montagne e tutto ciò che contengono, sentii che ero vivo, non avevo paura, non sarei invecchiato neanche quando gli anni sarebbero passati sotto i miei occhi e non ci sarebbe rimasto altro che il ricordo del tempo e la voglia di vivere ancora.

Sia mattino, sera, o notte, quel tratto di strada mi riporta sempre a quello scorcio che rimane impresso nella polvere di una colata di cemento in mezzo al niente, nascosta fra le migliaia di linee d'asfalto e speranze che si possono trovare in un cammino lungo 30 anni o pochi minuti, come fosse tutto condensato in qualche attimo senza età in cui si può assaporare un qualcosa che si cerca da sempre.

Ci ho ripensato ieri, andando nuovamente da mio papà a cenare. A quel giorno, a come quella sensazione si sia ripetuta ogni volta che passavo di lì.

Forse per questo, oggi ho sentito il bisogno di raccontare questa storia. Perché è un po' come isolare quel senso lì. Sembra di regalarne un po' ad ognuno.




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